Le coccinelle volano


19 commenti

Il blocco delle interruzioni

Era brava a non farsi prendere dall’ansia. Che senso avrebbe fasciarmi la testa prima di rompermela? Pensava spesso. E se poi non me la rompo? Se anziché una botta mi arriva una carezza? Finirei col rimpiangere tutta quella garza e cerotto sprecati invano. 

Eppure, Olga si rese conto che, quel giorno, sarebbe stato davvero difficile prendere con filosofia il trascorrere del tempo, in attesa che le arrivasse la risposta. Perché quel giorno, appunto, era il giorno che da settimane aveva cerchiato di rosso sul calendario appeso in cucina. Il giorno in cui la segretaria le aveva assicurato la comunicazione dei risultati. 

Sarebbero arrivati tramite e-mail. Per questo, fin dal risveglio- aveva aperto gli occhi all’alba- non aveva mollato neppure per un attimo la presa sul cellulare. Qualunque notifica poteva significare l’arrivo del messaggio che stava aspettando.

Il primo messaggio le arrivò alle 7.28. Troppo presto, rifletté ed, in effetti era la solita immaginetta di buongiorno da parte di Cristina, che a tutte le ore, si sentiva in dovere di augurarle qualcosa. Buongiorno, buonasera, buonanotte, buon appetito alternati ad una serie di contenuti di poco contenuto, sintetizzati in catene di testo, immagini, video e file audio, di nessuna utilità e che Olga eliminava ogni volta con solerzia, perché non le si intasassero la memoria del telefono. 

Un nuovo trillo alle 7.42. Ancora troppo presto, ma controllò. La solita immaginetta di buongiorno da parte, stavolta, di Giovanna, che, proprio come Cristina, a tutte le ore, si sentiva in dovere di inviarle messaggi totalmente inutili. Ma, cacchio, qualche volta potreste anche chiedermi come stai.

Fino alle 9 fu un continuo squillare. Olga si apprestava a controllare e, nulla, solo stronzate. 

Verso mezzogiorno, le arrivarono quattro notifiche successive. Cristina, Giovanna, Giovanna, Cristina. Non l’e-mail che stava aspettando. Eccheppalle!

Quando il telefono squillò di nuovo, intorno alle dodici e mezza, il cuore le perse un battito. L’orario è ragionevole, sarà l’e-mail con i risultati. Di nuovo Cristina e i suoi messaggi spam. In questo, si raccontava della recente invenzione di un vaccino anticancro. Sì, perché il cancro è come l’influenza. Ma ‘sta ignorante! 

Di puro istinto, cliccò sulla rubrica, fece scorrere tutti i contatti e, dopo un breve istante nel quale si chiese se non era una decisione troppo avventata, fugò ogni dubbio. Le avrebbe bloccate entrambe. Niente più stronzate da parte di Cristina, niente più stronzate da parte di Giovanna.

Il cellulare tornò muto per un buon tempo che impiegò facendo biscotti. L’e-mail che aspettava le arrivò alle quattro del pomeriggio. Lamentiamo comunicarle che purtroppo gli esami hanno dato un esito negativo. Maggiori dettagli nel documento in allegato.

Pianse senza interruzione nessuna e di nessuno. Quando si sentì pronta per asciugarsi gli occhi, riprese il cellulare, aprì di nuovo la rubrica, fece scorrere tutti i contatti e sbloccò sia Cristina che Giovanna. Una stronzata qualunque era ciò di cui adesso aveva bisogno per tirarsi un po’ su.


9 commenti

Gli amici di sempre 

Conobbi Marco in prima elementare, quando io ero una bambina paffuta, lui un bambinello con i riccioli biondi ed entrambi ancora non avevamo cambiato tutti i denti da latte. Poi capitammo in classe insieme alle medie e, chissà, forse ci saremmo ritrovati nella stessa classe anche allo scientifico, se io, all’ultimo momento, non avessi ritirato la preiscrizione, andandomene al classico. Ciononostante, non ci siamo mai persi di vista.

Per questo, anche stavolta, come tutte le volte che torno in Italia, sono passata al suo negozio a salutarlo.

Perché, sebbene non sia la durata ciò che rende un’amicizia duratura, sugli amici di sempre si può sempre contare. Agli amici di sempre non importa quanto sei cresciuta, quanto sei cambiata, ciò che hai fatto e dove te ne sei andata. Loro ti conoscono e ti riconoscono per quella che eri e per quella che, in fondo, forse, ancora sei. 

Tutte le volte che io e Marco ci ritroviamo, risolti i convenevoli, i come stai, i ti trovo bene, mo’ quando parti?, parte l’aggiornamento in modalità taglia e cuci sulle sorti delle conoscenze in comune.

– Tu lo conoscevi Michele? 

– Michele chi?- chiedo confusa.

