Le coccinelle volano


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine

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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.


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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.