Le coccinelle volano


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.

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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.


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Il blocco delle interruzioni

Era brava a non farsi prendere dall’ansia. Che senso avrebbe fasciarmi la testa prima di rompermela? Pensava spesso. E se poi non me la rompo? Se anziché una botta mi arriva una carezza? Finirei col rimpiangere tutta quella garza e cerotto sprecati invano. 

Eppure, Olga si rese conto che, quel giorno, sarebbe stato davvero difficile prendere con filosofia il trascorrere del tempo, in attesa che le arrivasse la risposta. Perché quel giorno, appunto, era il giorno che da settimane aveva cerchiato di rosso sul calendario appeso in cucina. Il giorno in cui la segretaria le aveva assicurato la comunicazione dei risultati. 

Sarebbero arrivati tramite e-mail. Per questo, fin dal risveglio- aveva aperto gli occhi all’alba- non aveva mollato neppure per un attimo la presa sul cellulare. Qualunque notifica poteva significare l’arrivo del messaggio che stava aspettando.

Il primo messaggio le arrivò alle 7.28. Troppo presto, rifletté ed, in effetti era la solita immaginetta di buongiorno da parte di Cristina, che a tutte le ore, si sentiva in dovere di augurarle qualcosa. Buongiorno, buonasera, buonanotte, buon appetito alternati ad una serie di contenuti di poco contenuto, sintetizzati in catene di testo, immagini, video e file audio, di nessuna utilità e che Olga eliminava ogni volta con solerzia, perché non le si intasassero la memoria del telefono. 

Un nuovo trillo alle 7.42. Ancora troppo presto, ma controllò. La solita immaginetta di buongiorno da parte, stavolta, di Giovanna, che, proprio come Cristina, a tutte le ore, si sentiva in dovere di inviarle messaggi totalmente inutili. Ma, cacchio, qualche volta potreste anche chiedermi come stai.

Fino alle 9 fu un continuo squillare. Olga si apprestava a controllare e, nulla, solo stronzate. 

Verso mezzogiorno, le arrivarono quattro notifiche successive. Cristina, Giovanna, Giovanna, Cristina. Non l’e-mail che stava aspettando. Eccheppalle!

Quando il telefono squillò di nuovo, intorno alle dodici e mezza, il cuore le perse un battito. L’orario è ragionevole, sarà l’e-mail con i risultati. Di nuovo Cristina e i suoi messaggi spam. In questo, si raccontava della recente invenzione di un vaccino anticancro. Sì, perché il cancro è come l’influenza. Ma ‘sta ignorante! 

Di puro istinto, cliccò sulla rubrica, fece scorrere tutti i contatti e, dopo un breve istante nel quale si chiese se non era una decisione troppo avventata, fugò ogni dubbio. Le avrebbe bloccate entrambe. Niente più stronzate da parte di Cristina, niente più stronzate da parte di Giovanna.

Il cellulare tornò muto per un buon tempo che impiegò facendo biscotti. L’e-mail che aspettava le arrivò alle quattro del pomeriggio. Lamentiamo comunicarle che purtroppo gli esami hanno dato un esito negativo. Maggiori dettagli nel documento in allegato.

Pianse senza interruzione nessuna e di nessuno. Quando si sentì pronta per asciugarsi gli occhi, riprese il cellulare, aprì di nuovo la rubrica, fece scorrere tutti i contatti e sbloccò sia Cristina che Giovanna. Una stronzata qualunque era ciò di cui adesso aveva bisogno per tirarsi un po’ su.


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Le persone brutte sono come il mal di denti

Non provo mai rancore nei riguardi delle persone. È uno dei miei punti di forza. Antipatia, fastidio, in casi estremi, persino disgusto, ma, quando succede, non sto a perderci molto tempo e, con estrema facilità e nonchalance, prendo le distanze sia da questi sentimenti, sia dalle persone che me li procurano.

La possibilità di prendere le distanze non sempre però è concessa. Ci sono circostanze in cui, gioco forza, certe persone  si è costretti a tenersele tra i piedi.