– Michele P., il figlio del professore P.

– Ah, sì. Di vista.

– Si è sposato. E ha anche due figli.

Perché che importa se, adesso, grazie ai social network si può sapere tutto di tutti o quasi tutti? Noi siamo della vecchia guardia, fedeli al sano pettegolezzo di prima mano.

– E lo sai che pure Sandro si è sposato? Come no? Si è sposato con la sorella di Nicola M.. Tu Nicola M. lo conosci?

– Anche lui solo di vista.

– Ah, già. Tu eri un’asociale. 

Ecco. Gli amici di sempre sono quelli che non userebbero mai un eufemismo, quando possono dirti, con esattezza, ciò che pensavano di te.

– E Carmine? Almeno lui, lo conoscevi? 

– Certo che lo conoscevo! 

– Lo sai che abbiamo litigato? 

– Davvero!?! E perché? 

– Perché uscivamo insieme ed, ogni volta che ci capitava di conoscere qualche ragazza, per evitare concorrenza, mi faceva pubblicamente come la merda,  dicendo che sono un poco di buono, che non sono serio, che ci provo con tutte. E tu lo sai che non è vero, ma, anzi, è lui quello che ci ha sempre provato con tutte. Ci ha provato pure con te, giusto?

– No, in realtà, con me non ci ha mai provato.

– Ah, è vero. Scusa. Tu eri strana.

Ecco. Gli amici di sempre sono quelli che, pur di non dirti che eri un cesso, un eufemismo, alla fine, riescono a trovarlo.


2 commenti

Puoi farmi un favore? 

– Che stai facendo?

– Niente. Piove ancora e io non riesco a fare niente. Sono triste.

Anni fa, la pioggia mi piaceva. Forse mi piace ancora ed è con quella brasiliana che ho problemi di convivenza. Perché per me il Brasile rappresenta ed è rappresentato dal sole e, quando piove, peraltro per venti giorni di fila, tutto diventa grigio, opaco, spento. La pioggia brasiliana è contronatura. Non dovrebbe mai piovere in Brasile. 

– Non esci un po’ nemmeno nel pomeriggio? 

– Non lo so. Penso che…Aspe’, ho un’altra chiamata sotto.

Dopo due minuti.

– Oi, ma ci sei ancora? 

– Sì. Chi era?

– Devo andare a prepararmi. Esco! Era C. e mi ha chiesto se posso farle un favore.

– Che favore? 

– Ah, niente di che. Mi ha detto che a Casa Fiat oggi girano un servizio sulla realizzazione del presepe e, poiché io ho partecipato anche l’anno scorso, mi ha chiesto se posso andare a farmi intervistare.

– Che cosa?! E tu che le hai risposto? 

– Le ho risposto di sì, ovviamente. 

– Ma ha smesso di piovere?

– No.

– E tu non eri triste?

– Sì, ma che c’entra. C. è un’amica. Posso mai negarle il favore di farmi intervistare dalla televisione statale?

https://www.google.com.br/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://globoplay.globo.com/v/5473881/&ved=0ahUKEwiCt_mXpMbQAhVGx5AKHdAbDQUQFggaMAA&usg=AFQjCNFZECl61h2UTn4w_nvHht_2KdWIXw&sig2=PsS2Kuwd-aCZF7Y_9OYRaw


3 commenti

O WhatsApp está de volta!

image

Per circa ventiquattro ore, in Brasile, WhatsApp è stato bloccato.
I media non parlavano d’altro, le persone altrettanto. Manco avessero tagliato l’energia elettrica o l’acqua o il gas.
Fortunatamente, malgrado WhatsApp mi permetta di tenermi in contatto, facilmente ed economicamente, con le persone a me care, non sono un’addicted e, francamente, detesto chi ne fa un uso, a mio avviso, improprio, intasando l’etere e gli archivi delle memorie telefoniche altrui di cagate pazzesche, tipo video divertenti che non mi fanno ridere, immagini tenere che non mi intereriscono, etc.
Io lo uso per inviare messaggi. Punto. Io lo uso per chiamare. Punto.
Dunque, il mio bilancio relativo alle ventiquattro ore senza WhatsApp è assolutamente positivo. E poi non bisogna certo essere un genio per sapere che esiste un monte di altre applicazioni che fanno lo stesso mestiere di WhatsApp e lo fanno altrettanto bene.
Ad ogni modo, se, per l’impossibilità di usare WhatsApp, la gente va in panico, cosa succederebbe all’umanità se davvero venisse paventata una carestia? Meglio non pensarci.


