Le coccinelle volano


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Il vincitore

– Signore, abbiamo perso tutto al gioco.
– Tutto?
– Tutto tranne una cosa.
– Cosa?
– La voglia di tornare a giocare.
Questo quadro, esposto in una mostra visitata alcuni giorni fa (Los Carpinteros,  CCBB, Belo Horizonte), mi ha fatto tornare in mente quando, l’anno scorso, durante un corso di scrittura creativa, uno degli esercizi proposti fu il seguente: Scrivi una storia partendo dall’aneddoto di Checov, «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». Soltanto in quattro (eravamo una decina di partecipanti) provammo a cimentarci. Fu particolare che, di quei quattro, ben tre persone scrissero storie d’amore. L’uomo, al rientro dal Casinò, si suicidava, nonostante avesse vinto un milione, perché scopriva di aver perso l’amore della sua vita (in un caso lei era morta, nell’altro l’aveva lasciato per il suo migliore amico, in un altro ancora lui semplicemente non aveva un amore con cui condividere il denaro e decideva di farla finita). Strano, eh?
A me venne in mente qualcosa di completamente differente. Cosa poteva aver spinto un uomo che aveva appena vinto un milione a suicidarsi? Immaginai un individuo totalmente pazzo, fuori controllo. Insomma, l’idea che si fosse suicidato per amore, proprio non mi sfiorò, anche se, rileggendola, mi rendo conto che anche la mia, in fondo, è una storia d’amore. Una storia d’estremo amor proprio.

Il vincitore

Che stronzi! Fintanto che me ne sono stato seduto a quel tavolo, quanto mi sono divertito a vederli rodere. Un manipolo di perdenti invidiosi, che avrebbero venduto l’anima pur di avere un po’ della mia sorte. Me lo sentivo addosso tutto il calore della rabbia che i loro occhi mi sputavano addosso. Una mossa dopo l’altra, ho distrutto la loro autostima, rendendomi la persona che più odiano al mondo e, nello stesso tempo, quella che più vorrebbero essere.
Anche voi siete invidiosi di me, giusto? Che idioti! Credete che la felicità stia in questo sacco di denaro? A me non fotte un cacchio di questi soldi. Posso strapparli, bruciarli e poi pisciarci sopra.
Perché io non sono un idiota. Per me l’importante è sempre stato vincere. Io sono un vincitore ed ho vinto anche stavolta. Nessuno è mai riuscito a battermi. E sapete perché? Perché ho sempre pensato di non aver nulla da perdere, eccetto la vita. Solo la morte potrebbe sconfiggerimi. Ma io sono furbo. Io non me ne starò qui ad aspettare, implorando una goccia in più di vita, quando lei mi coglierà di sorpresa. E’ il motivo per cui non esiterò oltre a premere il grilletto di questa fottuta pistola.
Io non sono come loro. Io non sono come voi. Io sono un vincitore. E in qualità di autentico vincitore, sono io che decido come e quando perdere.


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Statue e noci di cocco


Il mese scorso, ricevo una telefonata da un’amica brasiliana. 

-Hai impegni?- mi chiede. – Tra due giorni mio fratello e la sua famiglia partono per l’Italia. Sono terrorizzati. Non sono mai stati all’estero e una vicina di casa li ha convinti che l’Italia è un paese pericolosissimo. Ha due bambine piccole e lui e sua moglie sono molto preoccupati. Potresti accompagnarmi a casa loro, così forse, se conoscono e parlano con un’italiana si tranquillizzano?

– Ok.

Ci diamo appuntamento e andiamo. 

All’arrivo, trovo effettivamente una famiglia in preda al panico. 

La prima domanda che mi pone la cognata della mia amica è- Come devo portare la borsa quando vado in giro?

Io di solito la porto appesa al braccio o a tracolla o, con una mano, tengo i manici, nel caso in cui la borsa non abbia la tracolla. Non è che esistano poi tanti modi per portare una borsa. 

– Come la porti sempre.- le dico.

Interviene il fratello della mia amica che mi chiede- In Italia, succede spesso che i turisti vengano ammazzati? 

