Le coccinelle volano


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Furti moderni

Abitavamo in piazza, in un palazzo molto antico, di quelli con pochi appartamenti, ma dai soffitti altissimi, dove stare al secondo piano senza ascensore equivaleva a farsi, ogni giorno, la stessa porzione di scale di chi invece abitava al quarto piano di un edificio moderno.
C’era un portoncino in alluminio anodizzato che apriva su un balcone veranda, sul quale si affacciavano, in ordine, la finestra di un soggiorno che era poi diventato la camera di mio fratello, una porta che dava sul corridoio (praticamente inutilizzata) e, alla fine del tunnel, la porta della cucina che era l’accesso da cui, normalmente, entravamo in casa.
Lasciavano spesso il portocino aperto. Dico lasciavano, perché era un’abitudine esclusiva dei miei genitori e di mio fratello. Io no, io già da bambina ero paranoica e chiudevo sempre.
Quel giorno, erano venuti a trovarci i miei zii. Era un sabato mattina, all’incirca mezzogiorno, ed io ero nella mia stanza, con la porta aperta, ma seduta alla scrivania, studiando faccia al muro, quindi non mi accorsi di niente. Mi resi conto che qualcosa non andava quando sentii mia madre urlare.
Avevano lasciato il portoncino aperto e una donna era entrata. Era passata dal corridoio, senza farsi vedere da nessuno, si era infilata nella camera da letto dei miei e aveva provato a rubare.
Mio padre e mio zio riuscirono a fermarla in tempo. Non aveva preso molte cose, solo qualche  piccolo oggetto d’oro di mia madre lasciato sul comò.
Di furti, negli anni, ne abbiamo subiti parecchi. Questo non fu certo il primo, né purtroppo l’ultimo.
Eppure, è notevole quanto persino la natura dei furti e del loro impatto sulle vittime si sia evoluta nel corso degli ultimi due decenni.

Anni fa, i ladri cercavano principalmente denaro, oro, auto, oggetti. Le cose da rubare erano appunto cose, per lo più anonime, che quasi nulla avevano da raccontare circa l’identità della vittima del furto.
Anche i televisori e le macchine fotografiche. Erano meri oggetti d’uso che poco avevano da dire ai ladri, se non quanto avrebbero potuto rendere al mercato nero. Del resto, che tipo di informazioni sul suo proprietario un televisore poteva fornire a chi lo rubava? Nessuna, tranne forse rivelare se  Italia 1 era sintonizzato sul tasto 6 o 7 del telecomando. E anche le macchine fotografiche. Ammesso che contenessero un rullino in uso, non credo che i ladri si prendessero la briga di sviluppare foto altrui.
I ladri contemporanei scardinano, invece, serrature che consentono accessi ben più privati nelle vite di chi viene colpito. Il furto di un computer o di un telefono cellulare non è una mera sottrazione di un oggetto, è bensì la sottrazione e appropriazione di un oggetto con una memoria che rappresenta e svela dettagli segretissimi circa l’identità della vittima.