4 commenti

Diaframma

L’esplorazione delle vite altrui, attivata mediante un semplice click, stavolta aveva intercettato il risultato di un altro tipo di click che, a guardarlo, gli contrasse il respiro in una boccata di niente.
Il diaframma, si chiese, è definito muscolo laminare perché, quando la comunicazione delle emozioni sbanda dalla cavità toracica a quella addominale e si prova comunque ad espirare, ti taglia in due come una lama?
Stropicciandosi gli occhi, provò a mettere a fuoco l’evidenza.
L’effetto ottico, dovuto sicuramente ad un’apertura del diaframma non perfettamente commisurata alla velocità di scatto, conferiva al sorriso di lui una luminosità da stella cometa. Era però, appunto, soltanto un’illusione, un espediente scenico adottato per camuffare il qualunquismo di un’immagine da poco, con brillantezza e colori nella realtà latenti.
Dietro, a distanza di pochi centimetri dallo schermo, la parete bianca era un ennesimo diaframma, inconcepibilmente valido a frenare l’impulso di spegnere tutto e fuggire altrove.
“Siamo predestinati ad innamorarci o ci innamoriamo dell’idea di predestinazione?”
La naturalezza con cui poneva domande del genere l’aveva sempre lasciata perplessa, nella misura in cui tradotte da pensiero in suono non apparivano mai naturali e, soprattutto, perché, puntualmente, le ritornavano risposte artificiali.
Ricordarsi del tempo in cui era solita chiederselo in merito a lui non cambiava il risultato, a riprova che l’artificiosità del concetto di eterno, applicato all’amore, fa da corroborante all’accettazione della fallacia, della vacuità e dell’inutilità di tutte le disquisizioni sul destino.
Zoomò sul volto.
A guardarlo adesso, invecchiato da mesi di luce estranea, doveva conciliarsi all’idea che due anime, separandosi, diventano spettri di percezioni oggettivamente atte a comunicare all’anima bisfattratta solo ed esclusivamente sentimenti di assenza.
Non era soltanto la luminosità del sorriso. Ne ricordava di migliori, osservati più netti e meno di taglio.
Era il modo in cui stringeva gli occhi, la circolarità cui il suo sguardo dava vita, stabilendo un confine oltre il quale la sua presunzione, non solo presunta ma anche millantata, di avere un’anima gemella, cessava la propria ragion d’essere. Una circolarità apparentemente inattaccabile e che, di fatto, la escludeva da ogni plausibile o casuale intersezione, perché non esiste un “noi” che non diventi poi “estranei” o, meglio ancora, che non diventi poi un “noi fatto di estranei, a cui il tuo tu non appartiene più”.
Continuò masochisticamente a guardarlo, cercando di tenere a mente che, in un’altra vita, si sarebbe ripromessa di non nutrire mai il bisogno di sentirsi parte di qualcosa di unico ed esclusivo prima ancora di imparare a nutrirlo. Perché, considerato il modo in cui adesso soffocava, non c’era sentimento o emozione che avesse ragion d’essere solo per il romantico attaccamento all’idea che due anime predestinate possono incontrarsi, sfiorarsi, rallentarsi e, separandosi, comunque evitare di perdersi.
La sorpresa di imbattersi in quel sorriso, ossia in qualcosa che non si sarebbe mai voluta aspettare, a meno che lei stessa non ne fosse causa, bastava da sola a non farle  rimpiangere la corazza mantenuta negli anni, in virtù dell’idea che il vero amore è quello che vivi, non quello a cui pensi.
E di quell’idea avrebbe dovuto continuare, ora più che mai, a fare virtù.
Per questo, tirò un ultimo sospiro, si scollegò da facebook e si preparò per uscire.
Se lui continuava a sorridere, un motivo doveva esserci. E che sicuramente si trattasse di un motivo giusto, la cui giustizia mai avrebbe assolto le dinamiche del suo diaframma, non faceva differenza.
Il diaframma è definito muscolo laminare perché, quando la comunicazione delle emozioni sbanda dalla cavità toracica a quella addominale e si prova comunque ad espirare, ti taglia in due come una lama.
Eppure, senza quel taglio, sarebbe impossibile liberarsi dal dolore.


Lascia un commento

Clicca mi piace e condividi

DSC06502

Non riesco a condividere il gusto per la condivisione, la voglia e, in second’ordine, la consapevolezza, probabilmente piacevole, di essere simile, se non addirittura uguale, per gesti, pensieri e idee, ad un manipolo di estranei che si avvale dello strumento social per informare il mondo sulle proprie abitudini, attitudini e consuetudini.

Non faccio riferimento agli aggiornamenti di stato più o meno interessanti (per fortuna, pare sia stata superata la fase in cui ogni santo cristiano era preda della smania di aggiornare il popolo prima di dormire, prima di fumare, prima di lavarsi, prima di mangiare, etc.).