Capisco che è un periodo strano, che è un mondo difficile e che tanta gente sta pazza. Ma dover spiegare che l’Italia non ha niente a che fare con il set di GTA mi pare eccessivo. Pure perché non mi era mai capitato di dover fare un’apologia della bontà dell’Italia e degli italiani, né in Brasile, né altrove. Alla fine, l’Italia è pur sempre il Bel Paese. Sta di fatto che l’andazzo e la tipologia di domande restano gli stessi e, alla fine,,mi arrendo. Se proprio non posso fare nulla per tranquillizzarli, tanto vale che partano e se la cavino da soli.

Trascorrono un po’ di giorni e desiderosa di scoprire come stessero procedendo le vacanze italiane della famigliola, scrivo alla mia amica. 

– Stanno benissimo! Non vogliono più tornare.- mi risponde. 

– Cosa li ha colpiti di più dell’Italia?- sono curiosa di sapere, aspettandomi come replica qualcosa come il cibo, i paesaggi, il clima, le persone. 

 Mi arriva, invece, una strana risposta.

– A mio fratello, più di tutto, è piaciuta la statua di Leonardo! 

Ma perché Leonardo era pure scultore? Dev’esserci un malinteso, penso . E poiché sapevo che sarebbero passati anche a Firenze, immagino abbiano confuso Michelangelo con Leonardo. 

Ciononostante, comunque, chiedo- Quale statua?

– Quella di Leonardo. Non la conosci?

No, non la conosco e mi sento veramente ignorante. 

– Ma in quale museo l’ha vista?

– Non era in un museo, era per strada, a Milano, in una piazza. 

Faccio una breve ricerca e… Ah, la statua di Leonardo. Capisco. Non una statua realizzata da Leonardo, bensì una statua raffigurante Leonardo.

Insomma, una di quelle tante, tantissime statue raffiguranti personaggi celebri che occupano il suolo italiano.

Che è un po’ come se io rispondessi, ai brasiliani che mi chiedono cosa mi piace di più del loro paese, le noci di cocco.


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The expected 

Non ho idea di come mi veda, ma di certo non come mi vedo io. 

Degli specchi da cui fuggo, nei suoi occhi, non c’è riflesso né traccia di quel turbamento che, invece, ad altri, a me per prima, non dà pace. 

Lui mi vede e di me vede quello che io non ho mai saputo vedere.


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Veloce come la pioggia che cade

Quando smise di piovere, l’aria si riempì di un odore di polvere e di elettricità ad alto voltaggio. Probabilmente, di lì a poco, una nuova scarica di acqua si sarebbe precipitata giù dal cielo, intervallata da lampi di luce gettati a caso, dal caso, a trapuntare l’orizzonte. 

Ma a Cecilia non importava affatto cosa sarebbe accaduto in seguito. Ripensandoci, si sarebbe resa conto che in quel momento nessun pensiero sarebbe stato in grado di tenere testa all’impulso che, partito dal cuore, si era irradiato veloce verso la pancia, per scivolare poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Ebbe solo il tempo di abbassare l’ombrello e scrollare via le ultime gocce, perché, nel mentre lo chiudeva, stava già correndo. 

La percezione della realtà circostante è diversa a seconda della velocità con cui la si osserva. Quando si è fermi o si passeggia, la sensazione è quella di essere perfettamente ancorati a ciò che si ha intorno, di esserne parte, anche quando si è in un posto assolutamente estraneo; ma quando si corre, che sia in auto, in bici o sulle proprie gambe, tutto si allontana, tutto fugge via e ci si può sentire stranieri anche semplicemente scendendo di corsa le scale della propria casa.

L’abitudine di uscire tutti i giorni alla stessa ora, era recente e legata ad un desiderio inespresso, ma non per questo meno forte, di appurare quanto fossero poche le persone che condividevano il suo apprezzamento per la solitudine ed il silenzio dei quartieri residenziali nell’ora di punta; l’ora in cui la gente che conta occupa gli uffici, bestemmia contro il traffico o accompagna i figli a fare sport; l’ora in cui le strade vuote sembrano esser state disegnate come mero ornamento di una scenografia fuori dalla quale non si arriva in nessun posto. 

