Le coccinelle volano


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La preda

_DSC6278Il terriccio che insudicia il tavolo, accompagnato fin lì da un vento che si diverte a vedermi sudare tra strofinacci e spugnette intrise di acqua e sapone, solo per beffarmi con rapidi e nuovi millimetri di sporco, è il mio schiaffo sul viso. Schiaffo metaforico ma che non brucia meno dei reali impatti di mani violente sulla mia anima inerme, tutte le volte che sbaglio.
L’esattezza di un gesto o di una decisione è un concetto arbitrario e manipolato dal soggetto predatore. Io sono la preda incapace di andare al di là del male.
Riposo gli occhi, ma mi rivedo, non esattamente lì, ma poco oltre, sia nel tempo che nello spazio.
Fuori da questa stanza, il sole innaffia di calore estivo la campagna dormiente. Ma dentro di me è fine inverno, quasi primavera, e buio pesto.
Non c’è nessun tavolo e il cruscotto della Fulvia è lindo e profuma di lavanda.
-Apri il cancello- mi ordina mio marito.
– Non voglio scendere. Aprilo tu!
-Sbrigati!- mi urla.
– Non voglio!- replico, sbadigliando per la stanchezza di un’ennesima giornata vissuta controvoglia. Ho bisogno del mio letto, dei miei spazi, di tutto ciò che mi fa sentire al sicuro. Delle sole cose che riesco a trascurare. Devo dimenticare e dormire, dormire e dimenticare.
– Scendi ad apritelo da solo!- insisto. Poi volto la faccia verso il finestrino, ma sono consapevole di quanto poco valgano le mie proteste.
Il sedile scomodo della Lancia in cui siedo, non è un’arma e nemmeno una buona difesa. Perché in un istante mio marito si è portato fuori dall’abitacolo ed è lì, pronto a spalancare il mio sportello, per dimostrarmi che non ho possibilità né di diniego né di scelta.
Mi afferra per una ciocca di capelli e mi trascina fuori. Mi spinge con forza e prima batto il fianco contro l’auto, poi finisco a terra, carponi. La punta di un sassolino mi affonda nel palmo della mano destra. La sinistra è uno scudo con cui cerco di difendermi la pancia dai suoi calci, ma mi prende a pugni la schiena e allora mi arrendo e affondo in terra entrambi i palmi, cosicché i graffi che mi procuro da sola alle mani mi distraggano dal dolore che mi infligge lui, chino su di me, pronto ad annullarmi.
Finisce com’era iniziata.
Si rimette in auto e mi lascia fuori senza una parola. Mi rimetto in piedi, zoppico qualche passo e gli apro il cancello.
-Richiudilo!
Mette in moto. Sulla sua faccia campeggia un’espressione vuota. Non ne ho la certezza, perché la notte è un mostro che spalanca le sue fauci e mi ingoia in una tenebra orfana di una dentatura di stelle ormai spente. L’unico bagliore certo è quello delle luci di posizione che si arrampicano su per il viale fino all’entrata del garage, che così lontano somiglia a un anfratto di strega.
La mia memoria è poco lontana dai blocchi di partenza e troppo condizionata dalla coscienza del presente. Per questo, non riesco a spiegarmi come io abbia mosso quei passi, da un ciglio di strada, ai gradini di marmo, fino al corridoio e alla mia stanza.
Riapro gli occhi. Intorno a me c’è ancora tanta polvere.
Questa casa sarà sempre sporca.


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Mi piaceva suonare la chitarra

