Le coccinelle volano


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Prigioniera 

Devo essermi addormentata. Non ricordo come. Ho la sensazione, non la certezza, che capiti spesso. Soprattutto quando comincio a chiedermi se esiste un modo per vivere per sempre. Perché il fatto che tutti prima o poi si muoia non mi è di alcun conforto. Dev’essere per questo che mi addormento. Forse nei sogni una soluzione c’è. Devo solo riuscire a ricordarmela. 

Purtroppo non ricordo mai cosa ho sognato. Ma ho la sensazione che nei sogni esista una soluzione. L’ho già detto? Vorrei trovare una soluzione per vivere in eterno, quella che non incontro quando, da sveglia, cerco nei cassetti, sul fondo degli armadi, e, se sono brava a fuggire di casa, nelle grate dei tombini e nelle crepe dell’asfalto. Perché io sono prigioniera, l’ho detto? C’è un uomo, un vecchio, che mi impedisce di uscire. Mi dice che è per il mio bene, mi chiede di starmene buona. Se sapessi dove tiene quel… Come si chiama? Boh, non mi ricordo, ma so che ha un oggetto con cui parla e da cui escono voci. Lui le blocca con l’orecchio, ma, se gli sto vicino, riesco a sentirle tutte quelle voci. E allora urlo, chiedo aiuto. Lui mi fa segno di stare buona, di calmarmi, ma io urlo forte lo stesso. Comunque, se riuscissi a sapere dove nasconde quel coso potrei usarlo per chiedere a quelle voci come posso vivere in eterno e, se pure loro non hanno una risposta, posso chiedere loro di venirmi a salvare.

Sono prigioniera e voglio scappare. Perché questo vecchio non mi fa uscire? Cosa vuole da me?

A proposito, da quanto sono sveglia? Dov’è? Tutte le volte che apro gli occhi, la prima cosa che vedo è il suo faccione grinzoso. Sento dei rumori in cucina. Faccio per alzarmi, ma inciampo contro il comodino.

– Amore, sei sveglia?

Rumore di passi, mi metto a sedere. Compare sulla porta, sembra ancora più vecchio. 

– Amore, da quanto tempo sei sveglia? 

Lo fisso. Ho sempre la sensazione che mi ricordi qualcuno di cui non mi ricordo. Perché? Perché è così difficile? 

– Amore, cos’hai? Non ti senti bene? Vuoi che ti accompagni in ospedale? 

– Noooo- urlo con tutto il fiato che ho in gola.- Voglio andarmene da questo posto! Lasciami andare!!! Voglio tornare a casa mia!

– Ma questa è casa…

– Nooooo! Smettila con queste bugie! Io voglio tornare da mio marito, voglio tornare da Lorenzo.

– Ma, amore, sono io. Sono io Lorenzo.

– Bugiardo! Tu sei un vecchio viscido e crudele. Lorenzo, no. Il mio Lorenzo è bello.

Si avvicina, mi abbraccia, mi divincolo, lui stringe più forte. Allora affondo la testa nel suo petto e mi tranquillizzo, ma solo per un attimo, un solo istante.

Mi accarezza i capelli, il petto gli si solleva in singhiozzi.

– Sono Lorenzo, amore, e questa è la nostra casa, la casa che abbiamo comprato insieme. Ti ricordi? Un giorno guarirai e ricorderai tutto. Me lo hai promesso. 

– Qual è la soluzione? – Gli chiedo. – Dimmi la soluzione per non morire mai.

Riesco a divincolarmi dal suo abbraccio e lo fisso in fondo agli occhi. Lui continua a singhiozzare. 

Non so quanto tempo trascorriamo così, non me lo ricordo. So solo che, all’improvviso, l’ho guardato e l’ho riconosciuto. Finalmente so chi è, è lui, è il mio Lorenzo. E, stringendolo, riesco a ricordarmi persino che il mio desiderio di non morire mai è legato alla volontà di non lasciarlo mai.

Dovrei tenerlo a mente tutte le volte che sto per addormentarmi. Ma è impossibile. Non riesco a ricordarmi mai niente.

L’ho già detto che sono prigioniera di un vecchio? 

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Il bianco e il nero 

​- Adesso tu ti aspetti una risposta, una soluzione. Ma non credo di potertela dare, non subito almeno. E ti spiego perché. 

Nel nostro mondo, esistono solo il bianco e il nero. Non c’è posto per altri colori. Non c’è posto per le sfumature. 

Sai com’è  il tuo problema? Il tuo problema non è bianco, ma non è nemmeno nero. Il tuo problema si pone nel mezzo, al limitare tra bianco e nero. Solo che, come ti ho spiegato, in questo mondo, non esistono vie di mezzo. È per questo che per alcuni il tuo problema è bianco e per altri è nero. Ma nessuno di loro ha ragione e nessuno ha torto. 