Cecilia correva e ad ogni incrocio diventava più veloce. Le pozzanghere non erano un ostacolo, al contrario, era quasi divertente centrarle e smuovere la staticità dell’acqua, restituendo alla pioggia accumulata nei solchi e nei dislivelli della strada, un ultimo guizzo di vivacità e movimento. 

Il quartiere che aveva scelto quel giorno era tra quelli più ricercati della città, un connubio di palazzi a vetri e aiuole in fiore, portinerie di lusso e citofoni di ottone. Persino gli alberi, piantati a distanza regolare, ogni suoi tre balzi, oltre che alti, sembravano altezzosi e arroganti. La visione laterale, sfuocata dalla corsa, gliene forniva un’immagine approssimativamente paragonabile a quella di severe sentinelle poste al margine della zona di guardia. 

Per nulla intimidita, Cecilia correva. Non era stata una scelta e l’impulso improvviso mal si conciliava con la sua tenuta neanche lontanamente sportiva. I jeans troppo stretti le impedivano di fare passi troppo lunghi, le ballerine poco si adattavano al fondo scivoloso su cui si sforzava di rimanere in equilibrio, la borsa tenuta stretta contro il fianco sinistro la costringeva spesso a rallentare per non sbilanciarsi. Eppure il senso di libertà e incoscienza superavano di gran lunga l’impaccio.

Non si sentiva ridicola e non soltanto perché era certa che nessuno, in quel momento, la stesse osservando. Non lo si sarebbe sentita nemmeno se avesse avuto mille spettatori.

Il fiato corto, lo sforzo, le fitte che cominciavano a farle dolere i fianchi erano un prezzo di poco conto.

Quando finalmente decise di fermarsi, il calore accumulato dal corpo, in contrasto con il fresco lasciato dalla pioggia, la fece rabbrividire. Gocce di sudore le imperlavano le tempie. Si ricordò di aver usato l’ultimo fazzoletto di carta il giorno prima, probabilmente alla stessa ora. 

Fece quanto di meglio poteva, asciugandosi la fronte con il dorso delle mani. Poi si ravvivò i capelli, ma, dentro, il cuore che per dieci minuti le aveva mandato in circolo solo adrenalina, riadattandosi al ritmo naturale, piuttosto che ravvivarla, le ricordò che, per quanto simili siano, per sapore, lacrime e sudore, il sale delle prime lascia tracce che nessun fazzoletto, asciugandole, può cancellare. 

– Cerca di volerti bene.

– Tu te ne vuoi? 

– Non è questo il punto. 

Invece sì che era un punto. Non c’era bisogno che aggiungessero altro. Un punto senza virgola, che non è esclamativo, tanto meno interrogativo. Un punto senza e accapo. Un punto e fine della storia. 

Cecilia lo aveva capito ormai da tempo. 

Non tutte le storie finiscono in un momento esatto. Come i motori, alcune, prima di spegnersi, lanciano vari segnali, cui, per ostinazione e voglia di andare avanti, non si dà mai la giusta importanza. 

Ma quel finale, quel tipo di finale mai lo avrebbe immaginato.

Una goccia cadde a bagnarle il naso. Alzando la testa, constatò che non aveva ripreso a piovere, sebbene il cielo lasciasse indizi che mancava poco ad un altro temporale. Era solo una delle gocce sfuggite alle foglie del platano (o qualunque altro tipo di albero fosse) sotto cui si era fermata.

Col tempo si sarebbe ripresa, sebbene la parola più difficile da digerire fosse proprio quella. 

Tempo. 

Com’è il tempo? Da quanto tempo! Ce l’hai un po’ di tempo? Adesso non ho tempo. Ormai non è più tempo. Chissà se verrà mai il tempo… 

Si parla di tempo quando non si ha nulla da dire o nulla da aggiungere. Si menziona il tempo, per lo più a coloro con cui non vorremmo trascorrere il tempo. 

Un’altra goccia stavolta le scivolò lungo la guancia, ma le bruciavano gli occhi e seppe per certo, anche senza guardare in alto, che non era pioggia, nè dal cielo, nè da un ramo. Era una lacrima. 