Nelle ultime tre settimane, abbiamo subito ben due furti. Circostanza notevole considerato che, sebbene fossimo consapevoli che il Brasile è un paese con un tasso di criminalità e microcriminalità molto alto, finora non avevamo dovuto farci i conti.
In entrambe le circostanze, si è trattato di furti in auto, il che significa non solo che fortunatamente noi non siamo stati in nessun modo coinvolti, ma anche che non sono riusciti a rubare l’auto e si sono limitati ad aprirla e a portare via ciò che hanno trovato all’interno.
È successo la prima volta all’inizio di marzo, una domenica che, come d’abitudine, la strada in cui abitiamo era chiusa al traffico. Non potendo accedere al garage, Luca aveva parcheggiato l’auto nella strada immediatamente parallela, nei pressi di una birreria tedesca da cui, ogni sera, mi arrivano le note de “Il ballo del qua qua” e sulla cui insegna hanno orgogliosamente scritto “dal 2015”, il che vale a non farmela frequentare troppo, per paura che, essendo io risalente al secolo scorso, i proprietari mi prendano e mi espongano come pezzo di antiquariato europeo.
Recuperammo l’auto nel pomeriggio e non ci accorgemmo di nulla. Soltanto il giorno dopo, aprendo il bagagliaio per metterci la borsa da lavoro, Luca si accorse che mancava la ruota di scorta. Controllò e notò che la serratura dal lato di guida era stata forzata.
Ad ogni modo, ci era andata bene. Il giorno del furto, Luca rientrava da una trasferta in Italia da cui mi aveva portato una valigia piena di cose buone: un salame, i formaggini, un chilo di nutella, un pezzettone di prosciutto di Parma e altre ghiottonerie varie ed eventuali, tra cui merita sicuramente menzione un cotechino (che, avendo trascorso il capodanno in Brasile, mi era mancato tanto). Avevamo sensatamente tirato subito via dall’auto le valigie, altrimenti sarebbe stato un danno irreparabile. In fondo, una ruota di scorta si rimpiazza, ma il cotechino come lo avrei rimpiazzato?
Un’altra delle riflessioni a margine del furto era stata relativa all’assenza di oggetti tecnologici. “Sai che danno se fosse successo in un altro giorno e avessero trovato la borsa da lavoro col computer dentro?”
Purtroppo, lunedì sera, la domanda precedente ha ottenuto risposta. I ladri hanno di nuovo aperto l’auto, stavolta parcheggiata, per una rapida commissione, in un quartiere poco distante dal centro e, oltre alla nuova ruota di scorta, si sono portati via la borsa da lavoro e un paio di rayban pezzottati e senza una stecchetta.
Nella borsa da lavoro, c’erano appunto il computer ed un hard disk esterno, entrambi pieni di informazioni e di dati personali.
I ladri hanno portato via, dunque, non solo dei meri oggetti, ma tanti pezzetti delle nostre vite. E-mail, contatti, scansioni di documenti, annotazioni, foto.
Un sacco di mie foto.
E, per fortuna, che non ne ho mai fatte di compromettenti. Almeno il terrore di finire su youporn me lo sono risparmiato.

PS: Se vi capitasse di trovarvi in Brasile e di aver bisogno di un’auto, evitate di prendervi una Ka. Sono facilissime da scassinare.


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.


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Malgrado l’e-book

“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.” Diego De Silva

Si matura una certa boria nell’essere felici. Come se il fatto stesso di esserlo, valga come diritto ad esserlo. Ma la felicita non è mai un diritto, né un dono. È un presente in quanto sensazione attuale, il cui impatto si amplifica in base a quanto è stata decisiva in senso contrario, quindi negativa, la sensazione precedente, quella passata. Insomma, la felicità si conquista, si merita, si guadagna. E si preserva. Non è come la fortuna che, invece, coglie a casaccio. 

Me li ricordo quei giorni. Me li ricordo bene. Tutti uguali, tutti freddi. Io mi ricordo di ciascuno di quei giorni infelici. Mi ricordo di me, quando, a sera, buttata come uno straccio su un sedile a caso, fissavo, al di là del vetro, il buio decorato, secondo il caso, da pioggia, vento, alberi spogli e luci di case lontane, che sfilava correndo fuori dal treno. Quando il treno passava. Perché spesso il treno non passava per ore e tutto quel buio, anziché vederlo sfilare, ero costretta a indossarlo.

Ogni tanto, trovavo compagnia, qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, l’amica o l’amico di treno stanco quanto me, lo studente pieno di sogni svegli, in contrasto coi miei sogni ormai tutti addormentati, l’impiegato statale nauseato dal sistema. Insomma, una compagnia che facesse il pari con la mia infelicità a volte la trovavo. Ma il più delle volte, ero sola. 

Ricordo il rumore di fondo di ingranaggi usurati e di voci usurpate ad un chiacchiericcio banale e irritante. Ricordo la fame, il sonno e la voglia di tornare a casa, non importa a che ora, non importa che non ci fosse nessuno ad aspettarmi. La sensazione e la constatazione che niente andasse bene. Niente.