Se mi chiedessero di menzionare una persona il cui solo pensiero, scavando oltre il muro di indifferenza di cui sono brava a cingermi, sia in grado di scatenarmi una cacofonia orchestrale di sentimenti gotici e ancestrali, la prima a venirmi in mente sarebbe sicuramente CdA (e mentre lo scrivo mi rendo conto che pure le sue iniziali mi stanno sulle scatole).

Per cinque anni interi, salvo assenze, pause estive trimestrali e interruzioni natalizie invernali, fui costretta a passare cinque ore dei miei giorni sotto il suo stesso tetto, che poi era il tetto della scuola, perché CdA stava in classe con me al liceo.

Non mi dilungherò sui motivi per cui tra di noi corresse una sana e robusta ostilità. Sono cose vecchie e superate, alcune neanche mi sovvengono, e poi non sono certo così infantile da scrivere che CdA era una stronza, bugiarda, imbrogliona, raccomandata e morbosamente invidiosa del fatto che fossi più brava di lei.

Tant’è che anni dopo, parecchi anni dopo, quando ormai non ci vedevamo dal diploma ed io mi ero totalmente dimenticata anche di che faccia avesse, una sera che una mia amica mi chiamò per chiedermi di uscire in gruppo con altre amiche a bere qualcosa e nel farlo mi chiese: “Sai, stasera viene pure CdA. Per te è un problema?”, risposi che no, non c’era alcun problema. Avevo relegato quell’ostilità ad un tempo andato. Io e CdA non eravamo più in competizione. E poi, se ero cambiata io, probabilmente anche lei lo era e, magari, dopo tanto tempo, avremmo potuto persino trovarci simpatiche.

Non andò così. 

Quando, quella sera, CdA arrivò (in ritardo, su questo non era cambiata), nel mentre noialtre si era già raggruppate fuori ad un bar che credo nemmeno più esista, io le sorrisi e, se ne avessi avuto l’opportunità, salutandola, mi sarei potuta anche spingere a stringerle la mano. Lei, invece, dopo avermi riconosciuta, si piantò sul marciapiedi come un gatto sull’asfalto abbacinato dagli abbaglianti di un camion. Rimase così, un po’ vitrea un po’ epilettica, per un minuto buono. Poi chiamò in disparte l’amica che mi aveva invitata e, secondo quanto mi fu riferito, le fece un cazziatone corredato dall’ultimatum “o se ne va lei, o me ne vado io”. Se ne andò CdA. Non so se fu la mia amica a scegliere o lei stessa. A me la cosa sembrò parecchio eccessiva. Avercela ancora con me per questioni relative a voti, compiti in classe e risultati finali (visto che non mi pare di averle mai fatto qualcosa di crudele o che comunque svicolasse dall’ambito scolastico), mi sembrò un comportamento fuoriluogo per una persona ormai adulta. Ma archiviai l’evento sotto gli esempi di lungimiranza e avvedutezza che, a quanto pare, sempre avevo avuto nel riconoscere le persone buone e quelle negative, tipo CdA.

Da quella sera, non ho avuto più modo né di incrociarla, né di intercettarla, nemmeno di traverso o di sguincio. Il che è una cosa positivissima. 

Perché le persone brutte sono come il mal di denti. Quando ci stai, non vedi l’ora di liberartene, quando te ne liberi, te ne dimentichi, ma quando ritornano, non puoi fare a meno di chiederti come avessi fatto a dimenticarti di quanto fossero brutte.

Ieri ho superato un mal di denti, oggi mi sono dovuta ricordare di CdA.

Ero sveglia da poco quando una mia amica, la stessa che quella sera di anni fa mi aveva invitata ad uscire, mi ha inviato questo messaggio: “Ciao Mary, come stai? Mi ha contattata CdA su fb, chiedendomi di girarti questa foto, che ha trovato tra le sue cose.”

La foto è quella sopra. La bambina in foto sono io. Come e quando CdA sia entrata in possesso di quella foto non ne ho idea. Cosa ci abbia fatto per tutti questi anni, figurarsi. L’ho ingrandita per vedere se ci sono fori di spillo ma non sembra. Però in foto ho la bocca aperta tipo visita dentistica. E questa cosa non mi lascia affatto tranquilla.