Hai idea di quanto tutto questo sia difficile? 

Di che colore è questo portapenne? Questo portapenne è come il tuo problema. Questo portapenne è grigio. Prova a uscire in strada, a fermare le persone e a imporre loro di dirti se per loro è bianco o è nero, escludendo l’opzione del grigio. I più scuoteranno la testa e si rifiuteranno di darti una risposta. 

Ma il tuo problema resta, a prescindere da quello che è il suo colore. E bisogna risolverlo. Chi lo vede bianco, ti consiglierà una soluzione. Chi lo vede nero, te ne consiglierà altre. Ma saranno soluzioni bianche per un problema grigio e soluzioni nere per un problema grigio. Quindi tutte soluzioni inadeguate, in alcuni casi futili e, in altri, troppo drastiche.

Il punto è: tu come lo vedi il tuo problema? Bianco o nero?

– Io? Io non ho nessun problema.


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Come ho già scritto, l’altro giorno, mentre passeggiavo in pieno centro, mi sono imbattuta in un matto che lanciava sampietrini e per poco non mi ha colpita.
Non mi ha colpita, appunto. Ma se lo avesse fatto?
Come sarebbe stato interpretato e riportato il suo gesto?
Un ultrà brasiliano uccide a sampietrini un’immigrata italiana?
Un fondamentalista cristiano lapida una donna atea?
In fondo, ormai è davvero facile manipolare, accentuare o colorare la realtà per farne notizia.
Le mie ipotesi sono ovviamente ridicole ed estreme. Del resto, quel folle non aveva alcuna idea del fatto che sono italiana, tantomeno che sono atea. Allo stesso modo in cui io, tuttora, non ho assolutamente idea di chi egli fosse, quale fosse il suo credo, la sua ideologia o la sua etnia. Era semplicemente un pazzo violento ed io, semplicemente, ero la passante nel posto sbagliato al momento sbagliato.
L’unica cosa più o meno sicura è che era brasiliano, poiché l’episodio si è svolto in Brasile, ma questo non significa che, d’ora in poi, penserò che tutti i brasiliani sono violenti, folli, fondamentalisti, razzisti, xenofobi o misogini.
Premesso ciò, non sono certo così stupida o presuntuosa da paragonare quello che non è successo a me, con quello che, invece, è successo a Nizza.
Solo che non mi è chiaro il motivo per cui, a prescindere dai precedenti attentati, il gesto di ieri, che a quanto si legge è stato compiuto da un unico folle, condanni tutti i tunisini, tutti gli immigrati, tutti i musulmani e, tra un po’, pure tutti i camionisti. E mi fa schifo leggere i post di chi inneggia al lancio di bombe atomiche sui paesi nordafricani e mediorientali, auspicando l’annientamento di milioni di persone che, in maggioranza, sono estranee al delirio di pochi folli attentatori e, dunque, innocenti.
È come se, per assurdo, io venissi accusata e condannata a pagare per i crimini fascisti solo perché sono italiana o per i crimini di camorra solo perché sono napoletana.
E questo mio punto di vista non è dettato dal fatto che su quel lungomare non c’ero io, non c’era la mia famiglia e non c’erano i miei amici. Mi rifiuto a priori di dirigere la mia rabbia contro un intero popolo, una nazione o una religione. La mia rabbia ed il mio sdegno saranno indirizzati sempre ed esclusivamente contro chi compie il gesto e, successivamente, contro chi lo strumentalizza, facendone un esempio valido per fomentare e veicolare e giustificare l’odio tra le parti, quali che esse siano.
Giustificare la violenza e la follia, sulla base di una provenienza geografica o di una professione di fede, significa assurgersi a giudici morali dalla parte del giusto, solo perché si è nati altrove e si crede in altro. Ma, purtroppo, la violenza e la follia non fanno distinzione di bandiere, non attecchiscono meglio in alcuni paesi piuttosto che in altri. La violenza e la follia non discriminano e, democraticamente, fanno presa su tutti gli esseri umani, che siano uomini o donne, bianchi o neri, cattolici o musulmani, etero o omosessuali.


