Le coccinelle volano


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Costellazione Familiare

Alcuni anni fa, uno dei miei zii, nel tentativo di essermi di conforto, durante un mio periodo difficile, mi fece il seguente discorso.

– Maria Pi’, tu sei la prima Monda femmina della tua generazione. E questo per te deve essere un privilegio. Tutti i privilegi, però, come si sa, si accompagnano a dei sacrifici. E ci sta che, in qualità di prima erede femmina, tu abbia ereditato e stia scontando tutte le colpe delle nostra stirpe. Ma non ti preoccupare. Quanti anni tieni adesso? Ventotto? Se ti hanno condannato col rito abbreviato ti mancano da scontare altri due anni e poi, a trent’anni, non avrai più nessun problema.

Come si può facilmente immaginare, il discorso di mio zio, oltre a non essermi di conforto alcuno, mi apparve come una cagata pazzesca. Che fossi la prima nata femmina della mia generazione manco ci avevo mai fatto caso, né mi sembrava poi tutto ‘sto privilegio. Vero è che in alcune famiglie le figure dei primogeniti sono importanti, ma si tratta per lo più di primogeniti maschi, che ereditano proprietà, titoli e, in casi eccezionali, regni e corone. Che alle femmine toccasse tutta la sfiga genealogica non lo sapevo e avrei potuto tranquillamente continuare a fare a meno di saperlo.

Alcune settimane fa, nel mentre chiacchieravo di Lars Von Trier con un’amica, lei a un certo punto mi ha interrotta ed ha esclamato- Questo regista avrebbe bisogno di farsi fare una costellazione familiare!

Si parlava di Lars in quanto, durante una camminata precedente, la mia amica mi aveva chiesto se avessi mai sentito parlare di Nibiru, il pianeta che distruggerà la Terra, io le avevo risposto di sì e le avevo consigliato di guardarsi Melancholia. Per questo, quando mi ha detto “ha bisogno di farsi fare una costellazione  familiare”, ho pensato di aver capito male, che stesse ancora riferendosi ai pianeti e ai corpi celesti e ho fatto un vago cenno di assenso.

Lei però ha continuato e mi ha chiesto- Sai cos’è una “Costellazione Familiare”?

No, non lo sapevo.

Stando a Wikipedia, la Costellazione Familiare è una tecnica psico- quantica. E già questo basterebbe a non farmi voler sapere cos’è. Ma la spiegazione della mia amica è stata chiara, esplicativa e pure avvincente.

– Ieri- mi ha raccontato- sono stata ad assistere ad una pratica di Costellazione  Familiare. La persona che se ne occupava era stata ospite nel mio programma- la mia amica è una giornalista radiofonica-, mi aveva invitata e mi era sembrato interessante assistere. Assistere, senza partecipare. Perché chi si limita ad assistere paga cinquanta reais, chi partecipa e si fa fare la costellazione familiare ne paga cinquecento. Dunque, eravamo in un locale ampio, ma molto affollato. La maggior parte delle persone si trovava lì, come me, solo per assistere. Tutte le sedie erano disposte in cerchio e, al centro, c’erano la donna che avrebbe coordinato il tutto, una psicoanalista un po’ medium e un po’ sensitiva, e un cavalletto con un grosso blocco per appunti. Ad un certo punto, la coordinatrice ha invitato una delle persone che erano lì per farsi fare la Costellazione  Familiare, cioè una di quelle che aveva pagato 500 reais, a raggiungerla al centro e ad esporre ad alta voce, di fronte a tutti, il proprio problema. Per esempio, la prima persona chiamata era una signora il cui problema era quello di avere un figlio psicopatico. Nel mentre la signora esponeva questo suo problema, la coordinatrice prendeva appunti, annotando quelli che secondo lei erano i membri della famiglia attraverso i quali si poteva intercedere per risolvere il problema. Dopodiché, la signora è stata invitata a scegliere tra il pubblico le persone che avrebbero rappresentato i membri della sua famiglia. Io, ad esempio, sono stata scelta, non da questa signora, ma da un’altra delle partecipanti, per rappresentare la sua defunta nonna italiana. È stata un’esperienza incredibile! Quando ho raggiunto il centro del locale e mi sono posizionata nello spazio che mi era stato indicato, le mie braccia hanno cominciato a muoversi in maniera inconsulta, non riuscivo a tenerle ferme, avvertivo un’ondata di calore in tutto il corpo, mi sentivo come posseduta.

“A me sembrano i sintomi della dengue. Sei sicura che stai bene?” avrei voluto chiederle, ma il racconto mi stava piacendo e ho accantonato il mio sarcasmo perché arrivasse alla fine della storia.