Possibile che fosse tutto così brutto? No, ovviamente. Qualcosa di bello c’era. Ma poco.

In mezzo a quel poco, c’erano i libri e le parole di Diego De Silva. Cominciai a leggere “Sono contrario alle emozioni”, oltre che per il titolo, soprattutto perchè mi ero convinta che l’autore, dato il nome, fosse sudamericano e perciò allegro. Poi, leggendo, scoprii che era delle mie parti. Poi mi piacque così tanto che lessi tutti gli altri suoi libri pubblicati fino a quel momento.

Era l’inverno del 2013. Qualche mese dopo, a pochi giorni dall’inizio della privamera, De Silva presentò “Mancarsi” al festival Libri Come, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Arrivai prestissimo e mi piazzai in prima fila. Insieme a me, tante altre donne, tutte cariche di libri da farsi autografare. Io non ne avevo, io leggo in maggioranza e-book. Ma l’autografo a De Silva lo chiesi lo stesso, sulla mia agenda. E in mezzo ai fogli sporcati con i miei pensieri, lui scrisse: “A Maria Pia, malgrado l’e-book”.

Era il 17 marzo del 2013 e facebook ieri me lo ha ricordato. Mi sarei limitata a sorriderne e a tenermi per me quel ricordo. Ma ieri è stato un giorno altrettanto felice e memorabile. (E ci sta che la felicità non cade a casaccio, ma, come il compleanno, cade sempre nello stesso giorno.)

In questi due anni in Brasile, con visto temporaneo, ho sempre inconsciamente nutrito il terrore di dover o essere costretta a tornare indietro.

Si matura una sorta di presunzione quando si è felici. Ci si sente invincibili, intoccabili. Ma la felicità non è invincibile e non dura in eterno. Lo sa bene chi non è sempre stato felice. E, quindi, la paura di dover tornare indietro, a quel tempo (e a quei luoghi) in cui ero tanto infelice, è sempre stata forte. Ma da ieri, questo adorabile paese mi ha concesso di restare qui permanentemente, per sempre, se lo voglio. E giuro che, se all’epoca in cui leggevo i libri di De Silva, avessi solo immaginato che, di lì a quattro anni, avrei maturato il diritto di vivere illimitatamente in un paese bello, caldo, allegro e senza troppi treni, mi sarei detta che era meglio per me smettere di leggere, perché troppi romanzi potevano farmi male alla salute mentale.

Ma la vita può riservare sorprese migliori di quelle che riserva la letteratura.


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Indovina chi viene a colazione

IL PRIMO GIORNO

– O Lu’, ti puoi girare un attimo? Guarda quel signore con la maglietta rosa. Non è identico a “tizio”?

Nel mentre Luca si gira a guardare, do un altro morso al mio cornetto ripieno di pollo e formaggino. Ci siamo fermati a mangiare qualcosa in una rosticceria salutista, dove, quando ho ordinato una coca cola, mi hanno guardata come l’anticristo e mi hanno servito acqua di cocco. Però, nonostante il salutismo, la rosticceria lavora davvero bene ed il cornetto in corso ed il panzerotto ripieno di prosciutto, che ho già allegramente divorato, sono proprio buoni. Lo ammetto. Non sono il massimo dell’eleganza. Ed ho l’aggravante del sole che mi ha appiccicato il costume e i vestiti addosso, ho i capelli esplosi e, per tenerli insieme, mi sono annodata il pareo in testa con un fiocchettone, che sembro uscita direttamente dalla pubblicità di “chiquita, la banana dieci e lode”.

– Forse per gli zigomi.- mi dice Luca, dopo aver dato una sbirciata al signore che gli ho indicato.

Ecco, lui è davvero bravo nei dettagli. Non riscontra mai somiglianze generiche, ma è sempre molto preciso. Quella persona ha le ciglia identiche a quelle di caio, quell’altra ha gli alluci spiccicati con quelli di sempronio. Cose così.

Io, intanto, continuo a mangiare e a tenere d’occhio il signore che somiglia a “tizio”.