Lo stesso impulso partì dal cuore, si irradiò veloce verso la pancia e scivolò poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Riprese a correre, con più forza, con più tenacia, con più ostinazione. Non c’era tempo, non c’era paesaggio, non c’era legame, non era se stessa. Una ragazza qualunque, veloce, aliena e supersonica, lontana da tutti e irraggiungibile. 

Corse senza guardare, corse con gli occhi chiusi. E quando il suono del clacson la riportò alla realtà, come un allarme lanciato a disattivare l’esplosività dilaniante degli ultimi suoi pensieri, era ormai troppo tardi. 


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Terapia

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È proprio come l’ho sempre immaginato e visto alla TV. Un ufficio confortevole, un divano bellissimo, una scrivania, due sedie, una poltrona a dondolo, una chaise longue, un panorama pazzesco e una signora ben vestita, che mi accoglie con un incredibile sorriso.
Accomodati dove vuoi.
Mi piacerebbe stendermi sulla chaise longue, farmi ipnotizzare e cominciare a delirare su paure infantili e sogni infranti, ma non è il momento, né la situazione più adatta, e opto semplicemente per il divano.
Hai già pensato a come vorresti organizzare il nostro lavoro?
No, in verità proprio no, ma è un mio limite. Mi piace improvvisare, adeguarmi alle situazioni, fare le cose istintivamente, a modo mio. Che senso ha fare dei programmi, quando è tutto così soggettivo e imprevedibile?
Allora parlami di te, della tua terra, del perché ti sei trasferita in Brasile. Voglio sentirti parlare.
Comincio a chiacchierare e mi è difficile fermarmi. È uno di quei giorni in cui ho tanto da raccontare. Lei sorride, ogni tanto persino ride di gusto. E mi è di conforto, perché ci tengo davvero tanto a piacerle.
Ci incontriamo ogni martedì? Per te va bene?
Per me potremmo vederci pure tutti i giorni, ma ho delle cose da fare, cose non proprio piacevoli e, al pensiero, lo sguardo mi diventa un po’ triste. Eppure, sono perfettamente consapevole di quanto, facendo un bilancio,le cose positive superino di gran lunga quelle negative. Del resto, se fossi rimasta in Italia, non avrei dovuto affrontarla comunque questa situazione? Solo che mi sarei persa i tramonti di Beagà, la fioritura degli ypes cor de rosa, il conforto delle coxinhas e l’entusiasmo per le olimpiadi, così vicine, di Rio.
È la vita, mia cara. A tutti i miei pazienti dico sempre che bisogna vivere e affrontare le situazioni come fanno i surfisti, che non hanno alcuna idea delle dimensioni della prossima onda. L’unica cosa importante è saper stare in equilibrio sulla tavola o, alla peggio, saper nuotare.
E pure accettare il rischio di affogare, aggiungerei, ma sto zitta per non rovinare il momento di positiva poesia.
Sono stata davvero bene con te. Ci vediamo la prossima settimana?
Com certeza! In fondo, tante persone, in particolare nell’ultimo periodo, mi hanno consigliato di andare in terapia; alcuni, poco gentilmente, di farmi vedere da uno bravo. Non ho mai pensato di averne bisogno, ma la vita è imprevedibile e, certamente, non avevo previsto che sarei andata a parare proprio nello studio di una psicoanalista, per darle le mie prime lezioni di italiano per stranieri.


