Le coccinelle volano


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Il momento dell’impasse

Di ogni storia, c’è un momento in particolare che preferisco e a cui, col senno di poi, la mia memoria torna. Non coincide con l’inizio e neppure con la fine, ma è piantato in un punto qualunque, lì nel mezzo. È quel momento in cui l’entusiasmo impatta col timore, generando un’impasse tra la speranza e la disillusione, la certezza che tutto andrà bene e la paura che tutto sfumerà in un niente, senza che nessuna delle due sensazioni riesca a prendere il sopravvento. Quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma non al punto da scommetterci come all’inizio e, contemporaneamente, tutto sembra destinato a perdersi, ma senza la sentenza definitiva del finale.

Ieri. Sto rientrando a casa a piedi. Belo Horizonte impazzita di traffico e un tramonto rosa. L’occhio mi cade (in realtà, lo lancio) sullo schermo di una tv  accesa, appesa poco oltre la soglia di un bar. Una decina di uomini occupano i tavolini in ordine sparso. La fascetta in sovrimpressione mi informa che è il settimo minuto del secondo tempo. Il risultato è di uno a uno. Rallento. Penso di scegliere un tavolo, sedermi, ordinare una birra e spiegare, a chi fosse curioso, che sono napoletana e che questa partita è troppo importante. Sto per farlo davvero, ma ci ripenso. Mi mancano dieci minuti per arrivare a casa. Il Napoli dovrebbe segnare almeno tre goal senza prenderne altri. C’è ancora speranza, ma è altrettanto forte il disincanto. Non è ancora finita, ma è comunque appesa a un filo.

Rientro, accendo la tv, il Napoli perde tre a uno. 

Fine della speranza, fine del disincanto. 

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Brasile 3 Argentina 0

Il Mineirão è enorme. Lo sapevo già, avendone ammirato il profilo, tutte le volte che siamo andati a passeggiare intorno al lago di Pampulha. 

Quando però parcheggi a due km di distanza e, arrivata sotto lo stadio, ti rendi conto che il tuo ingresso è da tutt’altra parte, cioè quasi dall’altra parte della città, allora sì che ne apprezzi appieno la grandezza. 

Il tragitto a piedi è un fulgore di maglie verde e oro. Di argentini non se ne vedono. L’unica traccia è il Maradona che, insieme a Pelè, campeggia sullo striscione che avvolge le spalle di due ragazzi. Vorrei fotografarli e cerco il telefono nel marsupio, ma non lo trovo. Porcazozza! Devo averlo dimenticato quando l’ho tirato via per fare spazio ai due pacchetti di biscotti al presunto (che sarebbe il prosciutto o presunto tale), che nemmeno mangerò. 

Troviamo finalmente il nostro ingresso. È previsto il passaggio attraverso vari tornelli, con tanto di perquisizione. 

Una ragazza mi chiede di aprire il marsupio.

– Tie’. Fai pure Tanto ho pure dimenticato il telefono.- le dico, continuando a sbuffare, ma lei nemmeno mi ascolta ed è già passata a controllare la persona successiva.

Dopo l’ingresso, tocca trovare il settore. Questo è più facile e, felice, salgo le scale a due a due.  Stiamo per entrare. Davanti a noi, un gruppo di tifosi improvvisamente si blocca.

– Ronaldinho! Ronaldinho! 

Sì, è proprio lui. Lo riconosco dai dentoni e dai capelli. 

Luca mi guarda e, dopo sei ore di stress e di nervoso da traffico, sia per rientrare a casa a prendermi, sia per raggiungere lo stadio, mi rivolge il suo primo sorriso. 

– Oh, ma era proprio Ronaldinho!!  Ma hai visto che tipo? Con le “ciavatte”! Ma che si stava a mettere la maglia del Barcellona? Ma poi è uscito proprio dal nostro settore, nel momento esatto in cui stavamo arrivando. Roba che, se lo racconti, nessuno ti si crede!

(Soprattutto se non hai il telefono per poterlo fotografare. Grrr)

Entriamo. L’emozione è fortissima, un colpo d’occhio di luci, persone e colori  che non so raccontare. Come quando andavo ai concerti e il cuore mi batteva forte forte al solo pensiero di esserci. 

Sul campo, alcuni calciatori si stanno riscaldando. Sotto di noi, quelli del Brasile, dall’altro lato quelli dell’Argentina. Forse c’è  anche Ezechiele, ma è impossibile sperare di riconoscerlo da dove mi trovo. Gli mando comunque un bacio. Se ci sta, lo raggiungerà. 

