Le coccinelle volano


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Brasile 3 Argentina 0

Il Mineirão è enorme. Lo sapevo già, avendone ammirato il profilo, tutte le volte che siamo andati a passeggiare intorno al lago di Pampulha. 

Quando però parcheggi a due km di distanza e, arrivata sotto lo stadio, ti rendi conto che il tuo ingresso è da tutt’altra parte, cioè quasi dall’altra parte della città, allora sì che ne apprezzi appieno la grandezza. 

Il tragitto a piedi è un fulgore di maglie verde e oro. Di argentini non se ne vedono. L’unica traccia è il Maradona che, insieme a Pelè, campeggia sullo striscione che avvolge le spalle di due ragazzi. Vorrei fotografarli e cerco il telefono nel marsupio, ma non lo trovo. Porcazozza! Devo averlo dimenticato quando l’ho tirato via per fare spazio ai due pacchetti di biscotti al presunto (che sarebbe il prosciutto o presunto tale), che nemmeno mangerò. 

Troviamo finalmente il nostro ingresso. È previsto il passaggio attraverso vari tornelli, con tanto di perquisizione. 

Una ragazza mi chiede di aprire il marsupio.

– Tie’. Fai pure Tanto ho pure dimenticato il telefono.- le dico, continuando a sbuffare, ma lei nemmeno mi ascolta ed è già passata a controllare la persona successiva.

Dopo l’ingresso, tocca trovare il settore. Questo è più facile e, felice, salgo le scale a due a due.  Stiamo per entrare. Davanti a noi, un gruppo di tifosi improvvisamente si blocca.

– Ronaldinho! Ronaldinho! 

Sì, è proprio lui. Lo riconosco dai dentoni e dai capelli. 

Luca mi guarda e, dopo sei ore di stress e di nervoso da traffico, sia per rientrare a casa a prendermi, sia per raggiungere lo stadio, mi rivolge il suo primo sorriso. 

– Oh, ma era proprio Ronaldinho!!  Ma hai visto che tipo? Con le “ciavatte”! Ma che si stava a mettere la maglia del Barcellona? Ma poi è uscito proprio dal nostro settore, nel momento esatto in cui stavamo arrivando. Roba che, se lo racconti, nessuno ti si crede!

(Soprattutto se non hai il telefono per poterlo fotografare. Grrr)

Entriamo. L’emozione è fortissima, un colpo d’occhio di luci, persone e colori  che non so raccontare. Come quando andavo ai concerti e il cuore mi batteva forte forte al solo pensiero di esserci. 

Sul campo, alcuni calciatori si stanno riscaldando. Sotto di noi, quelli del Brasile, dall’altro lato quelli dell’Argentina. Forse c’è  anche Ezechiele, ma è impossibile sperare di riconoscerlo da dove mi trovo. Gli mando comunque un bacio. Se ci sta, lo raggiungerà. 

Troviamo i posti e ci mettiamo a sedere. Siamo al centro della curva sud, alle spalle di una delle due porte e, anche se la prospettiva è un po’ schiacciata, la visuale è perfetta.

Un ragazzo seduto nella fila davanti alla nostra proclama a gran voce la superiorità del Brasile rispetto all’Argentina. 

– Noi abbiamo vinto più mondiali! Maradona sniffava! Cavolo se sniffava! Se no com’era capace di dribblare sempre tutti? Quel goal con l’Inghilterra. Là stava veramente fatto!

Va avanti così per circa dieci minuti. Ad ogni frase, si gira indietro, verso di noi e sorride sornione.

Capisco l’antifona e, a un certo punto, lo interrompo.

– Senti, bello mio, è inutile che ti applichi. Non siamo argentini, siamo italiani. 

– Oh, italiani! E di dove?

– Io sono di Napoli.

– Napoli??? Napoli! Maradona!! Maradona però sniffava, se no col cavolo che vinceva il mondiale!

E niente. Ormai sta in loop.

Nel frattempo, entrano le due formazioni in campo.

– Quello è Higuain. 

– Quale?

– Quello con le scarpette arancioni. Le tiene solo lui, non ti puoi sbagliare. 

Ecco, vedere Higuain è stato un colpo al cuore. La stessa identica sensazione di quando rivedi un ex, qualcuno a cui hai voluto tanto bene. Ti gira un po’ la testa e, per un attimo, persino dimentichi che è finita, che è finita di merda. E vorresti solo riabbracciarlo e dirgli “Mi sei mancato, forse ti amo ancora, possiamo tornare insieme?” 

Poi, alle mie spalle, qualcuno urla – Higuain vagabundo, Higuain traidor! Sei più chiatto di Adriano quando giocava nel Corinthias!

E così mi riprendo e lo vedo per quello che è. Gli ex inevitabilmente diventano tutti dei gran cessi. Era l’amore a farli risplendere,  a renderli meravigliosi e forti.

E Higuain oggettivamente non è più né meraviglioso, né forte.

La partita comincia e il Brasile è travolgente e segna due goal già nel primo tempo. Io festeggio, salto, partecipo ai cori e trovo anche il coraggio di urlare: “Sei proprio un piecoro!”

– Con chi ce l’hai?- mi chiede Luca 

– Con Higuain. 

– Ma quel passaggio non lo ha sbagliato lui.

– Embè, comunque è un piecoro.

È bella la gioia, l’euforia collettiva e mi lascia ammirata la correttezza del pubblico brasiliano. Al di là degli sfottò e di qualche fischio, è bello sentire gli applausi e le ovazioni quando il pallone finisce sui piedi di Messi. Anche se, quando il pallone finisce a Neymar, le ovazioni sono decisamente più calorose.