– Guarda, Lu’. Se ne sta andando, adesso ci passa vicino. Guardalo e dimmi se non è uguale a “tizio”.

Il signore con la maglietta rosa ci passa accanto. Io lo fisso incredula. A Luca si sloga la mascella. Il signore ci sorride e si allontana.

– Cavolo!- fa Luca. – Non è che gli somiglia. Quello è proprio “tizio”!

Finisce lì. Nel senso che continuiamo a fare la nostra vacanza, ma l’incontro con il signore che somiglia a “tizio” e che forse è proprio “tizio”, tocca ammetterlo, ci ha segnati. E tutte le volte che passiamo da quelle parti, ci guardiamo continuamente intorno nella speranza di rivederlo, per poi farcelo reciprocamente notare e riderne insieme.

Del resto, quante volte può capitare di incontrare uno come “tizio” a spasso tranquillamente per la città? Sì, a Roma, mi capitava spesso di incontrare personaggi televisivi o, in generale, artisti. Dalla mia, posso assicurare che non sono ossessionata dalla fama (semmai dalla fame). Cioè, se incontro un personaggio che stimo, ho piacere a stringergli la mano. Ma  sempre con molto riguardo, sempre e solo se è possibile, mai dando fastidio. Sono gelosissima dei miei spazi e non potrei mai violare arbitrariamente quelli altrui. Una volta, ad esempio, incontrai Branko, di Branko e le stelle, sull’autobus. Come segno di riguardo, provai a cedergli il posto a sedere (se in cambio mi avesse previsto l’oroscopo, avrei apprezzato), ma lui rifiutò e scese alla fermata successiva senza neanche salutare. Infatti, da quel momento, consigliai a mia madre di dare ascolto solo a Paolo Fox.

L’ULTIMO GIORNO

Ci svegliamo all’alba, che se non avessero cambiato l’orario, spostando un’ora indietro, non sarebbe proprio l’alba. Ma è l’alba ed io, tanto per cambiare, ho fame. 

Scendiamo a fare colazione e, poiché è l’ultimo giorno, posso smetterla di preoccuparmi se mi si gonfia la pancia (a Rio, i complessi per la prova costume sono una cosa allucinante e giustificata). Mi dirigo al tavolo e prendo un bel po’ di fette di salame, un paio di mozzarelle e un panino. Del resto, felicità è mangiare un panino, nananananà. Finito il panino, vado a prendermi un bicchiere d’acqua. Ed è proprio in quel momento che appare. E, a quel punto, ne ho certezza. Non è un signore che somiglia a “tizio”. È proprio “tizio”! 

Torno al tavolo doppiamente euforica, sia per la presenza di “tizio”, sia per il fatto che “tizio” sia arrivato quando già avevo smesso di mangiare il panino col salame, ché non sarebbe stato mica tanto bello farmi vedere a quel modo?

– O Lu’, girati discretamente. Guarda chi c’è!

Luca si gira, incrocia lo sguardo di “tizio” e si dicono buongiorno.

Io sono davvero emozionata. È stupido, è infantile, magari è pure ridicolo. Ma, cavolo, è “tizio”!

“Tizio” che, nel frattempo, è molto a suo agio e va a sedersi ad un tavolo poco distante dal nostro. Potrei scattargli decine di foto, potrei andare a raccattare i suoi tovagliolini e portarli come souvenirs alle amiche al prossimo rientro in Italia. Potrei andare a chiedergli come mai hanno divorziato. Ma non lo faccio. Me ne sto buona buona a finire la mia colazione, guardandolo, di tanto in tanto, ammirata. In sala, del resto, ci sono tante altre persone e nessuno sembra notarlo.

– O Lu’, io però prima di andare via, vorrei andare a salutarlo. Sì, ho deciso. Vado a salutarlo!

Mi alzo e mi dirigo incerta verso il tavolo di “tizio”. Luca resta in disparte, a guardarmi.