Troviamo i posti e ci mettiamo a sedere. Siamo al centro della curva sud, alle spalle di una delle due porte e, anche se la prospettiva è un po’ schiacciata, la visuale è perfetta.

Un ragazzo seduto nella fila davanti alla nostra proclama a gran voce la superiorità del Brasile rispetto all’Argentina. 

– Noi abbiamo vinto più mondiali! Maradona sniffava! Cavolo se sniffava! Se no com’era capace di dribblare sempre tutti? Quel goal con l’Inghilterra. Là stava veramente fatto!

Va avanti così per circa dieci minuti. Ad ogni frase, si gira indietro, verso di noi e sorride sornione.

Capisco l’antifona e, a un certo punto, lo interrompo.

– Senti, bello mio, è inutile che ti applichi. Non siamo argentini, siamo italiani. 

– Oh, italiani! E di dove?

– Io sono di Napoli.

– Napoli??? Napoli! Maradona!! Maradona però sniffava, se no col cavolo che vinceva il mondiale!

E niente. Ormai sta in loop.

Nel frattempo, entrano le due formazioni in campo.

– Quello è Higuain. 

– Quale?

– Quello con le scarpette arancioni. Le tiene solo lui, non ti puoi sbagliare. 

Ecco, vedere Higuain è stato un colpo al cuore. La stessa identica sensazione di quando rivedi un ex, qualcuno a cui hai voluto tanto bene. Ti gira un po’ la testa e, per un attimo, persino dimentichi che è finita, che è finita di merda. E vorresti solo riabbracciarlo e dirgli “Mi sei mancato, forse ti amo ancora, possiamo tornare insieme?” 

Poi, alle mie spalle, qualcuno urla – Higuain vagabundo, Higuain traidor! Sei più chiatto di Adriano quando giocava nel Corinthias!

E così mi riprendo e lo vedo per quello che è. Gli ex inevitabilmente diventano tutti dei gran cessi. Era l’amore a farli risplendere,  a renderli meravigliosi e forti.

E Higuain oggettivamente non è più né meraviglioso, né forte.

La partita comincia e il Brasile è travolgente e segna due goal già nel primo tempo. Io festeggio, salto, partecipo ai cori e trovo anche il coraggio di urlare: “Sei proprio un piecoro!”

– Con chi ce l’hai?- mi chiede Luca 

– Con Higuain. 

– Ma quel passaggio non lo ha sbagliato lui.

– Embè, comunque è un piecoro.

È bella la gioia, l’euforia collettiva e mi lascia ammirata la correttezza del pubblico brasiliano. Al di là degli sfottò e di qualche fischio, è bello sentire gli applausi e le ovazioni quando il pallone finisce sui piedi di Messi. Anche se, quando il pallone finisce a Neymar, le ovazioni sono decisamente più calorose.

Nel secondo tempo, il Brasile segna il terzo goal, proprio nella porta su cui siamo seduti. Lo stadio è in delirio. 

Mi sarebbe piaciuto vedere anche un goal dell’Argentina, ma la partita finisce tre a zero.

Lasciamo lo stadio con la certezza di aver partecipato ad un evento unico. Fortunatamente non c’è lo stesso traffico dell’andata e in un quarto d’ora siamo a casa.

Il telefono mi aspetta sul divano, dove lo avevo lasciato. Trovo il messaggio di un’amica brasiliana. “Com’è andata? Hai visto? Hai portato fortuna al Brasile!” 


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Brasil vs Argentina 


Lunedì sera
– A proposito…Ma lo sai che giovedì sera giocano Brasile e Argentina al Mineirão?

– Ah sì?

– Sì sì. E dovrebbe esserci pure l’amico tuo.

– Dai! Higuain non è più amico mio.

– Ma no! Quell’altro!

– Jorginho?

– Ma nooo! Quello che sta in Cina.

– Ezechiele?? Oddio, viene pure Ezechiele??? Andiamo, ti prego, andiamo!!

– Se riesci a trovare i biglietti, perché no?

Martedì pomeriggio 

– Perché sorridi?

– Perché ieri sera Luca mi ha detto che giovedì, a Belo Horizonte, giocano Brasile e Argentina. E mi ha detto che se trovo i biglietti possiamo andarci.

– E li hai trovati?