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La cicogna dispettosa

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Il treno per Velletri di nuovo soppresso, cacchio! Per la terza volta in due settimane. E, guarda caso, erano esattamente due settimane che avevo firmato il contratto a tempo indeterminato. Come lo avrei spiegato ai capi? Se sei in ritenuta d’acconto e lavori a gratis pure il sabato e la domenica, sei una santa; se hai un contratto a tempo indeterminato e arrivi in anticipo e vai via due ore dopo aver timbrato l’uscita, sei una brava persona; ma se hai un contratto a tempo indeterminato e arrivi tutti i giorni in ritardo e cerchi di uscire in tempo per non perdere l’ultimo treno, sei una stronza. Una stronza che, peraltro, non è neanche in grado di comprarsi un’auto.
Ah sì, perché guadagni seicento euro netti e ne paghi quattrocentocinquanta d’affitto. Ma non lo sai che con un euro al giorno può camparci una famiglia di quattro persone?
Erano più o meno questi i miei pensieri quando mi accorsi della ragazza che mi guardava e sorrideva. Ci eravamo già incrociate nello stesso punto il giorno prima, entrambe col naso in su a controllare il tabellone delle partenze nella stazione di Ciampino.
Le sorrisi a mia volta e mi si avvicinò.
– Ciao, sei di Colleferro? Perché ti ho notata in stazione sia ieri che stamattina. Mi sa che facciamo lo stesso percorso.
– No, ma ci abito. E tu?
– Io mi ci sono trasferita a settembre per convivere col mio ragazzo.
– Io mi ci sono trasferita due settimane fa. – Ribattei a mia volta- Prima abitavo a Roma. Poi il proprietario del monolocale di dieci metri quadrati in cui abitavo, per l’anno nuovo, voleva regalarmi un aumento sull’affitto di cento euro. Perciò, considerato che sono fidanzata con un ragazzo che ha un appartamento in affitto ad Anagni, mi sono trasferita a Colleferro.
– E che c’entra Anagni con Colleferro?
Quella fu la prima delle tante giuste osservazioni che Alessandra mi avrebbe fatto negli anni a venire. In effetti, seppur geograficamente abbastanza vicine, non c’è nulla di culturalmente, storicamente, mentalmente, architettonicamente e provincialmente più diverso di Anagni e Colleferro. Ma io che ne sapevo?  Sapevo solo che in quel periodo odiavo i treni, odiavo il mio lavoro e odiavo l’idea di essere fidanzata con un fidanzato che odiava l’idea di convivere. Ma questo non glielo dissi. Almeno non subito.
Mi limitai ad aggiungere un’altra imprecazione sulla soppressione del treno.
– Senti,- mi disse- io sto chiamando il mio capo. Passa a prendermi lui qui in stazione. Vuoi che dia un passaggio anche a te?
E così, da quel giorno, io e Alessandra diventammo grandi amiche.
Tutti i giorni, salvo festivi, ferie e reciproci viaggi di nozze, per tre anni abbiamo viaggiato insieme per andare a lavoro.
In quei tre anni e in quelli successivi fino ad oggi, ne abbiamo condivisi di momenti importanti.
Ad esempio, Alessandra è stata la prima a cui, con grandissima emozione, ho inviato un messaggio con la scritta BRASILE!!!; Alessandra c’era quando ho dato una memorabile capocciata contro il cartello con la scritta Valmontone; Alessandra c’era ogni volta che un pazzo entrava in stazione e, tra tanta gente, sceglieva di importunare proprio me; Alessandra c’era persino al mio matrimonio, così come io sono stata al suo; Alessandra c’era, con la neve, con la pioggia, con il solleone, con gli scioperi, coi ritardi e coi treni guasti.
Insomma, Alessandra c’era, ma soprattutto ALESSANDRA C’È.
E, oggi, ha aperto un blog qui su WordPress, per raccontare il suo difficile percorso di adozione, reso purtroppo arduo dalla burocrazia italiana, e non solo, perché Alessandra di cose belle e interessanti da raccontare ne ha tante.
Questo è il suo blog Dateci un’occhiata.


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La tua ragazza è una stronza

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La tua ragazza è una stronza. Si vede da come ciondola il braccio quando passeggiate mano nella mano. Tu non tieni il ritmo e lei ti strattona, quasi fossi il pupazzo nuovo che orgogliosamente mostra in giro.

Dovevo immaginarlo che saresti finito con una così. Scialba, piatta, bassa, con una un’espressione velenosa da vipera scopaiola.

Nemmeno tu sei mai stato un granché. Non mi sei mai piaciuto molto. Fisicamente, intendo. E non mi piaceva nemmeno il tuo carattere. Sei il tipico stronzo rompiballe, che ronza di continuo, manco fosse una zanzara. Dove vai? Con chi vai? Cosa fai? Mi sembra ancora di sentirti e di vedere sulla tua faccia di merda quel piglio autoritario che in realtà non hai. Altrimenti non ti saresti fatto rivoltare come un calzino e spedire a quel paese, non una, non due, bensì mille volte nei soli sette mesi che siamo stati insieme. Fortuna che sono sempre stata brava a ritagliarmi i miei spazi, anche se con te dovevo sudare, stracciare, falciare. Però ci riuscivo. E’ per questo che dovresti stare attento a non andare sulle Alpi. Potrebbero scambiarti per un mammifero corniferino e finiresti vittima di una battuta di caccia.

Ti detestavo. E’ questo il punto. E ti detesto tuttora, per quell’atteggiamento patetico e vigliacco che hai assunto tornando a cercarmi. Che cacchio vuoi?