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Costellazione Familiare

Alcuni anni fa, uno dei miei zii, nel tentativo di essermi di conforto, durante un mio periodo difficile, mi fece il seguente discorso.

– Maria Pi’, tu sei la prima Monda femmina della tua generazione. E questo per te deve essere un privilegio. Tutti i privilegi, però, come si sa, si accompagnano a dei sacrifici. E ci sta che, in qualità di prima erede femmina, tu abbia ereditato e stia scontando tutte le colpe delle nostra stirpe. Ma non ti preoccupare. Quanti anni tieni adesso? Ventotto? Se ti hanno condannato col rito abbreviato ti mancano da scontare altri due anni e poi, a trent’anni, non avrai più nessun problema.

Come si può facilmente immaginare, il discorso di mio zio, oltre a non essermi di conforto alcuno, mi apparve come una cagata pazzesca. Che fossi la prima nata femmina della mia generazione manco ci avevo mai fatto caso, né mi sembrava poi tutto ‘sto privilegio. Vero è che in alcune famiglie le figure dei primogeniti sono importanti, ma si tratta per lo più di primogeniti maschi, che ereditano proprietà, titoli e, in casi eccezionali, regni e corone. Che alle femmine toccasse tutta la sfiga genealogica non lo sapevo e avrei potuto tranquillamente continuare a fare a meno di saperlo.

Alcune settimane fa, nel mentre chiacchieravo di Lars Von Trier con un’amica, lei a un certo punto mi ha interrotta ed ha esclamato- Questo regista avrebbe bisogno di farsi fare una costellazione familiare!

Si parlava di Lars in quanto, durante una camminata precedente, la mia amica mi aveva chiesto se avessi mai sentito parlare di Nibiru, il pianeta che distruggerà la Terra, io le avevo risposto di sì e le avevo consigliato di guardarsi Melancholia. Per questo, quando mi ha detto “ha bisogno di farsi fare una costellazione  familiare”, ho pensato di aver capito male, che stesse ancora riferendosi ai pianeti e ai corpi celesti e ho fatto un vago cenno di assenso.

Lei però ha continuato e mi ha chiesto- Sai cos’è una “Costellazione Familiare”?

No, non lo sapevo.

Stando a Wikipedia, la Costellazione Familiare è una tecnica psico- quantica. E già questo basterebbe a non farmi voler sapere cos’è. Ma la spiegazione della mia amica è stata chiara, esplicativa e pure avvincente.

– Ieri- mi ha raccontato- sono stata ad assistere ad una pratica di Costellazione  Familiare. La persona che se ne occupava era stata ospite nel mio programma- la mia amica è una giornalista radiofonica-, mi aveva invitata e mi era sembrato interessante assistere. Assistere, senza partecipare. Perché chi si limita ad assistere paga cinquanta reais, chi partecipa e si fa fare la costellazione familiare ne paga cinquecento. Dunque, eravamo in un locale ampio, ma molto affollato. La maggior parte delle persone si trovava lì, come me, solo per assistere. Tutte le sedie erano disposte in cerchio e, al centro, c’erano la donna che avrebbe coordinato il tutto, una psicoanalista un po’ medium e un po’ sensitiva, e un cavalletto con un grosso blocco per appunti. Ad un certo punto, la coordinatrice ha invitato una delle persone che erano lì per farsi fare la Costellazione  Familiare, cioè una di quelle che aveva pagato 500 reais, a raggiungerla al centro e ad esporre ad alta voce, di fronte a tutti, il proprio problema. Per esempio, la prima persona chiamata era una signora il cui problema era quello di avere un figlio psicopatico. Nel mentre la signora esponeva questo suo problema, la coordinatrice prendeva appunti, annotando quelli che secondo lei erano i membri della famiglia attraverso i quali si poteva intercedere per risolvere il problema. Dopodiché, la signora è stata invitata a scegliere tra il pubblico le persone che avrebbero rappresentato i membri della sua famiglia. Io, ad esempio, sono stata scelta, non da questa signora, ma da un’altra delle partecipanti, per rappresentare la sua defunta nonna italiana. È stata un’esperienza incredibile! Quando ho raggiunto il centro del locale e mi sono posizionata nello spazio che mi era stato indicato, le mie braccia hanno cominciato a muoversi in maniera inconsulta, non riuscivo a tenerle ferme, avvertivo un’ondata di calore in tutto il corpo, mi sentivo come posseduta.

