Le coccinelle volano


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Nemmeno altro

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Tu che di me
non puoi neanche parlare,
perché non c’è pace
per chi non vuol sentire;
io che di te
non posso fare a meno,
perché una vita lunga
senza te è come morire.

Non siamo mai noi stessi,
né me, né te, né altro,
sebbene pure altro
sarebbe stato meglio
del divieto a dare spago
al filo che hai spezzato,
della spinta a dare fiato
alla brezza che ho arrestato.
La polvere si è alzata
ed ha occultato l’illusione.
Concreto resta il battito.
Chi mai lo potrà udire?

Tu che obliteri le scene
ed io continuo a farti icone.
Cera attacco al piedistallo
e tra le dita ho zolfanelli.
Non m’importa di bruciare
o se bruciasse chi ti stringe.
Assicurati il domani,
ché io provvedo al tuo passato.

Il presente è un continente
e si allontana sulle onde,
come amore a lungo andato
che ci sfiora solo a lato.

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Punti di contatto

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Dover dare un senso o dare un senso al dovere sono necessità proprie di chi non ha fantasia.
Tra due parallele o due perpendicolari, tu cosa scegli? Tra un incrocio caotico o un rettilineo desolato, tu cosa preferisci?
È questo che mi interessa sapere di te. I punti di contatto sono, appunto, punti e, per natura, i punti sono, allo stesso tempo, irrilevanti e pesanti, di snodo o di passaggio, di rottura o di intersezione… ma per lo più segni di interpunzione che indicano un finale.
Fingiamo, perciò, di non averne. Fingiamoci estranei, irriconoscibili, diversi.
Fingiamoci differenti, così da non poter mai essere, al contrario, indifferenti.


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Di dentro e fuori

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Per sempre mi darà sconforto al passo

che lento rese il mio cardiaco sasso,

la cenere di brace spenta e il fuoco

intriso da quell’ombra in fondo agli occhi

che mai per liberarti mi guardasti.

Di dentro e fuori cosa conta

e incanta?

Prendiamoci per matti e gira in tondo

il mondo che ci cuce addosso il buio

e il buio che ci investe il viso a sbafo.

Stravolta è  l’espressione di stupore

e a mente fredda è brivido il pensiero.

Cancellami le dita se m’inganno,

rilutto al sole con la destra mano;

io tremebonda monco il tatto e sale

dall’anima l’abbraccio del timore.

Parabola di vita, discendente ellisse,

di dentro e fuori cosa porta

e importa

a chi per debolezza mai ha vissuto e visse?

Diciamoci che è meglio rinnegarsi a oltranza.

Ho chiuso in una stanza la mia tracotanza.


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L’insicurezza degli oggetti

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La tua auto, parcheggiata a sorpresa lungo il mio cammino, è un’alcova disfatta.
Mi avvicino e non scorgo dai vetri capelli spezzati, né cellule morte.
In tasca ho una penna affilata che non taglia le gomme. Potrei prenderla a calci, ma è troppo ammaccata per trarne sollievo.
Mi somiglia la striscia di ruggine sulla fiancata e ora so che per me anche gli oggetti sono come persone e, per questo, io tratto persone come fossero oggetti.
Un vento furioso mi scrolla ed è un calcio nel culo e ricorda il perché dei miei sguardi più volte lanciati a squarciarti le vene.
Ma “perché” è una parola bastarda.
Perché per domanda o perché per spiegare qualcosa?
I why e i because, i pouquoi e i parce que, i warum e i weil si fondono in unico suono, che non rende giustizia alle trame intessute sulla tua persona.
Tu mi hai rimpiazzata nel cuore e anche nelle mutande.
Io rimpiazzo negli occhi sportelli col bordo di pietra adiacente.
Seduta sul ciglio avrebbe più senso quel luogo d’incanto votato a mio muro del pianto.


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Two fingers

Comincia a canticchiarla sul finale, quando il buio avvolge la città e le cala addosso, ma come un conforto, simile alla sensazione di sollievo che precede la schermata di chiusura, quando partono i titoli di coda. E allora, proprio come fosse stato un film, sulle note della colonna sonora che non ha scelto, ma non potrebbe essere un’altra, rimanda alla mente le scene salienti.

C’è una storia per ogni angolo di questo posto 

All’inizio, aggrappandosi ai bordi della scrivania, cui è arrivata dopo un’anticamera di luci al neon e giornali svogliati e sfogliati per ingannare l’attesa, crede non ci sia storia. Più avanti, in un angolo completamente diverso, qualcuno le chiederà di accendere, ma quella è un’altra scena e ci vuole un po’ per arrivarci. Sul tavolo, adesso, i fogli e le immagini, attraverso le quali, da fuori, sì può guardare ciò che ha dentro, decideranno il finale. E lei lo sa che può essere crudele, spietato, quasi scontato per il modo in cui le persone che le siedono di fronte maneggiano i fogli e studiano le immagini, vedendo anche loro, da fuori, ciò che tiene dentro.

Non è la prima volta che prego per il silenzio

Si sente nuda, spogliata di sostanza e di speranza. Le resta solo un’illusione, improbabile e misera quanto la possibilità che, con un colpo di scena, tutto cambi.

Qualche cosa di cui essere fiero, alcune cose da rimpiangere

Sono stato giù per qualche vicolo buio nella mia testa

Ma…

Qualcosa sta cambiando, cambiando, cambiando

E il colpo di scena, anche se non è davvero un film, arriva. Perché mica solo nei film accadono le cose belle?

Correndo così ne sono uscito ma con le ginocchia sbucciate

Io sono un vecchio cane ma ho imparato alcuni nuovi trucchi sì

E il trucco è stato credere fino alla fine di essere più forte di ogni paura.

Lascia la scrivania, abbraccia tutti e scende in strada. In attesa dell’autobus che la riporti a casa, qualcuno le si avvicina e le chiede di accendere. Si accende una sigaretta anche lei, aspira, sorride e si gode il finale. 

Così do il bacio d’addio ad ogni piccolo grammo di dolore

Accendo una sigaretta e desidero il mondo lontano

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Cosi alzo due dita verso ieri

Accendo una sigaretta e la fumo tutta

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

L’ho lasciato alle spalle 


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Cono d’ombra

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Quando la notte non è più una notte,
perché diventa eclissi improvvisa,
scintille spente di astri lontani,
tu sei il cono d’ombra.
Io cosa sono?
Sbavatura turchese, corpo celeste
senza profilo in assenza di luce.
Se tu fossi penombra
potrei ancora cercare
una stella gemella
a cui potermi aggrappare.
Ma nel buio totale a stento mi oriento.
Comincia il mio viaggio verso un buco nero.

Istanti

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Spirano le idee che non ispirano, come i controsensi a senso unico di chi, pensando di vivere di istanti, vive però di stenti; distante, ma  in maniera non bastante, dall’attribuire al tempo un costo mai costante.
Per chi voglia sentirsi speciale, chissà quanto fa male, scoprire, un giorno, di essere normale.