Le coccinelle volano


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Mercado Central

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Lo colgo un attimo prima che accada che cada.
Poggia male il piede. La suola della ciabatta slitta come uno snowboard sui bordi degli ultimi due gradini. Prova a tenersi in equilibrio- mi auguro che ci riesca- ma l’altra gamba gli cede. Fa in tempo a lasciar perdere i due sacchetti che stringe in una mano. Cade in ginocchio, i palmi aperti sul marciapiedi. Una donna si scansa. Due uomini si affrettano a soccorrerlo.
Non so se fermarmi. Mi fermo.
E non soltanto perché ha i capelli bianchi. E nemmeno perché a tirare dritto mi sentirei una stronza. In quanti, del resto, ci stanno passando accanto senza nemmeno voltarsi?
L’ho visto quando era ancora in piedi, quando stringeva i sacchetti e guardava avanti; quando mancavano pochi gradini per raggiungere il marciapiedi e tornare a casa; quando non immaginava, di certo, che da lì a pochi secondi, la sua prospettiva ed il suo punto di vista sarebbero letteralmente cambiati.
L’ineluttabilità della gravità attinge in modo greve la certezza breve che, per tenersi in piedi, sia sufficiente volerlo.
Non capita, forse, a tutti di ritrovarci a gambe all’aria o con le ginocchia piantate in terra, quando meno ce lo aspettiamo?
E colpe, di colpo, gravano addosso, insinuando, come i lividi dopo un colpo, il dubbio, in chi cade, che con una maggiore attenzione, si sarebbe potuto evitare.
Ma anche chi assiste non è esente dal dubbio della colpa.
Se mi fossi messa a correre, avrei fatto in tempo ad aiutarlo a mantenersi in equilibrio?
I due uomini, l’uno da un lato, l’altro dall’altro, lo prendono per le spalle e provano a rimetterlo in piedi, ma non riesce a star dritto e allora lo aiutano a sedersi sul gradino, lo stesso, quello infame, su cui ha poggiato male il piede.
– Posso fare qualcosa?
I due soccorritori, ancora piegati sull’uomo, alzano entrambi la testa e mi guardano. Non mi hanno capita. Quando sono in ansia, parlo malissimo.
L’uomo è rintontito. Si guarda le mani, sono graffiate. Si controlla le braccia, sono a posto. Si tasta le gambe, ha una brutta escoriazione sulla destra.
Comincio a frugare in borsa. Cazzo, non li trovo! Eppure ho sempre un pacchetto di fazzoletti. Frugo, impreco ancora e finalmente li trovo. Apro la confezione e gliela tendo.
L’uomo mi guarda spaesato.
– Sono fazzoletti, ne prenda uno. Per tamponare la ferita.
Ma non mi ha capita. Quando sono preoccupata, parlo malissimo.
Allora ne sfilo io uno e glielo porgo. L’uomo lo prende, lo poggia sull’escoriazione e infila un lembo di carta nel calzino, improvvisando una medicazione d’emergenza.
Nel frattempo, uno dei due signori raccoglie i sacchetti dal marciapiedi e glieli adagia di fianco.
Non so cos’altro fare, non c’è nient’altro che io possa fare.
Ha occhi azzurri, profondi, incastonati in un reticolo di rughe che mi raccontano di tante altre cadute da cui è riuscito a rialzarsi. Che mi raccontano di tante altre cadute da cui riuscirò a rialzarmi.
Mi sorride e mi dice qualcosa e so che è qualcosa di bello  e gentile che, però, non comprendo.
Quando provo sollievo, sento malissimo.