“A me sembrano i sintomi della dengue. Sei sicura che stai bene?” avrei voluto chiederle, ma il racconto mi stava piacendo e ho accantonato il mio sarcasmo perché arrivasse alla fine della storia.

– In sintesi, funziona così. Esponi il tuo problema, la coordinatrice sulla base della storia che hai raccontato individua i responsabili familiari del problema, tu scegli tra il pubblico le persone che interpreteranno questi familiari e ti confronti con ciascuno di loro, rinfacciandogli colpe, responsabilità, il tuo rancore e perdonandoli.

– E questo risolverebbe il problema?- ho chiesto incredula.

– Sì sì.- Ha affermato la mia amica.

– Quindi adesso il figlio della prima signora non è più psicopatico?!

– No, cioè sì è ancora psicopatico. Ma, dopo aver ripulito la Costellazione Familiare di tutti i sospesi, adesso quella signora è molto più serena e può affrontare il problema del figlio psicopatico in maniera più consapevole.

La tecnica della Costellazione Familiare ed il racconto della mia amica mi hanno inevitabilmente fatto ricordare il discorso di mio zio. E se fosse stato così avanti da avere ragione? Se davvero tutti i miei problemi e le mie sfighe fossero imputabili ad azioni e colpe dei miei antenati?

Poiché sono molto scaltra, mi sono resa conto che, una volta appreso il meccanismo, ci si potrebbe ripulire la Costellazione Familiare anche da soli. Basta scegliere un po’ di persone a casaccio, attribuirgli un ruolo parentale e sfancularle allegramente fino alla pace dei sensi.

Il problema, nel mio caso, è che l’unica persona disponibile, sarebbe mio marito ed ho il timore che se comincio a chiamarlo “bisnonno” e a sfancularlo a gratis, non solo mi ingarbuglio ulterioremente la Costellazione  Familiare, ma rischio pure di privarmi della sua presenza nella mia Costellazione  Familiare. Potrei scendere in strada e puntare a qualche generoso passante che si presti, ma… Non bisognerebbe mai fare agli altri ciò che non vorremmo gli altri ci facessero e, francamente, se mi capitasse di incontrare un estraneo che dal nulla cominciasse a chiamarmi “nonna” e ad urlarmi contro, a me girerebbero e non poco le scatole.

Perciò ho recuperato tutti i miei peluche. Il pipistrello rappresenta uno zio di mia madre che mi è sempre stato antipatico, il lupo è un cugino di mio padre che non ho mai conosciuto, la coniglietta è una defunta zia che non mi ha mai offerto nemmeno una caramella e l’ultimo, quella specie di orsetto verdastro con la coda di topo, essendo già di suo indefinibile, rappresenta un bisavolo anonimo, ma sicuramente malvagio.

Per un paio d’ore li prenderò a parolacce e scappellotti. Non lo so se funzionerà. Ma, in fondo, tentare non nuoce.


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La storia di Teresa

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In paese, ne parlarono a lungo. Un sacco di chiacchiere, pettegolezzi, malelingue.
Di lei dissero che era una puttana, una poco di buono. Fu uno dei dettagli che più mi colpì. Perché Teresa era e resta una delle migliori persone che abbia mai conosciuto.