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Buio

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Solo il buio non è cambiato, ma perché il buio è sempre uguale a se stesso, in tutti i posti, a tutte le latitudini, lambito neppure per sbaglio dalle proprietà cangianti che invece la luce possiede.
Non saprei dire se ho ancora un po’ di luce negli occhi; non posso guardarmeli e, anche se mi venisse data la possibilità di specchiarmi, non confiderei nella sincerità dell’immagine di rimando.
Non mi fido mai e non per le opinabili qualità estetiche, ma per la convinzione, che mi porto dietro dall’infanzia, che io e quella di là del vetro abbiamo in comune soltanto la scelta dei tempi per incontrarci, quando in realtà, per tutti i restanti momenti, viviamo vite completamente differenti e, dunque, siamo persone differenti. Insomma, mi piace pensare che quella di là del vetro sia un’altra io, una io che, appena le volto le spalle, se ne torna a vivere le vite che non ho vissuto, frutto delle scelte che non ho fatto, vite non necessariamente migliori, ma comunque altre.
È buio, di quel buio che senti dentro più che percepirlo intorno.
La speranza è come uno di quei lampioni solitari, lasciati accesi nelle mattine d’estate, nei vicoli dimenticati di una periferia qualunque, dove mi nascondevo quando uscivo a rubare scarti di attenzione negli occhi di chi, differentemente da me, li aveva verdi, brillanti e intensi.
Era sufficiente a coltivare l’illusione che, persino la peggiore delle solitudini, potesse essere curata da una persona a caso, qualcuno di cui adesso non ricordo il nome e, tantomeno, il viso. Un’illusione di benessere, la cui validità coincideva con la durata del giorno, perché poi faceva di nuovo buio e il buio è sempre spietato e ostile.
Come adesso. Che non basta la ragionevole consapevolezza delle ore piene di sole, per percepire che l’area di demarcazione tra il tramonto e l’alba è uno spazio di incubi e pensieri scuri, limitato nel tempo di una notte.
La paura crea tenebre e ombre insondabili anche a mezzogiorno, quando tutto dovrebbe essere nitido e chiaro.


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Urano vi accontenta

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Amore sotto ai tacchi e sensibilità al ribasso, ma se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta: finché dura…!

Non esce di casa se prima non legge l’oroscopo. Non tutto, solo la parte relativa all’amore e all’eros. Al lavoro e alla salute getta appena uno sguardo, ma è ovvio che, se Marte minaccia un contagio di febbre gialla, resta a casa, chiama a lavoro e prende un giorno di ferie.
La previsione del giorno non la turba affatto. Amore sotto ai tacchi? Tanto indossa un paio di ballerine. Sensibilità al ribasso? Non è forse un bene? Un calo di sensibilità non ha mai fatto male a nessuno.
E poi quella allettante prospettiva di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea! Ma perché O DI? Una serata trasgressiva CON una conquista temporanea suona decisamente meglio!
La prima parte della giornata trascorre come previsto.
A metà mattinata, quando la sua collega di stanza è stata pesantemente redarguita dal capo, la sensibilità in ribasso le ha permesso di rimanere imperturbabile, di non empatizzare e di quasi gioirne. Il quasi è dovuto solamente al fatto che, un tempo, lei e Katia erano buone amiche. Poi lei aveva conosciuto Mario, un ragazzo davvero adorabile, e lo aveva presentato a Katia, per sapere cosa ne pensasse. E quest’ultima ne aveva pensato così bene da soffiarglielo. Oggi, peraltro, i due festeggiano i primi due mesi insieme e lui le ha fatto arrivare un mazzo di rose in ufficio.
A Katia, la regina del mio cuore.
Quel biglietto le ha dato la nausea. Ha aspettato che la collega si allontanasse un attimo dalla stanza per poterlo leggere. Non si è limitata a dargli un’occhiata. Lo ha tirato via dal mazzo e se l’è rigirato tra le mani, ispezionando la grafia di Mario, quasi come se, nei dettagli delle A, potesse rintracciare il motivo per cui ha preferito Katia a lei. Poi, in un attimo di disattenzione, il biglietto le è sfuggito. Non lo ha raccolto. L’amore sotto ai tacchi? Finalmente la frase più sibillina del suo oroscopo trovava una realizzazione. Soltanto dopo averlo ripetutamente calpestato e insudiciato, ha raccolto il biglietto e lo ha infilato nel tritarifiuti.
Katia stava impazzendo cercando di ritrovarlo. Ed è così che il capo è entrato nella stanza, l’ha sorpresa carponi e con il culo per aria sotto la scrivania e ha tirato giù tutti i santi.
E adesso è pomeriggio inoltrato. Tra un po’ staccherà dal lavoro. Se si ferma al bar per un aperitivo, magari incontra qualcuno da conquistare temporaneamente per trascorrere  una serata trasgressiva. Solo che indossa scarpe basse e con quelle non ha mai conquistato nessuno. Perciò decide che passerà prima a casa a cambiarle.
Spegne il computer, saluta Katia, che nel frattempo ha ritrovato il sorriso (ma non il biglietto, pensa maliziosamente) e si avvia verso il parcheggio.
E Mario è lì, a braccia conserte, seduto sul cofano dell’auto che ha parcheggiato poco distante dalla sua.
Gli va incontro, sorridendo.
– Ciao Mario! Che fai da queste parti?
– Ciao! Sono passato a prendere Katia. Le manca ancora molto che tu sappia?
– No. Vedrai che ti raggiunge a breve. Avete programmi particolari per stasera?
– Sì. Oggi ho staccato prima dal lavoro per prepararle una cena speciale. La porterò a casa mia e festeggeremo il nostro secondo mesiversario.
A quella parola, prova la stessa nausea che ha provato leggendo il biglietto che accompagnava le rose.
– A proposito, non ti ho mai ringraziata. È solo merito tuo se adesso sto vivendo la storia migliore della mia vita.
– Figurati, di niente. Sono tanto contenta per voi- e, mentendo, abbozza un sorriso che viene fuori simile ad una smorfia.
– Tu che programmi hai per stasera?
Ripensa all’oroscopo. Com’è che diceva? Se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta.
Ma perché accontentarsi?
Nel frattempo, arriva Katia. Lei e Mario se ne vanno e la lasciano lì da sola.
A quanto pare, oggi Urano non le è stato affatto d’aiuto. Deve puntare su Venere. E chissà che domani non sia in assetto favorevole.