Faccio riferimento ai link, ossia a quei contenuti creati col solo scopo di essere condivisi e, quindi, per loro natura altamente condivisibili, in quanto connotati di una banalità e di una pochezza a dir poco disarmante. Perché io capisco gli scazzi, le frustrazioni, i rompimenti di scatole e tutto il resto, ma che si abbia bisogno di informare gli altri in merito al proprio punto di vista, condividendo la foto di una strappona con didascalia “Non mi è mai interessato piacere a chiunque. Preferisco un’antipatia vera ad una falsa amicizia”, lo trovo parecchio triste.

Ancor peggio poi la recente tendenza, in voga soprattutto tra i miei contatti più giovani, di rendere partecipi gli altri della propria tipologia di reazione a fronte di qualsivoglia, scontatissimo evento, mediante condivisione di video girati da coetanei, il cui unico talento è una totale e sfrontata mancanza del pudore rispetto alla possibilità di ridicolizzarsi e immortalare il momento su yuotube, per la libera fruizone dei contemporanei e dei posteri. Un fioccare di video il cui titolo comincia quasi sempre con “Quando…”, una galleria di situazioni sciatte (es. quando sei sul divano, quando la tua ragazza è al bagno, quando il ragazzo che ti piace non risponde ai tuoi messaggi, etc…), cui l’utente medio si relaziona, non solo condividendo, taggando e apprezzando, ma anche accompagnando la pubblicazioni con commenti giubilanti relativi al riscontro di una conformità totale della situazione filmata, rispetto a quello che è il loro atteggiamento nell’affrontare o vivere la stessa situazione.

Comprendo il desiderio di accettazione, la necessità di sentirsi parte del gruppo, il sollievo che comporta scoprire (l’acqua calda) che esistono migliaia di persone che reagiscono ai pali, ai due di picche, alla stanchezza, ai ritardi e ad altre svariate ed eventuali situazioni nello stesso identico modo in cui reagiamo noi. Lo comprendo. Sul serio. E questo post non avrebbe alcuna ragione di esistere se non fosse che, di ultimo, una persona che ho avuto la sfortuna di conoscere e frequentare per lungo tempo e che, ancora adesso, si tiene saldamente al primo posto della mia personale classifica degli idioti senza possibilità di guarigione, ha deciso di diventare uno youtuber e ha cominciato a riempire l’etere di video della tipologia di cui sopra.

PICCOLA DIVAGAZIONE SUL TEMA

Durante una trasferta di lavoro, una sera a cena, mi si pose questa domanda.

– Sai che differenza c’è tra uno stallone, un puledro e un cavallo?

In verità non lo sapevo e avrei continuato a vivere benissimo pur non sapendolo, ma poiché all’epoca i miei datori di lavoro avevano deciso di darsi all’ippica e, dunque, la garanzia che continuassero a pagarmi lo stipendio dipendeva da quanto fossi brava a fingermi coinvolta nel mondo equestre, richiamai i pensieri dalle praterie in cui li avevo lasciati liberi, chiesi solertemente “quale?” e buona buona mi sorbii tutta la spiegazione.

In realtà, per quanto mi impegnassi a fingere, a me dei cavalli fregava davvero poco. Sarei stata molto più felice se, anziché in un frisone da competizione, avessero investito i soldi in una batteria di polli. Almeno c’avrebbero guadagnato in cotolette. E fu, forse, per questo motivo che tenni in piedi la conversazione domandando a mia volta.

– Sarà che la differenza che intercorre tra il cavallo, il puledro e lo stallone è la stessa che distingue i polli, i pulcini e i galli?

E fu allora che l’idiota senza possibilità di guarigione, fino a quel momento silenzioso come un vegetale, intervenne con un memorabile contributo.

– Scusami, eh? Ma i polli non sono galline? Io ho sempre pensato che i polli erano galline a cui tiravano le piume.

Nessuno ebbe il coraggio di replicare. Nemmeno per spiegargli che un pollo è un pollo e in quanto pollo non può essere gallina, poichè la gallina fa le uova, fa la cova, fa il brodo e il pollo no.

TORNANDO AL TEMA

Comprendo il desiderio di accettazione, la necessità di sentirsi parte del gruppo, il sollievo che comporta scoprire che esistono migliaia di persone che reagiscono ai pali, ai due di picche, alla stanchezza, ai ritardi e ad altre svariate ed eventuali situazioni nello stesso identico modo in cui reagiamo noi. Lo comprendo. Sul serio. Ma la prossima volta, prima di condividere, taggare e dichiararvi orgogliosi di quanto l’autore del video abbia colto in pieno il vostro mood, fermatevi a riflettere sulla probabilità che l’autore di quel video, coloro che lo seguono e tante altre migliaia di persone che reputano degno di millanto emettere versi da asino in calore quando lui/lei non risponde, potrebbero non conoscere la differenza tra un pollo e una gallina. E voi siete tanto fieri di somigliargli!