Raggiungo il tavolo e mi paro di fronte a lui. “Tizio”, che è impegnato a controllare qualcosa sul suo cellulare, alza lo sguardo. Non sapevo che avesse gli occhi tanto chiari! Ha un’espressione interrogativa e, prima che l’imbarazzo mi blocchi, pronuncio tutto d’un fiato. – Mi scusi, volevo solo salutarla.

Ecco, giuro che non ricordo in che lingua gliel’ho detto. Lui però mi ha fatto un sorrisone e mi ha teso la mano.

– Lei è italiana?- E mi piacerebbe tanto poter dire che lo ha capito grazie ad una mia notevole somiglianza con la sua ex moglie, ma credo sia altamente improbabile.

– Sì- gli rispondo. E continuo a sorridegli inebetita.

– Grazie- mi dice lui.

– Si figuri.- replico io. – È stato davvero un piacere incontrarla.

– Anche per me.- e così dicendo si gira a guardare verso Luca, salutando cordialmente anche lui.

Mi allontano felice, varco la soglia e mi dirigo  verso la spiaggia di Ipanema.

Non avrò foto, né autografi, ma so che conserverò questo ricordo con molto affetto.

Chi era “tizio”? Per usare le parole di Luca “uno che ha sposato la Bellucci, l’ha lasciata e ha scelto di abitare a Rio. Insomma un mito”.


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Il primo giorno di scuola

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– Buongiorno! Sono la vostra nuova insegnante di latino e greco.- Esclamai, cercando di imprimere al mio tono tutta la convinzione possibile.
I ragazzi, fino a quel momento chiassosi, si zittirono e mi ritrovai di fronte un uditorio perplesso e quasi allucinato, dal quale, dopo lo smarrimento iniziale, si staccò una voce che chiese- Ma il prof di educazione fisica oggi non c’è?
– Non lo so. Io, però, sono la nuova insegnante di latino e greco.- E giuro che lo dissi senza più alcuna convinzione.
I ragazzi continuarono a guardarmi con sconcerto, finché arrivò un uomo robusto e abbigliato in tuta, che mi salutò cortese e se li portò via.
Ero entrata nell’aula sbagliata.

Quando, il giorno prima, al telefono, avevano chiesto della professoressa Monda, avevo buttato giù, dicendo che avevano sbagliato numero, perché in casa mia non c’erano insegnanti. Alla seconda, finalmente avevo realizzato e, con non poca emozione, avevo risposto- Sono io.
Mi sarei dovuta presentare a scuola alle otto in punto del giorno seguente. Quattro i convocati. La persona con il punteggio più alto avrebbe ricevuto la nomina.

Avevo presentato la domanda di inserimento nelle graduatorie per l’insegnamento, alcuni mesi prima, più per sport che per speranza. Un po’ come quando si compra un biglietto della lotteria, pur sapendo che le probabilità di vincita sono veramente infinitesimali.  Ma i premi della lotteria esistono perché qualcuno li vinca, giusto?

La sveglia, per me e mio padre, quel giorno suonò alle tre. Il treno partiva alle quattro e ventisette da Napoli. Un accelerato che di accelerato aveva solo il nome, perché quando arrivammo a Roma era giorno pieno.
All’appello, ci presentammo in due e, sebbene di punti io ne avessi sempre raccolti e presi un sacco (ma nei posti sbagliati), l’altra ragazza ne aveva più di me. Solo che lei già lavorava per CEPU, la cattedra era di sole undici ore e, a conti fatti, disse che non le conveniva accettare.
– Allora, lei cosa fa? Accetta?- mi chiese la segretaria.
Era fatta. La nomina era mia.
Corsi ad avvisare mio padre, che nel frattempo, era rimasto in strada in attesa di notizie.
– Mi hanno presa, papà! Ho ottenuto la supplenza!
– Quando devi tornare?
– In realtà, ho lezione già adesso. Quattro ore. Mi aspetti qua?

Era il 30 gennaio del 2007 e, nonostante siano trascorsi dieci anni, dalla prima volta che mi hanno chiamata “professoressa”, le cose che vorrei imparare ancora superano quelle che potrei insegnare.


