Le coccinelle volano


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Il freddo è freddo

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Dicono che non faceva così freddo da più di quarant’anni.  Un freddo che, per me, in fin dei conti, sarebbe perfettamente tollerabile, una decina di gradi all’incirca, ma senza umidità e senza pioggia. Insomma, nulla di paragonabile ai gelidi inverni europei.
Ma il freddo è come la fame: se li hai sofferti una volta, li soffrirai sempre.
La suocera di una mia amica, ad esempio, ad ogni pasto, mangiava in maniera impressionante. – Io ho vissuto la guerra- diceva. E non importava quanti decenni fossero trascorsi da allora; non importava neppure che la guerra, in realtà, fosse finita quando lei aveva troppi pochi anni per riuscire a ricordarsene. Lei aveva maturato e continuava a provare una disperata paura di morire di fame.

Dicono che sia l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. Eppure, non nevica, non grandina, di notte non si ghiacciano le strade. Con un po’ di ardire e di coraggio (o forse solo con tanta povertà), qualcuno va persino in giro con i sandali e la magliettina a maniche corte.
A me, invece, è bastato provare un brivido, l’altro giorno, una leggera morsa al petto,  quella sensazione accantonata e ormai, esclusivamente, riservata ai rientri in italia, per convincermi a tirare giù dall’armadio il giubbottone imbottito.
– Amica, ma che devi andare a sciare?
Perché il mio giubbotto è decisamente eccessivo, appariscente, fuori luogo. Ma io ho vissuto e conosco gli inverni italiani. E non importa, né fa molta differenza, che io viva in Brasile da due anni; non m’importa neppure che non faccia così tanto freddo.
Il freddo è freddo e se ne hai sofferto una volta, se lo hai sofferto davvero, non te lo dimentichi.

 


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.


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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)


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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.


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Il vincitore

– Signore, abbiamo perso tutto al gioco.
– Tutto?
– Tutto tranne una cosa.
– Cosa?
– La voglia di tornare a giocare.
Questo quadro, esposto in una mostra visitata alcuni giorni fa (Los Carpinteros,  CCBB, Belo Horizonte), mi ha fatto tornare in mente quando, l’anno scorso, durante un corso di scrittura creativa, uno degli esercizi proposti fu il seguente: Scrivi una storia partendo dall’aneddoto di Checov, «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». Soltanto in quattro (eravamo una decina di partecipanti) provammo a cimentarci. Fu particolare che, di quei quattro, ben tre persone scrissero storie d’amore. L’uomo, al rientro dal Casinò, si suicidava, nonostante avesse vinto un milione, perché scopriva di aver perso l’amore della sua vita (in un caso lei era morta, nell’altro l’aveva lasciato per il suo migliore amico, in un altro ancora lui semplicemente non aveva un amore con cui condividere il denaro e decideva di farla finita). Strano, eh?
A me venne in mente qualcosa di completamente differente. Cosa poteva aver spinto un uomo che aveva appena vinto un milione a suicidarsi? Immaginai un individuo totalmente pazzo, fuori controllo. Insomma, l’idea che si fosse suicidato per amore, proprio non mi sfiorò, anche se, rileggendola, mi rendo conto che anche la mia, in fondo, è una storia d’amore. Una storia d’estremo amor proprio.

Il vincitore

Che stronzi! Fintanto che me ne sono stato seduto a quel tavolo, quanto mi sono divertito a vederli rodere. Un manipolo di perdenti invidiosi, che avrebbero venduto l’anima pur di avere un po’ della mia sorte. Me lo sentivo addosso tutto il calore della rabbia che i loro occhi mi sputavano addosso. Una mossa dopo l’altra, ho distrutto la loro autostima, rendendomi la persona che più odiano al mondo e, nello stesso tempo, quella che più vorrebbero essere.
Anche voi siete invidiosi di me, giusto? Che idioti! Credete che la felicità stia in questo sacco di denaro? A me non fotte un cacchio di questi soldi. Posso strapparli, bruciarli e poi pisciarci sopra.
Perché io non sono un idiota. Per me l’importante è sempre stato vincere. Io sono un vincitore ed ho vinto anche stavolta. Nessuno è mai riuscito a battermi. E sapete perché? Perché ho sempre pensato di non aver nulla da perdere, eccetto la vita. Solo la morte potrebbe sconfiggerimi. Ma io sono furbo. Io non me ne starò qui ad aspettare, implorando una goccia in più di vita, quando lei mi coglierà di sorpresa. E’ il motivo per cui non esiterò oltre a premere il grilletto di questa fottuta pistola.
Io non sono come loro. Io non sono come voi. Io sono un vincitore. E in qualità di autentico vincitore, sono io che decido come e quando perdere.