– Non è solo il fatto di averli trovati a farmi sorridere. È che l’unica rivendita fisica di biglietti si trova quaggiù, nel tuo stesso palazzo.

– Maddai! Io neanche lo sapevo!

– Figurati io! Se mi fossi dovuta recare apposta a comprarli, forse avrei rinunciato,  ma così proprio non ho più scuse. È destino che ci vada.

Mercoledì sera

– Adesso però lascia stare. Smetti di piangere, asciugati gli occhi e pensa alle cose belle. Ok?

– Ok, doc. E domani, per non pensare, me ne vado persino a vedere Brasile-Argentina!

– Tu sei matta! Ma così si fa.

Stamattina 

– Che cos’è quest’aria triste. È Lavezzi, ma che grand giucator che è Lavezzi, nanananananana, vac’ pazzo, vac’ pazzo pe Lavezzi!

– Oddio, è stasera! Grazie per avermelo ricordato! Per fortuna che ho preso i biglietti. Per fortuna che esiste Lavezzi. 

***

E così, tra qualche ora, per la prima volta nella mia vita, andrò allo stadio a vedere una partita “vera” (l’unica esperienza precedente risale al 1994, San Paolo di Napoli- non do Brasil- partita del cuore Nazionale Cantanti contro Campioni dello sport, quando avevo quattordici anni, ero innamorata di Luca Carboni e mi misi a piangere, quando dopo cinque minuti di gioco, alla sua trentacinquesima papera, lo sostituirono). Stasera, nella patria del calcio, il Brasile, assisterò al più classico degli scontri, Brasile vs Argentina. Sarebbe stato triste perdere questa occasione. La partita comincerà alle 21.45 ore locali. Non so se mi trasmetteranno in mondo visione. Ad ogni modo, se proprio volete vedermi, cercate una sbrindellata che si agita in curva. Non so nemmeno se Ezechiele, per gli amici Lavezzi, giocherà, ma spero tanto di vederlo. Alla fine, vado per vedere lui. E vabbè, sono sincera… Ci vado pure per insultare Higuain. 


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Allenarmi tutti i giorni 

José ha sessantacinque anni. Me lo dice lui, perché, fosse stato per me, gliene avrei dati cinquanta portati male, cinquantacinque al massimo.

Mi capita spesso. 

– Quanti anni pensi che abbia? 

– Non credo che arrivi a sessanta.

– Ne ho settantadue.

Qui un sacco di persone mostrano una quindicina di anni in meno.

Ho conosciuto José al parchetto vicino casa. Da due settimane ho preso ad allenarmi tutti i giorni e, per quanto “allenarmi” e “tutti i giorni” siano espressioni avulse al mio frasario, tanto più se combinate insieme, ancora sto reggendo. 

Ero intenta a scalare un attrezzo quando José mi si è avvicinato. 

– Ti piacciono le prugne?

Io avevo le cuffie nelle orecchie e il sangue in testa, perciò ho capito una cosa tipo “ti piace fare a pugni?”

L’ho guardato con l’espressione del e mo’ che vuoi che ti dica, ho storto un po’ le labbra e ho mormorato un sì affannato, sperando che l’allenamento del giorno non includesse una sessione di pugilato con un perfetto estraneo.

José deve aver notato la mia perplessità ed ha ripetuto- Ti piacciono le prugne?

A quel punto mi sono illuminata. 

– Vedi, quella è una pianta di prugne. E questo un albero di manghi. Vieni, te li mostro. 

Sono scesa dell’attrezzo e con due passi mi sono ritrovata sono un albero gravido di frutti acerbi.

Abbiamo cominciato a chiacchierare di flora e fauna, delle differenze tra il Brasile e il continente europeo. 

All’inizio, sentito il mio accento, José ha pensato fossi argentina e pure questa è una cosa che mi capita spesso. Fortuna che qui non se lo caga nessuno, se no mi verrebbe il dubbio che sto cominciando a somigliare ad Higuain. 

Dopo un po’ che chiacchieriamo, José mi chiede – Fai meditazione? 

– No.- rispondo. 

– Strano. Parli come una che fa meditazione. 

A parte che stavo ancora mezza affannata dagli esercizi e ci sta che tra una frase e l’altra, alla ricerca della parola giusta, qualche ohmmm ohmmm mi sia partito. Però non medito. Cioè, ogni tanto medito qualche vendetta. Ma solo quello, nient’altro. 

