Le coccinelle volano


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.

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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.


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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.


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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Furti moderni

Abitavamo in piazza, in un palazzo molto antico, di quelli con pochi appartamenti, ma dai soffitti altissimi, dove stare al secondo piano senza ascensore equivaleva a farsi, ogni giorno, la stessa porzione di scale di chi invece abitava al quarto piano di un edificio moderno.
C’era un portoncino in alluminio anodizzato che apriva su un balcone veranda, sul quale si affacciavano, in ordine, la finestra di un soggiorno che era poi diventato la camera di mio fratello, una porta che dava sul corridoio (praticamente inutilizzata) e, alla fine del tunnel, la porta della cucina che era l’accesso da cui, normalmente, entravamo in casa.
Lasciavano spesso il portocino aperto. Dico lasciavano, perché era un’abitudine esclusiva dei miei genitori e di mio fratello. Io no, io già da bambina ero paranoica e chiudevo sempre.
Quel giorno, erano venuti a trovarci i miei zii. Era un sabato mattina, all’incirca mezzogiorno, ed io ero nella mia stanza, con la porta aperta, ma seduta alla scrivania, studiando faccia al muro, quindi non mi accorsi di niente. Mi resi conto che qualcosa non andava quando sentii mia madre urlare.
Avevano lasciato il portoncino aperto e una donna era entrata. Era passata dal corridoio, senza farsi vedere da nessuno, si era infilata nella camera da letto dei miei e aveva provato a rubare.
Mio padre e mio zio riuscirono a fermarla in tempo. Non aveva preso molte cose, solo qualche  piccolo oggetto d’oro di mia madre lasciato sul comò.
Di furti, negli anni, ne abbiamo subiti parecchi. Questo non fu certo il primo, né purtroppo l’ultimo.
Eppure, è notevole quanto persino la natura dei furti e del loro impatto sulle vittime si sia evoluta nel corso degli ultimi due decenni.

Anni fa, i ladri cercavano principalmente denaro, oro, auto, oggetti. Le cose da rubare erano appunto cose, per lo più anonime, che quasi nulla avevano da raccontare circa l’identità della vittima del furto.
Anche i televisori e le macchine fotografiche. Erano meri oggetti d’uso che poco avevano da dire ai ladri, se non quanto avrebbero potuto rendere al mercato nero. Del resto, che tipo di informazioni sul suo proprietario un televisore poteva fornire a chi lo rubava? Nessuna, tranne forse rivelare se  Italia 1 era sintonizzato sul tasto 6 o 7 del telecomando. E anche le macchine fotografiche. Ammesso che contenessero un rullino in uso, non credo che i ladri si prendessero la briga di sviluppare foto altrui.
I ladri contemporanei scardinano, invece, serrature che consentono accessi ben più privati nelle vite di chi viene colpito. Il furto di un computer o di un telefono cellulare non è una mera sottrazione di un oggetto, è bensì la sottrazione e appropriazione di un oggetto con una memoria che rappresenta e svela dettagli segretissimi circa l’identità della vittima.

Nelle ultime tre settimane, abbiamo subito ben due furti. Circostanza notevole considerato che, sebbene fossimo consapevoli che il Brasile è un paese con un tasso di criminalità e microcriminalità molto alto, finora non avevamo dovuto farci i conti.
In entrambe le circostanze, si è trattato di furti in auto, il che significa non solo che fortunatamente noi non siamo stati in nessun modo coinvolti, ma anche che non sono riusciti a rubare l’auto e si sono limitati ad aprirla e a portare via ciò che hanno trovato all’interno.
È successo la prima volta all’inizio di marzo, una domenica che, come d’abitudine, la strada in cui abitiamo era chiusa al traffico. Non potendo accedere al garage, Luca aveva parcheggiato l’auto nella strada immediatamente parallela, nei pressi di una birreria tedesca da cui, ogni sera, mi arrivano le note de “Il ballo del qua qua” e sulla cui insegna hanno orgogliosamente scritto “dal 2015”, il che vale a non farmela frequentare troppo, per paura che, essendo io risalente al secolo scorso, i proprietari mi prendano e mi espongano come pezzo di antiquariato europeo.
Recuperammo l’auto nel pomeriggio e non ci accorgemmo di nulla. Soltanto il giorno dopo, aprendo il bagagliaio per metterci la borsa da lavoro, Luca si accorse che mancava la ruota di scorta. Controllò e notò che la serratura dal lato di guida era stata forzata.
Ad ogni modo, ci era andata bene. Il giorno del furto, Luca rientrava da una trasferta in Italia da cui mi aveva portato una valigia piena di cose buone: un salame, i formaggini, un chilo di nutella, un pezzettone di prosciutto di Parma e altre ghiottonerie varie ed eventuali, tra cui merita sicuramente menzione un cotechino (che, avendo trascorso il capodanno in Brasile, mi era mancato tanto). Avevamo sensatamente tirato subito via dall’auto le valigie, altrimenti sarebbe stato un danno irreparabile. In fondo, una ruota di scorta si rimpiazza, ma il cotechino come lo avrei rimpiazzato?
Un’altra delle riflessioni a margine del furto era stata relativa all’assenza di oggetti tecnologici. “Sai che danno se fosse successo in un altro giorno e avessero trovato la borsa da lavoro col computer dentro?”
Purtroppo, lunedì sera, la domanda precedente ha ottenuto risposta. I ladri hanno di nuovo aperto l’auto, stavolta parcheggiata, per una rapida commissione, in un quartiere poco distante dal centro e, oltre alla nuova ruota di scorta, si sono portati via la borsa da lavoro e un paio di rayban pezzottati e senza una stecchetta.
Nella borsa da lavoro, c’erano appunto il computer ed un hard disk esterno, entrambi pieni di informazioni e di dati personali.
I ladri hanno portato via, dunque, non solo dei meri oggetti, ma tanti pezzetti delle nostre vite. E-mail, contatti, scansioni di documenti, annotazioni, foto.
Un sacco di mie foto.
E, per fortuna, che non ne ho mai fatte di compromettenti. Almeno il terrore di finire su youporn me lo sono risparmiato.