Cominciò a raccontarmi la sua storia, in capitoli della durata di mezz’ora, durante le pause pranzo che trascorrevamo insieme.
Lavoravamo nello stesso ufficio.
Lavorare, lavoro…Che parole grosse! Ci facevamo sfruttare fino al midollo da due manigoldi che avevano messo su una società di eventi, ben consapevoli che, prima o poi, senza neanche un grazie, ci avrebbero cacciate con un calcio in culo. Quella società, come avemmo poi modo di scoprire funzionava così: selezionava giovani “in prova”, li faceva lavorare per almeno un mese e scaduta la prova, li mandava a casa. Teresa ed altre due persone che facevano parte del mio gruppo di selezione, dopo il “mese di prova”, ricevettero, tramite e-mail una comunicazione secca, nella quale li si informava di non aver superato la prova. Io sola fui scelta per restare, ma perché ho sempre avuto un gran talento a sopportare senza mai protestare. Ho sempre pensato che i sacrifici alla lunga paghino. Quel sacrificio mi valse settecento euro in quattro mesi, dopodichè me ne andai. Sono brava a sopportare, non a vivere d’aria.

Si poteva uscire in pausa pranzo,  insieme ad un’altra persona, dall’una all’una e mezza o dall’una e mezza alle due. Io e Teresa decidemmo per caso di fare pausa insieme il primo giorno e da quel momento diventò un’abitudine.
Ciascuna con il proprio pranzo al sacco (io coi miei crackers, lei con i suoi profumatissimi panini con la frittata), andavamo a sederci su una panchina di piazza Scotti, quella da cui lo sguardo mi andava diretto alla farmacia del dr. Focaccia. Mi ricordo di questo dettaglio, perché focaccia era il soprannome che mi aveva affibiato un tizio con cui mi sentivo in quel periodo. Io lo chiamavo dolcetto.

Per me e Teresa, raccontarsi fu naturale e spontaneo. Eravamo entrambe piene di cicatrici invisibili. Eppure, non ci fu mai nulla di melodrammatico nei nostri racconti. Al di là del passato, ci piaceva raccontarci il futuro, i sogni. Teresa aveva una gran voglia di andarsene dall’Italia e, in seguito, se n’è andata davvero. Anch’io me ne sono andata. Ma sono certa che,  all’epoca, nessuna di noi due ci avrebbe scommesso.

Come dicevo, dopo un mese, Teresa venne mandata a casa. Finirono le nostre pause, finirono i nostri racconti. Della sua storia conoscevo ormai abbastanza, ma mi mancavano dei pezzi importanti.
Riuscì a raccontarmeli un anno dopo. Per un sacco di tempo, prese ciascuna dalla propria vita, non avevamo avuto modo di sentirci.

Mi contattò una sera di febbraio. Mi ricordo bene perché, da lì a pochi giorni, avrei compiuto trent’anni e mi sentivo parecchio depressa. L’avevo pensata spesso, spesso mi chiedevo cosa stesse facendo, come andava la sua vita.
Dopo quel messaggio, di quella sera di febbraio, ci incontrammo varie volte. Ci davamo appuntamento alla stazione termini, durante la settimana o, la domenica, ci organizzavamo per un giro a Porta Portese, una volta persino per una gita al mare.
Fu proprio durante quella gita che finì di raccontarmi la sua storia. Scoprii che Teresa aveva un tatuaggio sulla schiena, una scritta in un alfabeto strano. -È il nome di mio fratello in arabo.- mi disse.- Io e il suo migliore amico ce lo siamo tatuati per portarlo sempre addosso con noi.
E da lì, mi raccontò proprio tutto.

Passammo un’ottima giornata. Al rientro, al momento di salutarci, ci abbracciammo forte.
– Allora che farai?- mi chiese.- Scriverai la mia storia?
– Lo farò – le dissi. E le allungai la mano in segno di patto e promessa.


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I blog servono anche a questo

Aspettai per giorni. Niente di particolare, ma almeno un segno, un messaggio, qualcosa che mi desse a intendere che aveva voglia di vedermi, di riabbracciarmi. Il segno non arrivò e, allora, fui io a cercarla.

– Domani parto. Hai tempo anche solo per un caffè insieme?

Il tempo lo trovò, ma fu un tempo diverso da quello che, solitamente, trascorrevamo insieme. Chissà…forse la distanza aveva intaccato il bene che provava per me? (La distanza può questo?) O era stato proprio il tempo a consumare l’affetto, a trasformarglielo in un sentimento diverso nei miei confronti, che so, noia? Sopportazione?