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Ritardo

Nessuna voce metallica gracchia da un interfono che il treno da Paris-Bercy è in ritardo, un ritardo che, stando alla differenza tra l’orario stabilito e quello, invece, previsto, supera le due ore.
Ma, per Matilde, Parigi è solo una città lontana miliardi di passi e di giorni dal giorno in cui, magari, potrà apprezzarla.
Si mordicchia un labbro.
E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
37 minuti volati, quanti ancora da venire è un mistero e, ferma come un impiastro di fronte al tabellone degli arrivi e delle partenze, di fianco all’imbocco delle scale per la metro, Matilde guarda l’orologio, poi muove due passi, poi riguarda l’orologio.
Le parole annotate in stazione sono mobili come un nastro di scale che sembra arrampicarsi su, da un pensiero all’altro, ma che in realtà gira a vuoto. Posa la penna e il blocco in borsa e comincia a fantasticare sugli estranei che le scivolano, indifferenti, accanto.
Un ragazzo, anatomicamente perfetto per ricoprire il ruolo dell’uomo dei suoi sogni, si affretta oltre senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Poco distanti, dove si spalanca l’enorme entrata che dà su via Marsala, quattro fumatori consumano le loro sigarette di fianco agli appositi contenitori di cenere. Anche Matilde ha voglia di fumare, ma ha da poco spento l’ultima cicca e soffoca l’istinto di andare a comprare un pacchetto da venti di Winston blu, mangiucchiando quello che le resta delle unghie.
Dall’i-pod, un suono d’archi traslittera in chiave drammatica qualcosa che probabilmente più tardi le sembrerà molto comico. Pensa che dovrebbe ascoltare musica più allegra, tira via gli auricolari, spegne l’apparecchio e decide di tenere il ritmo solo al suo respiro.
– Non è questo il punto. Prendo un taxi e sono da te, così possiamo discuterne…
Di persona. La frase sarebbe stata conclusa così, ne è sicura, malgrado il rumore di fondo e il progressivo allontanamento dell’uomo con il telefono incollato all’orecchio destro e il manico della ventiquattrore stretto nella mano sinistra, le abbiano impedito di ascoltare la chiosa.
Chissà chi era, da dove veniva e verso cosa era diretto, si chiede Matilde, dando spago e seguito ad uno dei suoi passatempi preferiti.
Captare stralci di conversazioni altrui, immaginare le storie che, nascoste come iceberg sotto la superficie dell’estraneità, diventano delineabili, grazie a parole che come punte fendono il ghiaccio della sua disattenzione, è il gioco con cui si diverte a trascorrere il tempo, quando ha l’impressione che il senso di abbandono diventi troppo pesante.
Ma lei non è stata abbandonata.
Tra 37 e 56, ci sono 19 minuti di ritardo in più. E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
Farebbe meglio ad andare, ma resta ferma a guardarsi prima la maglietta e poi la gonna, riflettendo su quanto sia breve il passo dal rosa al nero e viceversa.
Quanto sarebbe facile voltarsi altrove e tornare a casa, senza provare alcun rimpianto. Ma andare via è da vigliacchi. Per andare via bisogna solo cogliere l’occasione. La cosa davvero difficile è restare. E Matilde sceglie sempre l’opzione più difficile.
Il vocalizzo che tirerebbe fuori, consonantico per i problemi alla gola, qualora trovasse il coraggio di mettersi a cantare, frena la voglia di fumare, nel frattempo diventata quasi una presenza e per giunta ostile.
Un giorno così non può essere romantico. In un giorno così prima sorridi, poi diventi nervosa e poi puoi solo sperare di tornare a sorridere, ma non è mica certo?
Decide di scrivere di nuovo. L’emozione di una nuova pagina, tutta bianca, è insidiata dalla pienezza della precedente. Ha la penna, ma non ha il calamaio e una vecchia filastrocca le mette in disordine i ricordi.
Scrive due righe e, in un momento, il momento è quello successivo a quello precedente. Sembra non ci sia alcuna differenza, ma la cesura, netta dietro una sommaria cucitura, è un abisso.
Domani, anche solo tra un poco, tutto questo sarà un ricordo.
La cosa peggiore è accettare che quel tra poco sembra già presente.


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Rasoio di Hanlon

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Non attribuire a cattiveria ciò che puoi facilmente spiegare con la stupidità è il principio metodologico sulla base del quale si impiantano molte delle mie concezioni esistenziali e che io credevo essere un qualcosa di mio soltanto e di mia personalissima invenzione, ma che in realtà qualcuno aveva già codificato e brevettato, guarda caso nel 1980, cioè un anno prima che io nascessi, giusto per darmi il benvenuto al mondo e per fornirmi gli strumenti necessari per tirare avanti.
Questo principio metodologico si chiama “Rasoio di Hanlon”
Non si sa bene chi fosse Hanlon, ma io penso di essere in grado di tracciare un breve profilo del personaggio e di fornire una breve descrizione delle circostanze in cui costui maturò il suo principio.
Hanlon era un tizio infinitamente buono, ma che, per qualche assurdo motivo, era convinto di essere cattivo e che, proprio perché credeva di essere cattivo, chiedeva a tutti: “Ma io sono cattivo?”, salvo poi sentirsi stupido per quante volte si informava in giro su quanto era cattivo senza ottenere risposta o ottenendo risposte contrarie. Fu così che, per la mancanze di risposte e, insieme, per le troppe risposte deludenti, la certezza dell’essere stupido, alla fine, prevalse sul suo dubbio di essere cattivo, e la rivelazione fu davvero devastante, perché, scopertosi stupido e non cattivo come credeva di essere (del resto, l’essere cattivo, seppur quale cosa negativa, gli avrebbe conferito un minimo di dignità), Hanlon capì di aver sprecato tempo, cervello e domande invano e, in qualità di vero stupido, decise che d’ora in poi non avrebbe sprecato più nulla.
Per questo, prese un rasoio, si tagliò le vene e anche nel fare questa cosa pensò che, in fondo, non lo faceva per cattiveria, ma, ancora una volta, per pura e semplice stupidità.
Da qui il nome di Rasoio di Hanlon.