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Ricominciare

Il disorientamento aiuta a stemperare la nostalgia, quando mi rendo conto che mi sono addormentata al freddo e al gelo di Roma e mi sono risvegliata nel calore pazzo di San Paolo, con i calzini e gli stivali ormai diventati un blocco unico attaccato al corpo e la vagheggiata speranza che, in mezzo a tanto sudore, almeno una cucchiaiata di struffoli, anche solo dai piedi, l’ho smaltita.
Non mi è mai facile partire, non mi è mai facile tornare. E non importa da dove o per dove. Che sia dal Brasile all’Italia o dall’Italia al Brasile, c’è sempre qualcosa dentro che mi si spezza e fa male.

Siamo rientrati ieri mattina, appena in tempo per festeggiare il capodanno. 

Ma come si festeggia il capodanno in Brasile? Non ne avevo idea e non sono sicura di essermene fatta una.

Nel dubbio, segue una Breve cronaca del mio primo capodanno brasiliano

– Tornate il 31 dicembre? Vi va di trascorrere il capodanno insieme?

– Con piacere!

E così ieri sera abbiamo trascorso la serata con una coppia di amici. Dopo piccole negoziazioni occorse a distanza, avevamo scelto di vedere i fuochi d’artificio in riva al lago. Un programma semplice e poco distante da casa, tenendo conto di quanto saremmo stati stanchi per il viaggio. 

Alle nove di sera, ero pronta. Tipico abbigliamento capodannesco: blusina nera, pantaloni neri ed un papillon rosso, ché un tocco di rosso ci vuole sempre. Solo che qui in Brasile ci si veste di bianco e, prima che ne prendessi coscienza,  per tutto il tempo della passeggiata verso il lago, mi sono sentita come un’imbucata ad un raduno di gelatai.

Le tante ore in volo ed il drastico cambio di temperatura mi avevano chiuso lo stomaco. Per fortuna. Perché qui in Brasile il cenone di capodanno è un optional. Solo che anche questo, per me che sono un’italiana, abituata a sedersi a tavola l’otto dicembre e a spostare la sedia per alzarsi all’alba del sette gennaio, è abbastanza traumatico. Niente cotechino, niente zampone, niente lenticchie, ma feijão tropeiro. Sto bene, passo.

La riva del lago era affollata e vociante. Si brindava indistintamente, ognuno come gli va e anche noi, presi dall’euforia, abbiamo stappato la dotazione di vino cileno, esaurendola ben rapidi.

– Ma come faremo a capire quando scatta la mezzanotte? – ho chiesto ad un certo punto. – Si farà un conto alla rovescia? 

No, non si è fatto il conto alla rovescia. Si è continuato a brindare a casaccio, finché, presa da scrupoli di coscienza, ho recuperato il telefono giusto alle 23.59, appena in tempo per vedere scattare la mezzanotte e cominciare a zompettare, ma senza seguito né riscontro, perché l’orologio del mio telefono era regolato male e, quando poi la mezzanotte è scattata davvero, perché sono partiti i fuochi d’artificio, io mi ero fatta già due minuti di festeggiamenti in solitaria e avevo ormai perso l’entusiasmo. 

Mi rimaneva un’ultima opportunità di riscatto: il trenino a ritmo di disco samba, cantando peppeppeppeppeppè, con la sicurezza di sciorinare la sequenza vocalica di a e i o u ipsilon, senza sbagliare la pronuncia. Ma niente, i nostri amici neppure la conoscevano. In compenso, da una vicina festa, giungevano le note della cover brasiliana di “la mia piccola Eva, Eva, il nostro amore è come un astronave,  Eva! Abbracciami di mare dolce piovra, Eva …” e, come un uovo di eternità (?), continuando a non sapere cosa voglia mai dire, ma sapendo per certo che un capodanno così profondamente alternativo non l’avevo mai passato, ho realizzato che, se questo nuovo anno sarà strano, inedito, differente e allegro come lo è stato il suo inizio, sono già a metà dell’opera.