– In sintesi, funziona così. Esponi il tuo problema, la coordinatrice sulla base della storia che hai raccontato individua i responsabili familiari del problema, tu scegli tra il pubblico le persone che interpreteranno questi familiari e ti confronti con ciascuno di loro, rinfacciandogli colpe, responsabilità, il tuo rancore e perdonandoli.

– E questo risolverebbe il problema?- ho chiesto incredula.

– Sì sì.- Ha affermato la mia amica.

– Quindi adesso il figlio della prima signora non è più psicopatico?!

– No, cioè sì è ancora psicopatico. Ma, dopo aver ripulito la Costellazione Familiare di tutti i sospesi, adesso quella signora è molto più serena e può affrontare il problema del figlio psicopatico in maniera più consapevole.

La tecnica della Costellazione Familiare ed il racconto della mia amica mi hanno inevitabilmente fatto ricordare il discorso di mio zio. E se fosse stato così avanti da avere ragione? Se davvero tutti i miei problemi e le mie sfighe fossero imputabili ad azioni e colpe dei miei antenati?

Poiché sono molto scaltra, mi sono resa conto che, una volta appreso il meccanismo, ci si potrebbe ripulire la Costellazione Familiare anche da soli. Basta scegliere un po’ di persone a casaccio, attribuirgli un ruolo parentale e sfancularle allegramente fino alla pace dei sensi.

Il problema, nel mio caso, è che l’unica persona disponibile, sarebbe mio marito ed ho il timore che se comincio a chiamarlo “bisnonno” e a sfancularlo a gratis, non solo mi ingarbuglio ulterioremente la Costellazione  Familiare, ma rischio pure di privarmi della sua presenza nella mia Costellazione  Familiare. Potrei scendere in strada e puntare a qualche generoso passante che si presti, ma… Non bisognerebbe mai fare agli altri ciò che non vorremmo gli altri ci facessero e, francamente, se mi capitasse di incontrare un estraneo che dal nulla cominciasse a chiamarmi “nonna” e ad urlarmi contro, a me girerebbero e non poco le scatole.

Perciò ho recuperato tutti i miei peluche. Il pipistrello rappresenta uno zio di mia madre che mi è sempre stato antipatico, il lupo è un cugino di mio padre che non ho mai conosciuto, la coniglietta è una defunta zia che non mi ha mai offerto nemmeno una caramella e l’ultimo, quella specie di orsetto verdastro con la coda di topo, essendo già di suo indefinibile, rappresenta un bisavolo anonimo, ma sicuramente malvagio.

Per un paio d’ore li prenderò a parolacce e scappellotti. Non lo so se funzionerà. Ma, in fondo, tentare non nuoce.


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La tua ragazza è una stronza

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La tua ragazza è una stronza. Si vede da come ciondola il braccio quando passeggiate mano nella mano. Tu non tieni il ritmo e lei ti strattona, quasi fossi il pupazzo nuovo che orgogliosamente mostra in giro.

Dovevo immaginarlo che saresti finito con una così. Scialba, piatta, bassa, con una un’espressione velenosa da vipera scopaiola.

Nemmeno tu sei mai stato un granché. Non mi sei mai piaciuto molto. Fisicamente, intendo. E non mi piaceva nemmeno il tuo carattere. Sei il tipico stronzo rompiballe, che ronza di continuo, manco fosse una zanzara. Dove vai? Con chi vai? Cosa fai? Mi sembra ancora di sentirti e di vedere sulla tua faccia di merda quel piglio autoritario che in realtà non hai. Altrimenti non ti saresti fatto rivoltare come un calzino e spedire a quel paese, non una, non due, bensì mille volte nei soli sette mesi che siamo stati insieme. Fortuna che sono sempre stata brava a ritagliarmi i miei spazi, anche se con te dovevo sudare, stracciare, falciare. Però ci riuscivo. E’ per questo che dovresti stare attento a non andare sulle Alpi. Potrebbero scambiarti per un mammifero corniferino e finiresti vittima di una battuta di caccia.

Ti detestavo. E’ questo il punto. E ti detesto tuttora, per quell’atteggiamento patetico e vigliacco che hai assunto tornando a cercarmi. Che cacchio vuoi?

Fai il finto tonto, credendo di potermi trattare da finta tonta a mia volta. Ma io capisco. Mica mi sto a bere la storiella dell’improvviso interessamento alle mie sorti? Non te ne importava un cavolo di me nemmeno quando stavamo insieme, perciò risparmiami la solfa del Come stai? Il lavoro come va?, perché mi dai ai nervi. Vuoi metterti a posto la coscienza? E per cosa, se ti ho lasciato io?