PS: Se vi capitasse di trovarvi in Brasile e di aver bisogno di un’auto, evitate di prendervi una Ka. Sono facilissime da scassinare.


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Farid è un mago

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Farid è un mago. Ha un negozio in centro, dove trascorre il giorno, tentando di far credere a tutti che è un fotografo, ma io conosco il suo segreto.
L’ho scoperto l’altro giorno, quando mia madre mi ha portata da lui. A scuola ci avevano chiesto delle foto per i tesserini nuovi.
Non capisco perché non me le abbia scattate lei. Mia mamma dice a tutti che è un avvocato, ma in realtà è più fotografa che avvocato, perché con il telefono scatta foto ovunque, sempre.  Anche mio padre è un fotografo che dice di fare l’avvocato. A differenza di mamma, lui le foto le scatta con una macchinetta che ha pagato tanti soldi. Lo so perché quando gli chiedo il permesso di toccarla, mi dice sempre – Per carità!  Non ti azzardare, ché mi è costata un capitale.
A pensarci, di fotografi ne conosco un sacco. Tutte persone che dichiarano di fare altro, ma io le vedo, scattano sempre foto. Soprattutto di domenica, soprattutto nei ristoranti.
Quando siamo uscite, la mamma mi ha detto che mi portava da Farid perché mi servivano delle foto piccole, quelle per i documenti e lei non sa farle.
Io però penso che non abbia voluto farmele. Da quando ho avuto l’incidente non me ne scatta più.

È successo circa un mese fa. Ero in giardino a giocare con Rosa e Adele, le mie cugine. Sono entrambe più grandi di me e, quando nessuno ci controlla, mi trattano sempre male. Ma a me non importa, perché so che quando crescerò mi vorranno bene anche loro.
Quel giorno, Adele si era messa un anello di zia Marianna. Zia Marianna è la sorella di mamma ed ha un sacco di gioielli. Mamma mi ha detto che sono tutti regali che gli fa zio Vito per farsi perdonare e che lei preferirebbe mille volte comprarsi la bigiotteria da sola, piuttosto che accettare quei doni. Io, però, non ho capito perché. A me tutti quei gioielli piacciono e se mio zio Vito volesse farsi perdonare anche da me, gli chiederei una collana.
Avevo chiesto ad Adele di farmi provare l’anello e lei mi aveva risposto di no. Allora l’avevo minacciata che, se non me lo avesse fatto tenere neanche un pochino, avrei raccontato a tutti di quella volta che l’avevo vista baciarsi di nascosto con Mario, il figlio dei nostri vicini. Zia Marianna non vuole nemmeno che gli parli e sicuramente andrebbe su tutte le furie se lo sapesse. Perciò Adele si è sfilata l’anello e me lo ha lanciato, ma senza avvisarmi.
Era un anello pesante, con una pietra gialla e levigata e mi ha colpita ad un occhio. Ha fatto così male che, se ci penso, mi viene da piangere ancora. Mi hanno già portata in ospedale un sacco di volte.
I dottori dicono che forse perderò l’occhio. I miei genitori sono molto preoccupati e tristi, anche se provo a rassicurarli che non hanno nulla da temere. Ho perso già tre denti e sono tutti ricresciuti. Sicuramente succederà così anche se perderò l’occhio.

Nel frattempo, ce l’ho bendato. Lo avevo bendato anche quando sono andata da Farid.
Prima di farmi sedere sullo sgabello, la mamma gli ha chiesto se poteva togliermi la benda.
– Per favore, mamma, no!- ho detto. E prima che aggiungessi altro, Farid mi ha sorriso e mi ha detto di non preoccuparmi perché mi avrebbe scattato delle foto bellissime.
Poi mi si è avvicinato e, con due tocchi leggeri, mi ha sistemato le spalle ed il viso. Ha preso la macchinetta, molto più bella di quella di papà, ed ha scattato.
Quando ha fatto, se n’è andato in un’altra stanza. Avrei voluto seguirlo, ma mamma me lo ha impedito.
Ed è lì che ha fatto la magia, perché quando è tornato e mi ha dato le foto, erano bellissime. Nelle foto di Farid, non ho la benda e i miei occhi sono perfetti.

Farid è un mago, anche se dice che è solo un fotografo. E la prossima volta che perderò qualcosa, tornerò da lui, perché con le sue magie lui fa riapparire le cose, anche quelle che, da sole, non riappariranno mai più.