– Allora adesso ti mostro qualche esercizio.- e dicendo questo, José mi invita a prendere una posizione da guerriero maori, con i piedi in linea con le spalle, le ginocchia rivolte verso l’esterno e le mani unite a cuore sull’ombelico.

– Adesso respira con la pancia. 

E io respiro. 

– No, non così.  Stai respirando con il diaframma. Respira con la pancia. 

Respiro un’altra volta. Un respiro che non è molto diverso dal precedente, ma pare sia quello giusto. 

– Brava, continua così. 

E io continuo. 

– Ti senti più rilassata? Più serena?

In realtà, mi sento tale e quale a prima e forse un po’ più scema a causa della posizione, ma non vorrei si offendesse, perciò muovo entusiasticamente la testa ad indicargli di sì. 

– Adesso che hai imparato, fai questo esercizio tutti i giorni, ché ti sentirai benissimo.

Gli prometto di farlo e torniamo entrambi agli attrezzi.

Il parchetto è frequentato quasi esclusivamente da pensionati. È incredibile in quanti siano più in forma e molto più energici di me. Una signora in particolare, che ho scelto come modello e come competitor, ogni giorno puntualmente mi batte sulla resistenza.  Credo abbia un’ottantina d’anni, ma, considerato il modo in cui confondo sempre l’età, ne avrà sicuramente un centinaio. 

Rimetto le cuffie alle orecchie e riprendo ad allenarmi. 

Ormai faccio questo tutte le mattine, da due settimane. Anche se fa un caldo torrido. Anche se “Ma ci sono quaranta gradi! Così ti muori!” cui replicò ” Sì,  ma almeno mi muoio magra!”. Anche se non mi sto dimagrendo affatto, anzi sembra che i jeans mi stiano addirittura più stretti.

L’esercizio che mi ha insegnato José non l’ho più fatto. Ma, considerato che è da quella volta che non l’ho più visto, non credo che faccia così bene.


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Promesse 

Ieri, dopo mesi di campagna elettorale e due turni di votazione, si è deciso chi sarà il nuovo sindaco di Belo Horizonte. 

Vivendo da poco in questa città, che mi è sempre sembrata perfetta così com’è, e, soprattutto, non avendo diritto di voto, non mi sono interessata granché a queste elezioni. 

So che il candidato vincitore è un personaggio “nuovo” alla politica, imprenditore edile, conosciuto, in particolare, per essere stato presidente dell’Atletico Mineiro, squadra calcistica di Belo Horizonte. (Belo Horizonte ha tre squadre di calcio: l’Atletico, il Cruzeiro e l’America. Mi capita spesso che mi chiedano per quale delle tre io simpatizzi. L’Atletico Mineiro ha la divisa a strisce bianco-nere. L’America ha la divisa a strisce verde-nere.Il Cruzeiro è azzurro. Da tifosa del Napoli, non mi è stato difficile scegliere da che parte stare.)

Stamani, sul quotidiano Metro BH, oltre a celebrare l’elezione del nuovo sindaco, a pagina 03, riassumevano in sedici punti le sue promesse elettorali, incastonate in un apposito quadrante sormontato dalla scritta: ritaglia, conserva ed esigi.

Ecco, dovrebbe funzionare così per tutte le promesse.  Stamparle, ritagliarle, conservarle e pretendere che siano esaudite. 


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Quando finisce un amore

Napoli 30/12/2015
Quanto costano le magliette?
– Cinque la piccola e otto la grande.
– Una grande. È per me.
– Quale ti do?