P1010529Io e mio padre non ci parlavamo. Avevo diciassette anni e non saprei dire quando il nostro rapporto era diventato così difficile. Forse lo era sempre stato. Mio padre non era una persona affettuosa. Mia madre sì, mia madre è piena di attenzioni, in ogni momento, ancora adesso. Mio padre, invece…
Mio padre mi ha sempre pressato con le sue aspettative. Voleva diventassi un uomo di successo, pieno di soldi e con un’ottima reputazione. E’ per lui che sono diventato ciò che sono. Ma non so se attribuirgli meriti o colpe. Cioè, so che molte delle mie scelte derivano dal bisogno della sua approvazione. So che molte di queste scelte mi hanno reso infelice. Eppure non riesco a dire che è colpa di mio padre se sono infelice.
Mi piaceva suonare la chitarra. Non sono mai stato bravo, non ci capisco un cacchio di note. Ma suonare, stonare, mi dava piacere.
Mi incontravo ogni sera con un paio di amici. Ancora non avevo una ragazza. A volte rimanevamo in casa, la loro, perché a casa mia, la presenza di mio padre mi impediva di invitarli. E ce ne stavamo lì a bere birra, mangiare pop corn, fumare marijuana e a sperare che qualunque cosa dovesse succederci succedesse in fretta, ché ad aspettarla troppo ci sembrava di avere già cento anni.
Una sera Paolo, dopo essere passato a prendermi- io avevo con me la mia fedele chitarra – mi disse che i piani erano diversi. Non lo vedevo da una decina di giorni, ma non mi ero chiesto che fine avesse fatto. Avevo pensato stesse studiando, un esame, una prova più difficile a cui dedicare maggiore attenzione.
Mi disse che mi avrebbe portato in un posto diverso, che forse non mi sarebbe piaciuto, ma che si aspettava da me che almeno provassi.
E ci andai.
Mi ritrovai in un appartamento pieno di giovani, tipo una comune, una casa di confratelli di quelle che si vedono nei film americani, ma senza alcool che scorreva a fiumi e senza coppiette avvinghiate a baciarsi sui divani. Erano tutti seduti, una ventina almeno tra ragazzi e ragazze, disposti come in cerchio intorno ad uno spazio centrale della sala, occupato da un uomo strano, una specie di sciamano, un santone.
L’uomo vestiva una tunica rossa, indossava un turbante e aveva tutte le dita delle mani gravide di anelli. All’epoca mi sembrò un vecchio, ma è probabile che avesse poco più di quarant’anni. Era seduto sul pavimento, a gambe incrociate, la tunica troppo corta per coprirgli le ginocchia ossute. Teneva gli occhi chiusi e sibilava.
Un suono potente vibrante, che mi procurava disagio.
Pensai di chiedere spiegazioni a Paolo, che anticipò il mio intento e si portò l’indice alle labbra invitandomi al silenzio. Poi con un gesto della mano, mi fece segno di imitarlo e di sedermi con lui sul pavimento. Tutte le sedie e tutti i divani erano già occupati.
Automaticamente, feci quello che avevo visto fare a lui. Mi sedetti a terra e chiusi gli occhi.
Quel suono, quel sibilo, mi si insinuò dentro, con una carica potentissima. Come il verso di un cobra, come un cobra, quel suono si fece spazio attraverso tutti i miei sensi, avviluppandoli in spire ed impedendomi di sentire altro. Non c’era altro rumore, non c’era altro pensiero, né un’altra sensazione.
Solo quel disagio, che, dapprima pesante, a poco a poco, cominciò a dipanarsi, diradarsi, a farsi più lieve.
Non so quanto tempo rimasi, rimanemmo così. So che ad un certo punto, senza alcun segnale convenuto, tutti aprimmo gli occhi.
Senza guardarci, ciascuno per proprio conto, ci tirammo in piedi e ce ne andammo.
In macchina io e Paolo non ci dicemmo nulla. A stento ci salutammo, quando si fermò sotto casa ed io scesi dall’auto. La mia chitarra era rimasta tutta la sera abbandonata sul sedile posteriore. Feci in tempo a recuperarla, prima di dimenticarmene.
Non so dire come mi sentissi. Ero frastornato, come dopo una sbronza, ma senza perdita di equilibrio e lucidità. Mi sentivo leggero, forse vuoto, di quel vuoto che l’aria riempie e prova a spingere verso l’alto.
Aprii la porta di casa. Mio padre era ancora sveglio, non so che ora fosse, e stava guardando la tv. Diversamente dal solito, non imboccai direttamente il corridoio per raggiungere la mia stanza, ma mi bloccai a guardarlo. Anche lui aveva voltato la testa verso di me e mi stava fissando.
Poi si alzò in piedi e mi venne incontro. Mi abbracciò. Senza dire parole, senza aggiungere nulla. Io, dapprima, rimasi immobile, stupito. Poi come se quel sibilo ancora mi stesse strisciando dentro, mi scossi e lo abbracciai a mia volta.
Rimanemmo così alcuni minuti.
Mio padre, la sua testa bianca e il suo pigiama di flanella stretti al mio petto.
Quando ci separammo, la chitarra, che nel frattempo, avevo continuato a tenere in spalla,  mi scivolò.
Mio padre mi aiutò ad afferrarla al volo prima che cadesse.
– Mi suoni qualcosa?- mi chiese.
– Non è troppo tardi?
– Hai ragione.
Gli augurai buona notte e mi avviai verso la mia stanza. Quella fu l’ultima volta, forse l’unica, che l’ho abbracciato.
Non tornai più nell’appartamento del santone. Anche Paolo smisi di vederlo.
Mio padre morì all’incirca un mese dopo.
Nel giorno del suo funerale, buttai via la chitarra.


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La fioritura degli ipês

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Prima fioriscono quelli rossi, poi i rosa, i gialli e, alla fine, i bianchi. I bianchi sono i più rari. C’è un esemplare giovanissimo nella strada in cui abito. E’ recintato e, da un ramo, penzola un cartello che recita “Sono un ipê bianco. Guarda quanto sono bello!”
Gli ipês sono alberi strani. Quando la temperatura scende, un brivido scuote la loro corteccia come un presagio di morte. Temono manchi poco, temono sia la fine. Per questo, fioriscono.

– Ti piacciono gli ipês?
Fu il primo sì che gli dissi. Mi ero incantata con il naso in aria, a seguire la traiettoria di quelle nuvole rosa scosse dal vento. Piccoli petali, come cuori, si staccavano dai rami, spole romantiche tra cielo grigio e asfalto nero, in un pomeriggio d’inverno. Una pagina di quaderno che avrei riempito, senza saperlo.

Gli ipês sono alberi ribelli, fanno le cose al contrario. Sfidano le stagioni e la sorte. Si riempiono di colori, quando tutti gli altri sono vestiti a lutto.

Avrei potuto coprirmi il cuore anch’io, basando, sulla precarietà di quel momento, la scelta di trascurare il tramonto e rimandare ad un’alba successiva, di maggiore certezza, la possibilità di scoprire quello che avevamo da vivere. Come quegli alberi che, per paura di bruciarsi, aspettano il conforto della primavera prima di fiorire.
Ma sullo sfondo c’erano gli ipês.

Gli ipês sono alberi folli. Non aspettano la primavera. Gli ipês fanno l’amore in inverno.

– Voglio fare con te quello che l’inverno fa con gli ipês.


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.