 

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Cittadini del mondo

Li incontriamo nei pressi del banchetto dove si vendono le pizze fritte.
Adoro la pizza fritta. Mi ricorda la mia terra, la mia infanzia, le domeniche in cui si andava al mercato delle pulci ad Arzano, la puzza di olio bruciato che impestava l’aria nei pressi del furgoncino del venditore ambulante e mio padre che mi consigliava di aspettare a mordere, perché, se era troppo calda, il ripieno di pomodoro, misto a ricotta e mozzarella filante e incandescente, mi avrebbe ustionato il palato. E così era.
Ne ho avvistata una, appena arrivati, in mano ad una signora, bella, cicciotta, avvolta in una carta per alimenti marrone tutta ‘nzivat. La pizza, non la signora.
Loro sono proprio lì. Vocianti, festanti, che è impossibile non riconoscerli.
Altri italiani finora non ne ho notati. Anche se è la “Festa Italiana” e di sicuro in giro ce ne saranno tantissimi.
Luca si mette in fila per comprare due pizze, io mi avvicino.- Scusate, siete napoletani?
– Sì, perché?
– Pure io sono napoletana.
– Uà!- esclama Alberto.
Giovanni mi guarda. Ha un’espressione beffarda e sorniona -Però ce lo devi dire nella nostra lingua.
Sorrido. – Pur ij song e Napul’.
Alberto esulta di nuovo, Giovanni mi fa – Aspetta. Mi devi dare un’altra dimostrazione. Cantiamo insieme “Che bella cosa…
– …È na jurnata ‘e sol!
– Uè, paisà!
E ci abbracciamo.

Ci si abitua alla distanza, ai paesaggi diversi, alla natura e alle architetture che si stampano negli occhi, imprimendo allo sguardo una maniera diversa di concepire gli spazi; ci si abitua ad ingredienti e ricette mai pensati, al coraggio di sperimentare sapori di frutti dai nomi e dalle forme strane; e ci si abitua ad un nuovo modo di dire buongiorno e buona notte, ai baci sulle guance partendo da sinistra, e non da destra, che, se non fai attenzione, ti scappa un bacio sulle labbra.
Ma quando ti capita di incrociare qualcuno le cui parole fanno eco al suono dei tuoi pensieri (perché è inutile sforzarsi: il pensiero rimane in italiano), la naturalezza con cui ci si sente parte di qualcosa che va oltre un confine disegnato su una cartina, si stempera nell’entusiasmo di sentirsi altrettanto appartenente ad un luogo specifico e più delimitato, a quella porzione di mondo dove sai di aver lasciato le tue vere radici, perché quelle nuove, quelle che ogni giorno senti più sicure e forti, in fondo non sono altro che talee, generatesi dai rami che, con volontà e con forza, affondi nella nuova terra, per ricostituirti, per rinascere o semplicemente per rigenerare quelle parti di te che hai lasciato indietro e di cui sai che manchi.

“Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo”, diceva Socrate e potrei far mie le sue parole (pure perché non sono nata ad Atene, né ci sono mai stata). Ma forse Socrate non aveva viaggiato molto, poiché, se è sano e giusto, in ogni circostanza e luogo,  sentirsi cittadini del mondo, è altrettanto giusto avere ben presenti le proprie origini.
Più ci si allontana e più si ha bisogno di un luogo da ricordare, da rispettare, da amare. Di un luogo a cui poter e voler tornare.
A patto di non trascendere, dal senso di appartenenza, verso il campanilismo, atteggiamento che mi capitò di verificare l’anno scorso in una donna.
– Ah, sei napoletana?- mi aveva chiesto, dopo che ci eravamo riconosciute come italiane e fatte domande sulla reciproca provenienza.-  Ma di Napoli Napoli? Perché io, in realtà, non sono proprio napoletana, io sono della provincia di Salerno.
– Io sono di un paesino che dista trenta chilometri da Napoli- avevo precisato.
– Ah, e allora anche tu non sei napoletana originale!-aveva aggiunto, manco io avessi dei manici al posto delle braccia e Luigi Vuittone scritto in fronte.

Luca, nel frattempo, ha preso le pizze e mi raggiunge. Le note di Torna a Surriento, rimbalzano sui rami delle mangueiras che incorniciano la strada.
Giovanni è di Pollena, Alberto di Bagnoli e io sono di Cicciano. Ma qui a Belo Horizonte, siamo napoletani, siamo campani, siamo italiani, siamo europei.
Insomma, siamo cittadini del mondo.