Fai il finto tonto, credendo di potermi trattare da finta tonta a mia volta. Ma io capisco. Mica mi sto a bere la storiella dell’improvviso interessamento alle mie sorti? Non te ne importava un cavolo di me nemmeno quando stavamo insieme, perciò risparmiami la solfa del Come stai? Il lavoro come va?, perché mi dai ai nervi. Vuoi metterti a posto la coscienza? E per cosa, se ti ho lasciato io?

Eppure, da qualche parte, in fondo, ma così in fondo che nemmeno una ruspa con un braccio di 20 km riuscirebbe a raschiare, qualcosa mi impedisce di mandarti a fanculo nuovamente.

Non mi piacevi. E’ vero. Odiavo la tua risata perché sembrava il raglio di un asino col catarro. E non mi piacevi, perché in effetti anche sotto molti altri aspetti eri un asino col catarro! Ma ti amavo. Per una ragione o per un’altra, entrambe a me ignote, ero innamorata follemente di te.

E forse lo sono ancora, cacchio! Anzi è quasi certo.

Perciò, richiamami, per favore! Ho così tante cose di cui parlarti. Anche perché, nel frattempo, ho cambiato lavoro.


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Arraià

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Ci invitano ad una festa. In realtà, non è proprio una festa, ma un arraià, cioè una confraternização, cioè una riunione festosa del gruppo di ciclisti di cui mio marito fa parte. Quindi più che un “ci” invitano è un “lo” invitano, perché l’unico punto di contatto tra me e una bicicletta, oltre al marito ciclista, è che la bici funziona con due ruote, mentre io ho due rotelle che mi funzionano. Ad ogni modo, l’invito è esteso anche ai familiari degli appartenenti al gruppo, perciò entusiasticamente mi aggrego.

– Ti hanno detto come dobbiamo vestirci?
– Tranquilla. L’85% delle persone userà una fantasia perciò puoi sbizzarrirti come ti pare.

Se vi invitano ad una festa in cui non conoscete nessuno e vi dicono che l’85 % dei partecipanti indosserà un costume di carnevale, abbiate buon senso, diffidate della statistica e comportatevi come la minoranza, perché, in caso contrario, potete star certi che, finché non arriverà la tizia vestita da sposa cadavere, tutti gli altri, elegantissimi e vestiti, opportunamente, a festa, passeranno il tempo a scrutarvi e scetticamente a chiedersi: “Ma chi cacchio è quella tamarra con gli stivali da cowboy, la gonna di jeans coi volant, le trecce di Pippi Calzelunghe e il capello a fiori balinese?”

Mercato

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Lo intravide, un po’ di sguincio, mentre rimestava un banco di mutande.
Non pensarmi, non chiamarmi, non cercarmi.
Non servono milioni di parole se ti stanchi di qualcuno. Basta un semplice messaggio, imperativo e negativo, e tutto quello che sembrava fosse storia in divenire si trasforma in una misera lembranza di promesse e tempo perso, forse inganno, che, soltanto dopo anni, se ci inciampi contro a caso, potrà smuoverti un sorriso.
Un uomo col megafono pubblicizzava jeans di marchi assurdi e inverosimili maglioni a collo alto; un tanfo di frittelle e panzerotti che impregnava l’aria; signore con la messa in piega pronta si accalcavano nei pressi del furgone con la frutta, dove un giovane tamarro che, con grazia neomelodica, fischiava un ritornello di D’Alessio, distribuiva buste a un euro l’una di tarocche, pere williams e mele annurco.
E quel profilo, che appena un mese prima misturava baci al suo, ora di pietra o, meglio, sale, la fissava statuario e mezzo torvo, senza cenno di sorriso.
Lei, arrogante, dopo un apparente sbando, affondò più giù le mani e, dal mucchio colorato, trasse un tanga verde mela, di speranza a primavera. Fiera, lo guardò negli occhi, mentre lui abbassò lo sguardo. Una ruga sulla fronte, linea triste sulle labbra.
Lei, imperterrita, giocava con la lycra, quasi che volesse dirgli: “Guarda quanto sono belle! Che peccato, dovrà essere per te, non potermele annusare.”
Lui, cogliendo l’intenzione, cambiò subito espressione. Sollevò la mano destra e le accennò un saluto. Poi, dopo aver chiuso il pugno, liberò l’indice e il medio e le inviò un segno di pace.
I marmocchi starnazzavano, nei pressi del banchetto con lo zucchero filato, contro madri le cui gonne si stiravano e prostravano ai capricci; un palloncino scintillante di elio era fuggito al gruppo e rapidamente si avviava verso il cielo; le olive di Gaeta e le alici sotto sale attiravano la danza delle mosche.
Lei ignorò il saluto e replicò al gesto di pace agitando il dito medio.