Eppure, da qualche parte, in fondo, ma così in fondo che nemmeno una ruspa con un braccio di 20 km riuscirebbe a raschiare, qualcosa mi impedisce di mandarti a fanculo nuovamente.

Non mi piacevi. E’ vero. Odiavo la tua risata perché sembrava il raglio di un asino col catarro. E non mi piacevi, perché in effetti anche sotto molti altri aspetti eri un asino col catarro! Ma ti amavo. Per una ragione o per un’altra, entrambe a me ignote, ero innamorata follemente di te.

E forse lo sono ancora, cacchio! Anzi è quasi certo.

Perciò, richiamami, per favore! Ho così tante cose di cui parlarti. Anche perché, nel frattempo, ho cambiato lavoro.


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Citrolandia

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Esiste un posto non molto distante da Belo Horizonte che si chiama Citrolandia, un posto in cui presumibilmente la citronella e le Citroën vanno fortissimo.
Il mio dubbio è: come si chiameranno mai gli abitanti di Citrolandia? Cedri, citri, citrolandesi o citrulli?

PS: l’umorismo infelice del taglio della foto non esprime un giudizio riguardo le qualità di Citrolandia. Nel senso che, semmai dovessi in futuro mandare qualcuno a quel paese, sebbene Citrolandia si ponga, onomasticamente, come località papabile, continuerei a scegliere un posto il cui nome sia più simile a Culonia.


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Otto Marzo

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Il mio pensiero per la festa delle donne va ad alcuni degli uomini che fanno gli auguri alle donne per la festa delle donne.

Agli oltranzisti per un giorno, che, come ultrà  affetti da sindrome bipolare, si riscoprono improvvisamente sostenitori della squadra avversaria e sciorinano slogan, aforismi e sentenze che, nell’arco di ventiquattro ore, archivieranno, per tornare allegramente a cantare Ollellè Ollallà faccela vedè, faccela toccà.

Ai fantasmi dell’otto marzo passato, che, puntuali come la morte, ti inviano un messaggio di auguri, ottenendo come risultato che ti ricorderai di loro nelle tue preghiere e gli dedicherai un eterno riposo, affinché, dal purgatorio in cui li hai o si sono autoconfinati, passino quanto prima al livello successivo.

Agli sfigati cronici, quelli che fin da adolescenti, regalavano mimose (e solo loro, perché quelli che ti piacevano, col cavolo!) a tutte le ragazze della classe, alle professoresse scorbutiche e pure alle bidelle, nella vana speranza che, in mezzo a quel gran numero, qualcuna ci cascasse, come  imbucati ad una festa a cui non sono stati invitati, che tentino di conquistare la festeggiata col regalo più bello.

Insomma, a tutti quelli che colgono questa occasione per dedicare un pensiero, un omaggio, un fiore e non lo fanno perché gli interessa davvero celebrarti, bensì solo per mettersi in buona luce, alla stregua di un satellite di periferia che solo una volta l’anno, riesca a cogliere qualche riflesso e ad emettere un minimo di bagliore.

A tutti gli altri, no, non va il mio pensiero. Magari un grazie, cui spero replichino di nulla.


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Avrei dovuto dirti ciao

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Avrei dovuto dirti ciao,

ogni volta che ne ho avuto l’opportunità,

ogni volta che ne avevo bisogno,

 lì, sulla porta che non abbiamo mai aperto,

dopo quel viaggio che non ho mai fatto,

in quella casa  dove mai abitammo,

né ci divertimmo,

e fuori le magnolie indossavano il loro primo candore,

che sullo sfondo verde delle foglie, 

faceva pensare a schizzi di candeggina su una maglia scura,

e per me era un suggerimento a ripulirmi

da ciò che non andava. 

A ripulirmi da te.

Avrei dovuto dirti ciao,

ogni volta che non ne avevo mai abbastanza,

ogni volta che sapevo era addio,

lì, su quel pavimento sempre troppo freddo,

su quel treno che mi portava verso casa,

mentre io volevo andare da un’altra parte,

dalla tua parte,

e lo zaino era pieno dei regali che avevo pensato di farti,

quel giorno che era primavera,

ma per quanto piansi mi sembrava novembre.

Avrei dovuto dirti ciao,

seduta, distesa o in piedi,

persino caracollante.

Ti ho detto vaffanculo.

Spero vada bene lo stesso.