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Cuore alle ortiche

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I brasiliani ti chiedono “Todo bem?” e devi rispondere di sì, altrimenti, se dici no, vogliono sapere perché e magari piangono con te. I brasiliani ti vogliono bene a prescindere, senza riserve, senza diffidenze, e non importa se non conoscono il tuo nome, perché basta loro un attimo per chiamarti amica, sorella, figlia. I brasiliani hanno un sorriso aperto, autentico e sincero, e, quando ti abbracciano, lo fanno forte, come se volessero lasciarti addosso un pezzo di sé, quel pezzo che a te manca, quel pezzo che ti fa male.

Un paio di giorni fa, in preda ad una desolazione senza troppi precedenti, contrariando la mia tipica reazione di fuga dal mondo e da me stessa, consistente nel rintanarmi in una stanza possibilmente buia, sono uscita di casa. Non avevo molta voglia di vedere gente, tantomeno di parlare, avevo solo bisogno di non pensare.
L’atelier era aperto al pubblico, a chiunque avesse voglia di trascorrere qualche ora disegnando e cimentandosi con gli acquerelli. È stato lì che ho conosciuto P.
Dopo avermi dato un paio di dritte su come usare i colori, ha cominciato a parlarmi di sé, della sua vita, dei suoi sogni. All’inizio non lo ascoltavo, impegnata a seguire le linee distorte che io stessa tracciavo, con la mano sul foglio e con la mente nei pensieri. Finché alcune delle cose che ha detto hanno attirato la mia attenzione.
– Sai, io non sono uno che soffre troppo. Una volta, la persona che amavo mi ha tradito. Certo, mi ha fatto male, ma, il giorno dopo averla lasciata, l’avevo già dimenticata. Credo dipenda dal mio essere estremamente razionale. Non lascio mai che le emozioni prendano il sopravvento. Per me tutto ha una logica, soprattutto il peggio.
Ho alzato gli occhi dal foglio e l’ho fissato. Al contrario di quanto il suo discorso raccontava, non dava affatto l’idea di un individuo superficiale o distante o incapace di emozionarsi.
– Non hai paura che questa forma di eccessivo controllo sulle tue emozioni, alla fine ti impedisca del tutto di provarne?- gli ho chiesto.
– Assolutamente no.
– Io, invece, sì. Perché, vedi, sto passando attraverso qualcosa di orribile e l’aspetto peggiore è che non riesco a provare nulla. So che, al mio posto, un’altra persona sarebbe disperata, spaventata, mentre io, a parte qualche raro momento di rabbia, sono completamente indifferente, come se non mi riguardasse.
– E dov’è scritto che tu debba per forza provare qualcosa?
– Da nessuna parte, ma comunque mi sento vuota e non voglio che, da una semplice sensazione, questa diventi davvero la mia natura.
– Impedirti di provare emozioni negative non ti renderà mai vuota, anzi, ti permetterà di apprezzare di più le emozioni positive. Tu hai bisogno di difenderti e l’indifferenza, in questo momento è la tua difesa. Perciò non lamentartene, ma, se ti permette di stare bene, vivitela, coltivatela. A proposito, che titolo vuoi dare al tuo disegno?
– Cuore alle ortiche.