Non esistono garanzie sulla durata o la fine di un amore, ma il fatto di sapere a priori che ogni storia, dalla più effimera alla più profonda, è potenzialmente destinata a finire, non evita di rimanerci male, quando effettivamente finisce.
Perché, quando si ama qualcuno, così come io ti ho amato, è difficile accettare qualunque tipo finale, tanto più se è un finale di merda.
E pensare che io nemmeno volevo amarti.
Dopo Ezechiele e la sua fuga con la francese, mi ero convinta che nessun altro mi avrebbe rubato il cuore. E, infatti, per quanto Edison si fosse impegnato, provando a conquistarmi, non c’era mai riuscito e, quando pure lui, alla fine, se n’era andato con la stessa francese, una semplice scrollata di spalle era stata più che sufficiente per dimenticarmene.
Tu arrivasti all’improvviso, come un colpo di fulmine a ciel sereno, durante il primo pomeriggio di una domenica di agosto. Di te sapevo soltanto che eri un coglione che si era sfracellato la faccia su uno scoglio di Capri. Ma mi bastò guardarti. E il rospo, vestito d’azzurro e di grinta, diventò il principe insieme al quale io, che mi ero sempre sentita una cenerentola, forse finalmente avrei avuto l’opportunità di diventare una regina.
Quante ne abbiamo passate insieme? Tante gioie e altrettanti dispiaceri. In alcuni casi, a ripensarci adesso, la colpa è stata tua, ma la mia idolatria era tale da negare ogni tuo difetto, ogni tua mancanza. Era tale da difenderti sempre contro tutto e tutti.
E adesso te ne vai, mi lasci e ti aspetti pure che ti auguri di essere felice.
Non posso. Non si può augurare la felicità a chi ci spezza il cuore.
La discriminante tra il “possiamo rimanere amici”, il “ti vorrò per sempre bene” e il “che ti puozz’ cecà!” è data dalla modalità con cui ci si lascia o si viene lasciati.
Se tu, per esempio, mi avessi lasciata civilmente, mi avessi spiegato le tue ragioni o mi avessi dato modo di intendere che con me non eri felice, avrei capito o magari no, ma comunque lo avrei accettato. Tu, invece, da grande scornacchiato quale sei, mi hai fatto credere fino alla fine che tutto quell’amore era ricambiato, che era solo invidia quella degli altri, che mai e poi mai tu avresti potuto tradirmi in un modo tanto becero e bieco.
Se fossi scappato pure tu con una francese o un’inglese o una tedesca o qualche amica della tua vecchia fiamma spagnola,  lo avrei superato. Tanto…chi ti vedeva più?
Invece, tu ti sei comportato come il peggiore degli uomini. Quello capace di tradire la sua donna con la sua migliore amica. Solo che tu hai fatto persino peggio, perché hai tradito la tua donna con la sua peggiore nemica. E questo è imperdonabile.
Perciò, vattene pure a Torino, Gonzalo. Vattene a Torino e vattene a fanculo!
A me passerà. Arriverà qualcun altro, più giovane, più bello e più forte di te. E non proverò nessun rimpianto, vedendoti indossare quel pigiama a righe.
Perché, alla fine, vuoi sapere la verità? Nonostante ti adorassi, non sei mai stato tu il mio preferito.

Quale maglietta vuoi? Quella di Higuain?
– No. Credimi, a Higuain voglio un bene dell’anima. Ma Higuain è un centravanti. Oggi ti ama, domani ti schifa. Dammi quella di Hamsik. Il capitano è sempre il capitano.

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Europei 2016

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– E tu che ci fai qua? Non torni in Italia? Ma come!  Ci sono gli europei.
Spiegare a un brasiliano che sono italiana e quindi europea, ma che gli europei si giocano in Francia e, sì, pure i francesi sono europei, ma gli italiani restano italiani e i francesi restano francesi, è cosa molto ardua.

– Ma la Francia è vicina! Ci potresti andare anche in treno!
Ancora più arduo è fargli capire che quando vivi gran parte della tua vita in un paesello di dodicimila anime, la cui superficie totale, a confronto con quella del Brasile, è l’equivalente di uno sputo di mosca sulla mappa dell’universo, la tua concezione della distanza è leggermente diversa dalla sua. Perché il fatto che tra il sud e il nord del Brasile ci sia la stessa distanza che separa Napoli dal Polo Nord non significa certo che, ogni anno, andavo a salutare babbo natale. Al massimo andavo all’edenlandia, ma pure per quel viaggio di un’ora scarsa erano previste pianificazioni lunghe settimane.

– Ma mica per andare a vedere le partite? Per godervi la festa tutti insieme! Quando ci sono stati i mondiali qui in Brasile, anche se non sono mai andato allo stadio, io mi sono divertito tantissimo e ho fatto amicizia con un mucchio di argentini, colombiani, cileni. Ogni sera era sempre una grande festa!
Sicuramente qualcuno pronto a farmi la festa lo troverei anch’io. Ricordo bene quando, nel 2006, a due mesi dalla finale dei mondiali, casualmente conobbi un francese che, appena saputo che ero italiana, memore dell’episodio tra Zidane e Materazzi, minacciò di darmi una capata in bocca. Per non parlare di quella volta che andai a vedere Italia-Spagna a piazza San Giovanni e, non solo perdemmo, ma rischiai pure di prenderle da un gruppo di spagnoli.
No, no. Io gli europei me li guardo alla televisione.  In Brasile.