Le coccinelle volano


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine

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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Two fingers

Comincia a canticchiarla sul finale, quando il buio avvolge la città e le cala addosso, ma come un conforto, simile alla sensazione di sollievo che precede la schermata di chiusura, quando partono i titoli di coda. E allora, proprio come fosse stato un film, sulle note della colonna sonora che non ha scelto, ma non potrebbe essere un’altra, rimanda alla mente le scene salienti.

C’è una storia per ogni angolo di questo posto 

All’inizio, aggrappandosi ai bordi della scrivania, cui è arrivata dopo un’anticamera di luci al neon e giornali svogliati e sfogliati per ingannare l’attesa, crede non ci sia storia. Più avanti, in un angolo completamente diverso, qualcuno le chiederà di accendere, ma quella è un’altra scena e ci vuole un po’ per arrivarci. Sul tavolo, adesso, i fogli e le immagini, attraverso le quali, da fuori, sì può guardare ciò che ha dentro, decideranno il finale. E lei lo sa che può essere crudele, spietato, quasi scontato per il modo in cui le persone che le siedono di fronte maneggiano i fogli e studiano le immagini, vedendo anche loro, da fuori, ciò che tiene dentro.

Non è la prima volta che prego per il silenzio

Si sente nuda, spogliata di sostanza e di speranza. Le resta solo un’illusione, improbabile e misera quanto la possibilità che, con un colpo di scena, tutto cambi.

Qualche cosa di cui essere fiero, alcune cose da rimpiangere

Sono stato giù per qualche vicolo buio nella mia testa

Ma…

Qualcosa sta cambiando, cambiando, cambiando

E il colpo di scena, anche se non è davvero un film, arriva. Perché mica solo nei film accadono le cose belle?

Correndo così ne sono uscito ma con le ginocchia sbucciate

Io sono un vecchio cane ma ho imparato alcuni nuovi trucchi sì

E il trucco è stato credere fino alla fine di essere più forte di ogni paura.

Lascia la scrivania, abbraccia tutti e scende in strada. In attesa dell’autobus che la riporti a casa, qualcuno le si avvicina e le chiede di accendere. Si accende una sigaretta anche lei, aspira, sorride e si gode il finale. 

Così do il bacio d’addio ad ogni piccolo grammo di dolore

Accendo una sigaretta e desidero il mondo lontano

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Cosi alzo due dita verso ieri

Accendo una sigaretta e la fumo tutta

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

L’ho lasciato alle spalle 


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Das Geschenk

A volte non capisco. Non capisco il bene e, a maggior ragione, non capisco il male.

Ma se c’è una cosa che ho capito è che non sempre è necessario capire. 

Come le canzoni degli Sportfreunde Stiller. Me ne sto qui ad ascoltarle e ci pure provo a tradurre i testi con Google e, magari, riesco persino ad apprezzare il lirismo ermetico degli infiniti italiani abbinati ai soggetti in tedesco. Ma non le capisco. 

Questo però non le rende meno belle, o meno brutte, a seconda dei punti di vista. 

L’utilità del capire, probabilmente, ha il suo limite nelle sensazioni immediate di piacere e dispiacere.

Mi piace ma non so perché. Mi dispiace ma non so che fare. Quand’è così, a cosa serve capire?

Ricordo che una volta un’amica di mia madre, durante un discorso molto serio, tirò fuori una perla che costrinse me e mio fratello a nasconderci sotto il tavolo, per evitarle l’indelicatezza di riderle spudoratamente in faccia. 

“Credetemi, io sono una persona molto capiente!”

E, chissà forse lo sono anch’io, ma non nel senso che erroneamente intendeva lei, ossia capiente perché capisco. L’ho già detto che non capisco quasi mai niente. Io sono capiente nel senso che so contenere, serbare, metabolizzare e archiviare un sacco di cose. E quando non ci riesco, metto su gli Sportfreunde Stiller. 

Questa si intitola “il dono” e, pure se non ho capito molto altro, penso sia una delle canzoni più belle ascoltate di recente. 


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30/03/2001

È un peccato che io non abbia nemmeno una foto. Ma mica era come adesso che puoi concederti trecento scatti prima di indovinarne uno decente? All’epoca avevi ventiquattro possibilità a pellicola, nel migliore dei casi trentasei, ed io avevo una macchinetta pessima e pure senza flash.
Ciononostante, ricordo perfettamente:
– Mia madre che mi raccomanda fino alla nausea di fare attenzione, terrorizzata dall’eventualità che mi toccasse la stessa sorte dell’amplificatore sanremese spaccato.
– Mio padre che mi chiede: “Ma ti vai a vedere quello che canta nella vasca però mi piaci?”, instillandomi l’atroce dubbio che, per qualche assurdo malinteso sulle date, io davvero potessi ritrovarmi al concerto di Alex Britti.
– Il parcheggio del Palapartenope, assolato e deserto alle due di pomeriggio e, poco più tardi, il suono delle prove e le note di Leni che riempiono l’aria.
– Il manifesto de “Il nemico alle porte” e Jude Law prossimamente al cinema.
– L’arrivo di altra gente e le continue occhiate lanciate, nella fila, ad un ragazzo bellissimo e truccato come Brian.
– La security ai cancelli che prova a fermarmi ed io che mi divincolo rischiando di farmi strappare lo zainetto.
– Le tre ragazze dark con cui innesco una gara a chi per prima raggiunge la transenna, vincendola per smaccata superiorità nello stacco di coscia.
– Gli Sneaker Pimps, il batterista vestito da ragioniere, Six Underground ed ogni successiva canzone tal e qual a chell e primm.
– E poi finalmente i Placebo, con Brian Molko bello bellissimo nel suo tailleurino bordeaux e magliettina nera con striscia diagonale di strass, Stephan altissimo e l’ei fu Steve Hewitt, che dal vivo era decisamente meno imbalsamato e più sexy che in foto.
– L’attacco iperreattivo con Hemoglobine e il finale delirante con Pure Morning, perché all’epoca la suonavano ancora.
– Nel mezzo, Brian che organizza un coro di “Sanrimo uaffanchiulo”, minaccia un ragazzo nel pubblico, fuma come un turco e beve come se non ci fosse un domani.
– Brian che per tutto il tempo mantiene intatta quell’espressione da non me ne frega un cacchio di nessuno di voi ed io che lo stimo, lo ammiro e lo adoro proprio per questo.
Ecco, questo è quello che ricordo del mio primo concerto dei Placebo, esattamente quindici anni fa, quando avevo vent’anni e i festeggiamenti per il ventennale del gruppo, che ricorre quest’anno, erano qualcosa di davvero lontano e, forse, anche imprevedibile.
Per la cronaca, me la cavai senza essere acciaccata in nessun modo. Beh…. In realtà Stephan mi sputazzò pesantemente con una bibita che puzzava di Redbull e, per la gioia, non lavai i capelli per una settimana e, prima di farlo, me ne tagliai una ciocca che ancora gelosamente conservo, insieme al plettro di Brian 💜.


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A noite

Una delle canzoni attualmente più trasmesse dalle radio brasiliane.
La canta una ragazza che si chiama Tiè (anche se non credo sia tifosa del Napoli) e somiglia incredibilmente a Kate Middleton.
La canzone è una cover.
Una cover di una canzone italiana.
Una cover di una canzone di Arisa.
Che, tanto per dire, al Napoli tentò di rubare la Coppa Italia nella finale con la Juve del 2012.
E che, sempre tanto per dire, non somiglia affatto a Kate Middleton, ma di cognome porta Pippa e, quindi, qualcosa in comune con le Middleton ce l’ha anche lei.