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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Il momento dell’impasse

Di ogni storia, c’è un momento in particolare che preferisco e a cui, col senno di poi, la mia memoria torna. Non coincide con l’inizio e neppure con la fine, ma è piantato in un punto qualunque, lì nel mezzo. È quel momento in cui l’entusiasmo impatta col timore, generando un’impasse tra la speranza e la disillusione, la certezza che tutto andrà bene e la paura che tutto sfumerà in un niente, senza che nessuna delle due sensazioni riesca a prendere il sopravvento. Quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma non al punto da scommetterci come all’inizio e, contemporaneamente, tutto sembra destinato a perdersi, ma senza la sentenza definitiva del finale.

Ieri. Sto rientrando a casa a piedi. Belo Horizonte impazzita di traffico e un tramonto rosa. L’occhio mi cade (in realtà, lo lancio) sullo schermo di una tv  accesa, appesa poco oltre la soglia di un bar. Una decina di uomini occupano i tavolini in ordine sparso. La fascetta in sovrimpressione mi informa che è il settimo minuto del secondo tempo. Il risultato è di uno a uno. Rallento. Penso di scegliere un tavolo, sedermi, ordinare una birra e spiegare, a chi fosse curioso, che sono napoletana e che questa partita è troppo importante. Sto per farlo davvero, ma ci ripenso. Mi mancano dieci minuti per arrivare a casa. Il Napoli dovrebbe segnare almeno tre goal senza prenderne altri. C’è ancora speranza, ma è altrettanto forte il disincanto. Non è ancora finita, ma è comunque appesa a un filo.

Rientro, accendo la tv, il Napoli perde tre a uno. 

Fine della speranza, fine del disincanto. 


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Qui è normale

Qui è normale. Provi a convincertene, provi a non pensarci e chiudi il giornale, lo pieghi e lo abbandoni sul fondo della borsa.
Qui è normale. Ma è una convinzione che non regge e, al confronto con le mille tue altre, si sgretola e lascia aperto un varco attraverso cui i pensieri si infilano dritti nel luogo d’origine dei ma e dei se. Che poi non serve a nulla e lo sai. Eppure…
C’è scritto che l’hanno buttata giù dall’autobus in corsa, che ha battutto la testa e che dopo due giorni di agonia è morta. Aveva ventisei anni. Forse qualche volta vi eravate incrociate. Chissà. Sedute di fianco o in piedi, in procinto di salire o in discesa, sotto la pensilina della fermata, a ripararvi, con l’ombra, da quel sole che lei non potrà mai più vedere. Un sorriso, uno scambio di sguardi come ne scambi tanti.
Lo stesso autobus, lo stesso tratto, la stessa ora. Solo il giorno era diverso. Il giorno dopo. Perché tu quell’autobus lo prendi ogni lunedì e quanto riporta il giornale è successo di martedì.
Ti riprometti di dimenticartene, di non fartene un peso, di non raccontare nulla. Basta un sospiro di sollievo, in fondo. Un sospiro egoista, quel sospiro che non si dovrebbe mai tirare, neppure in casi come questo, perché cos’altro, se non il caso, ha voluto che nel posto sbagliato, al momento sbagliato non ci fossi anche tu?
Dicono che qui è normale che tre uomini armati assaltino un autobus di linea e minaccino, derubino e uccidano persone qualunque, persone come te, che vanno a lavoro, che rientrano a casa, in una strada centrale, in un orario di punta.
Dicono.
Oggi, però, tu riprenderai quello stesso autobus. Perché per te non è normale. Perché per te è più normale pensare che cose del genere non possano e non debbano accadere.


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The expected 

Non ho idea di come mi veda, ma di certo non come mi vedo io. 

Degli specchi da cui fuggo, nei suoi occhi, non c’è riflesso né traccia di quel turbamento che, invece, ad altri, a me per prima, non dà pace. 

Lui mi vede e di me vede quello che io non ho mai saputo vedere.