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Opere d’arte

– In tutti i quadri, la raffigurazione degli occhi sembra avere una rilevanza centrale. Perché?
– Perché la vera opera d’arte sei tu. Credi di osservare un quadro, ma in realtà è lui che ti osserva, che ti guarda, che vede Maria Pia e le chiede: “Quali sono i tuoi sogni? Quali sono i tuoi progetti? Quali sono le tue speranze?”

La risposta più semplice sarebbe: “E boh?!”, ma a me piacciono le cose complicate, quindi vaneggio, dicendo che io non sogno…o forse sogno troppo…e che non sognare in fondo è come sognare…e pure viceversa. Ma è molto probabile che io non abbia detto esattamente questo e che i suoi quadri non mi abbiano chiesto esattamente quello. E che quindi tutta la conversazione sia stato un guazzabuglio immenso. Un guazzabuglio immenso probabilmente trasmesso alle 18.50 in brasilevisione.

La verità è che io ero andata a vedere una mostra, una mostra senza dubbio bella, di un artista senza dubbio di talento. Certo, ero arrivata un po’ in anticipo, perché sui manifesti c’era scritto che la mostra era a partire dal 21 maggio e da nessuna parte c’era invece scritto che l’inaugurazione ufficiale sarebbe stata alle 19.30.

La verità è che io volevo vedere la mostra, apprezzare i quadri, prendere due volantini e tornare a casa. Solo che poi ho visto anche l’artista e la mostra era davvero bella e come potevo non fargli i complimenti? Quindi mi sono avvicinata, cordialmente l’ho salutato ed ho cominciato a ripetere come un mantra parabéns parabéns! Devo essere sembrata molto competente nel mentre lo dicevo, perché più o meno intorno al decimo parabéns, è comparso un giornalista e mi ha chiesto un’intervista.

– Io??? Ma io não falo português! Io entendo, ma não falo!
– Non fa niente. Basta che ripeti quello che hai appena detto all’artista.
E, prima che riuscissi ad obiettare oltre, il tizio con la telecamera mi ha presa, mi ha portata in una sala e mi ha ficcata sotto un riflettore. Dopodiché è intervenuto il tizio col microfono, mentre un’altra tizia se ne stava in disparte, con un taccuino, pronta a prendere appunti come se davvero stessi per fare una conferenza stampa.

Alma, muita alma. E color. Eu adoro color. (pausa riflessiva di trenta secondi). Pax…muita pax (ennesima pausa riflessiva). È como se tutta a emozione do mundo stisse in essi quadri.

A questo punto, consci ormai del fatto che davvero parlo il portoghese come parlo l’ostrogoto, prima che attaccassi a recitare l’atto di dolore, mi hanno interrotta, mi hanno chiesto come mi chiamavo e hanno invitato me e l’artista a collocarci di fronte a due quadri continuando a chiacchierare. È stato allora che gli ho chiesto degli occhi, lui mi ha chiesto dei sogni ed io ho ripreso a vaneggiare in ostrogoto.

Ma, al di là di tutto, esiste un fondo di magia in ogni opera d’arte; una magia che cattura ciascun utente con un sortilegio diverso. Un sortilegio che, nel mio caso, non è stato in grado di farmi parlare in portoghese, ma che, se i giornalisti  non hanno avuto il buon senso di tagliarmi, mi ha procurato la mia prima figura di merda in brasilevisione.
I quadri hanno ragione. La vera opera d’arte sono io.