Non tutte le amicizie sono eterne. E non fa differenza la loro natura, che siano vere o di circostanza. Alcune finiscono e basta. E credo fosse quello che era successo alla nostra. Il motivo? Non lo conoscevo, né riuscivo a trovarne uno. Sebbene me ne fossi andata a vivere dall’altra parte del mondo, i miei sentimenti per lei non erano cambiati.  Avevo continuato a scriverle, continuavo ad interessarmi alla sua vita e a cercare di coinvolgerla nella mia. Lei faceva altrettanto, ma… Ecco, ero sempre io a scriverle per prima, a cercarla per prima. 

Per questo, quando tornai in Italia, aspettai fino all’ultimo giorno. Per questo, volevo fosse lei a chiedermi di vederci. Non lo fece, lo feci io, il giorno dopo ripartii per il Brasile, pietra sopra.

Per mesi, non ebbi sue notizie. Non mi fece nemmeno gli auguri di compleanno. Che cazzo ha avuto? Ogni tanto pensavo, ma senza prendermela troppo. Se non mi voleva più nella sua vita, aveva i suoi motivi, ma io non potevo certo colpevolizzarmi per qualcosa che ignoravo.

Non mi fece nemmeno gli auguri per pasqua. Non che ci abbia mai tenuto agli auguri per pasqua, ma la pasqua dello scorso anno…

Mi scrisse dopo tre giorni. 

“Ho incontrato tua madre, mi ha detto, ho saputo, mi dispiace, stai bene?”

Le risposi “sto bene, grazie”. Non sapevo davvero cosa farmene del suo messaggio. Se non avesse saputo, avrebbe continuato ad ignorarmi? E, pur avendo saputo, cosa cambiava? 

Lo so, alcune persone si sentono amiche solo nel momento del bisogno. Alcune persone pensano di dare il meglio di sé quando possono mostrare carità, pena, disponibilità al conforto. 

A me piacciono le persone che ci sono quando sto bene. Non ho mai cercato spalle su cui piangere. Certo, quando mi è capitato di trovarne qualcuna libera e disponibile, mi sono appoggiata ed ho pianto, ma preferisco comunque le persone a cui piace vedermi sorridere, quelle che apprezzano e partecipano delle mie gioie. Gli amici del momento del bisogno sono quelli a cui piace vederti nella merda scrissi qualche tempo fa e ancora lo penso.

Scomparve di nuovo. Io feci altrettanto con con lei. Perché? Perché mi aveva ferita. Da altri riuscivo, ero sempre riuscita, ad accettare piccoli screzi, indifferenze, scortesie. Da lei no. Con lei ero veramente incazzata. 

Mi convinsi che la nostra non era affatto un’amicizia speciale, che, se c’era una colpa, se avevo una colpa, era quella di averle attribuito un ruolo che lei non voleva o non sentiva appartenerle. Ritenendola un’amica speciale, l’avevo sovraccaricata di aspettative, quando magari lei mi considerava e voleva essere considerata una persona qualunque, una tra le tante.

Poi un giorno, se non ricordo male era settembre, mi chiamò. Non avevo molta voglia di parlarle. Era un periodo letteralmente buio. Alla fine risposi. E le raccontai tutto. Non fu uno sfogo. Come ho già detto non ho bisogno di spalle su cui piangere. Lo feci per punirla. Un racconto freddo, distaccato, il cui significato, nemmeno troppo sottinteso, era “sto passando attraverso tutto questo e a te non ho fatto sapere nulla perché non meriti di sapere nulla”. Insomma, un modo, forse troppo sottile, forse no, per farle capire che, per me, davvero era diventata una persona qualunque.

Non mi aspettavo una reazione in particolare. Cioè, sapevo che quanto le avevo raccontato l’avrebbe turbata, che, come minimo, ci sarebbe rimasta male, ma, ripeto, io volevo solo punirla. 