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Ricominciare

Il disorientamento aiuta a stemperare la nostalgia, quando mi rendo conto che mi sono addormentata al freddo e al gelo di Roma e mi sono risvegliata nel calore pazzo di San Paolo, con i calzini e gli stivali ormai diventati un blocco unico attaccato al corpo e la vagheggiata speranza che, in mezzo a tanto sudore, almeno una cucchiaiata di struffoli, anche solo dai piedi, l’ho smaltita.
Non mi è mai facile partire, non mi è mai facile tornare. E non importa da dove o per dove. Che sia dal Brasile all’Italia o dall’Italia al Brasile, c’è sempre qualcosa dentro che mi si spezza e fa male.

Siamo rientrati ieri mattina, appena in tempo per festeggiare il capodanno. 

Ma come si festeggia il capodanno in Brasile? Non ne avevo idea e non sono sicura di essermene fatta una.

Nel dubbio, segue una Breve cronaca del mio primo capodanno brasiliano

– Tornate il 31 dicembre? Vi va di trascorrere il capodanno insieme?

– Con piacere!

E così ieri sera abbiamo trascorso la serata con una coppia di amici. Dopo piccole negoziazioni occorse a distanza, avevamo scelto di vedere i fuochi d’artificio in riva al lago. Un programma semplice e poco distante da casa, tenendo conto di quanto saremmo stati stanchi per il viaggio. 

Alle nove di sera, ero pronta. Tipico abbigliamento capodannesco: blusina nera, pantaloni neri ed un papillon rosso, ché un tocco di rosso ci vuole sempre. Solo che qui in Brasile ci si veste di bianco e, prima che ne prendessi coscienza,  per tutto il tempo della passeggiata verso il lago, mi sono sentita come un’imbucata ad un raduno di gelatai.

Le tante ore in volo ed il drastico cambio di temperatura mi avevano chiuso lo stomaco. Per fortuna. Perché qui in Brasile il cenone di capodanno è un optional. Solo che anche questo, per me che sono un’italiana, abituata a sedersi a tavola l’otto dicembre e a spostare la sedia per alzarsi all’alba del sette gennaio, è abbastanza traumatico. Niente cotechino, niente zampone, niente lenticchie, ma feijão tropeiro. Sto bene, passo.

La riva del lago era affollata e vociante. Si brindava indistintamente, ognuno come gli va e anche noi, presi dall’euforia, abbiamo stappato la dotazione di vino cileno, esaurendola ben rapidi.

– Ma come faremo a capire quando scatta la mezzanotte? – ho chiesto ad un certo punto. – Si farà un conto alla rovescia? 

No, non si è fatto il conto alla rovescia. Si è continuato a brindare a casaccio, finché, presa da scrupoli di coscienza, ho recuperato il telefono giusto alle 23.59, appena in tempo per vedere scattare la mezzanotte e cominciare a zompettare, ma senza seguito né riscontro, perché l’orologio del mio telefono era regolato male e, quando poi la mezzanotte è scattata davvero, perché sono partiti i fuochi d’artificio, io mi ero fatta già due minuti di festeggiamenti in solitaria e avevo ormai perso l’entusiasmo. 

Mi rimaneva un’ultima opportunità di riscatto: il trenino a ritmo di disco samba, cantando peppeppeppeppeppè, con la sicurezza di sciorinare la sequenza vocalica di a e i o u ipsilon, senza sbagliare la pronuncia. Ma niente, i nostri amici neppure la conoscevano. In compenso, da una vicina festa, giungevano le note della cover brasiliana di “la mia piccola Eva, Eva, il nostro amore è come un astronave,  Eva! Abbracciami di mare dolce piovra, Eva …” e, come un uovo di eternità (?), continuando a non sapere cosa voglia mai dire, ma sapendo per certo che un capodanno così profondamente alternativo non l’avevo mai passato, ho realizzato che, se questo nuovo anno sarà strano, inedito, differente e allegro come lo è stato il suo inizio, sono già a metà dell’opera.