Sono dell’idea che quando qualcuno ci mette a parte di qualcosa di grave, di qualcosa di intimo e personale, e lo fa in maniera esclusiva, lo fa, fondamentalmente per due motivi: o quel qualcuno si fida ciecamente di noi, confida in noi, ci reputa speciali; o quel qualcuno ci sta buttando addosso il suo peso perché vuole ci schiacci. 

Forse si sentì in colpa, forse il bene che provava per me si era rafforzato nuovamente, non lo so… Ad ogni modo, prese a chiamarmi ogni settimana. Inizialmente, mi impedii di dare a quelle telefonate un valore eccessivo. Il modo in cui in passato, senza motivo, era scomparsa, ancora mi bruciava e non riuscivo più a contare su di lei. Era peraltro forte il sospetto che volesse sentirsi “l’amica nel momento del bisogno”. Solo che per una volta, volli concedermi il beneficio del dubbio. Purtroppo, quando una persona perde la mia fiducia, difficilmente la riconquista. Sono fatta male, lo so. Ma, sentivo che per lei valeva la pena, che, forse, ero stata troppo avventata nel giudicare il suo allontanamento come qualcosa di personale, che non era successo nulla ed eravamo ancora amiche, come in passato, come sempre.

Sono rientrata in Italia a dicembre, ci sono rimasta quasi un mese. Lei lo sapeva, glielo avevo detto subito dopo aver preso i biglietti, così come le avevo detto che mi sarebbe piaciuto riabbracciarla. Durante il quasi mese trascorso in Italia, è scomparsa, si è dileguata, non ha dato segni di vita. Né una telefonata, né un messaggio. Neppure a natale. Stavolta, però, non l’ho cercata. Per quanto mi sia mancata, stavolta ho deciso di assecondare e ricambiare la sua volontà a non cagarmi di pezza.

Ha cominciato a telefonarmi tre giorni dopo il mio rientro in Brasile. Sei telefonate di fila che ho lasciato senza risposta. Ha riprovato di nuovo. E di nuovo non ho risposto. Poi mia madre mi ha detto che ha chiamato anche lei, che le ha detto che non capisce perché io non risponda, che lei non mi ha fatto niente e che se non si è fatta sentire, durante il mio soggiorno in Italia, è perché non voleva disturbarmi.

Certo è che, se rivedere qualcuno a cui voglio bene e che, per la maggior parte del tempo, vive a migliaia di chilometri da me, fosse per me motivo di disturbo o fastidio, non mi sprecherei a rientrare in Italia.

Ma non mi importa che lo sappia o che lo comprenda. Ieri ha provato a chiamarmi di nuovo. Mi ha chiamata anche stamani, mentre scrivevo questo post. Più volte. Ad un certo punto, avrei anche risposto, ma non mi andava. Sono brava a dire ciò che penso, solo quando sono cose belle. Le cose cattive preferisco non dirle. Non riesco a dirle. 

Secondo una mia amica, un’altra, io perdo (sarebbe più corretto dire “abbandono”) le persone perché, quando mi sento ferita, non do loro la possibilità di spiegarsi. Il fatto che io non comunichi il mio dispiacere, la mia rabbia, li priva dell’opportunità di chiedermi scusa, di scoprire in che modo voglio che mi si relazionino e, in generale, priva sia loro che me della possibilità di costruire un’amicizia sincera, vera, che non sia basata solo su sentimenti e situazioni positive, ma anche sui difetti, sulle mancanze. Sì, questa mia amica ha ragione. È tutto vero. 

Ma io sono fatta così.

Quando qualcuno mi ferisce, quando mi fa qualcosa che, a mio avviso, non dovrebbe fare, non glielo faccio mai notare. Finché posso, sopporto. Se non lo fa più, rimaniamo amici; se lo fa ancora, se lo fa di nuovo e non riesco più a sopportarlo, mi convinco che posso fare a meno di quella persona. Non mi arrabbio. Ci soffro. Un po’, molto, dipende… Ma non glielo dico. 

Mi tengo tutto dentro. Al massimo, ne tiro fuori un post o una storia da scrivere sul blog. In fondo, i blog servono anche a questo.