Nel secondo tempo, il Brasile segna il terzo goal, proprio nella porta su cui siamo seduti. Lo stadio è in delirio. 

Mi sarebbe piaciuto vedere anche un goal dell’Argentina, ma la partita finisce tre a zero.

Lasciamo lo stadio con la certezza di aver partecipato ad un evento unico. Fortunatamente non c’è lo stesso traffico dell’andata e in un quarto d’ora siamo a casa.

Il telefono mi aspetta sul divano, dove lo avevo lasciato. Trovo il messaggio di un’amica brasiliana. “Com’è andata? Hai visto? Hai portato fortuna al Brasile!” 

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Promesse 

Ieri, dopo mesi di campagna elettorale e due turni di votazione, si è deciso chi sarà il nuovo sindaco di Belo Horizonte. 

Vivendo da poco in questa città, che mi è sempre sembrata perfetta così com’è, e, soprattutto, non avendo diritto di voto, non mi sono interessata granché a queste elezioni. 

So che il candidato vincitore è un personaggio “nuovo” alla politica, imprenditore edile, conosciuto, in particolare, per essere stato presidente dell’Atletico Mineiro, squadra calcistica di Belo Horizonte. (Belo Horizonte ha tre squadre di calcio: l’Atletico, il Cruzeiro e l’America. Mi capita spesso che mi chiedano per quale delle tre io simpatizzi. L’Atletico Mineiro ha la divisa a strisce bianco-nere. L’America ha la divisa a strisce verde-nere.Il Cruzeiro è azzurro. Da tifosa del Napoli, non mi è stato difficile scegliere da che parte stare.)

Stamani, sul quotidiano Metro BH, oltre a celebrare l’elezione del nuovo sindaco, a pagina 03, riassumevano in sedici punti le sue promesse elettorali, incastonate in un apposito quadrante sormontato dalla scritta: ritaglia, conserva ed esigi.

Ecco, dovrebbe funzionare così per tutte le promesse.  Stamparle, ritagliarle, conservarle e pretendere che siano esaudite. 


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Tecniche di sopravvivenza per sopravvissuti

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Scattati o fatti scattare una bella foto. Scegli un posto incredibile, una situazione che lasci senza fiato, non solo gli altri, ma soprattutto te. L’ideale sarebbe un tramonto, perché i tramonti, in fondo, piacciono a tutti e fanno sempre la loro porca figura.
Cerca di sorridere e di mostrare la tua espressione migliore. Ma se non ti va, non puoi o non ci riesci (magari perché hai mezza faccia fasciata di bende e il massimo che potresti ottenere, cercando di sorridere e mostrandoti all’obiettivo, sarebbe la migliore espressione di Frankenstein), allora assumi una posa svagata, distratta, da intellettuale un po’ a tre quarti e un po’ di spalle. Un’espressione epifanica, illuminata e un pizzico commossa.
Dopodiché,  pubblicala.
Ti renderà un po’ felice pensare che gli altri pensino che sei felice. Non troppo, non come se nulla fosse. Ma sicuramente meno triste di quanto ti renderebbe triste, viverti e mostrare appieno tutta questa tristezza che hai dentro.


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Se la vita ti affanna

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Una delle frasi che non mancavo mai di trascrivere, ogni anno, dalle medie alla maturità, nel mio diario scolastico era “se la vita ti affanna, fatti una canna”. Non mi facevo di canne (ne ho provata una, a ventidue anni, dopo aver visto L’erba di Grace, perché speravo di uscirne felice come la protagonista, ma il massimo che mi capitò fu di gettarmi dall’auto del mio ragazzo di allora coi palmi a terra e di farmi tutte le scale di case nello stesso medesimo stile da uomo ragno; e un’altra la sera prima di un concerto dei Placebo, in un club di Roma, di cui ho ancora bene impresse in mente- e forse pure in fronte- le piastrelle e la tazza del bagno per quanto vomitai; peraltro il giorno dopo il concerto venne pure annullato…machevvelodicoaffare), ma trovavo fosse di notevole effetto, soprattutto se preceduta dalla sua variante pornografica “se la vita ti frega, fatti una sega”.

Oggi ho trascorso una mattinata molto piacevole.  All’Academia Mineira das Letras era ospite Enzo Moscato per una conferenza sul teatro napoletano. Che bello sentir parlare la mia lingua, il mio dialetto!

Sono rientrata a casa tutta felice e mi preparavo all’impegno successivo, non altrettanto piacevole, quando ho ricevuto un messaggio da una persona che semplicemente mi scriveva – Maria Piaaaaa
L’ho interpretato come un grido ed ho risposto – Ciao. Che succede?
In tutta risposta, mi è arrivato un – Dimmi gioia.
Il fatto è che io non avevo un bel cavolo da dire a quella persona, ma per educazione le ho inviato un messaggio dicendole – Oggi è un giorno molto pieno. A te come va?
Risposta – Non lo so, ma mi sento triste.
Ed è a questo punto che mi è partita la riflessione sul “se la vita ti affanna, fatti una canna” con un mavafancúl allegato, pronunciato con la cadenza di Enzo Moscato. Dico sul serio.

Perché se vi sentite annoiati, frustrati, tristi, ci sono tante alternative. Compratevi e leggetevi un libro; uscite per strada e limonate con la prima persona che vi piace e ci sta; ascoltatevi un pezzo di funky brasiliano e ballate come delle scimmie; e se proprio non volete fare nulla di questo, ubriacatevi, drogatevi! Ma, per favore, non mandate messaggi a cacchio alla prima persona che vi viene in mente raccontandole della vostra tristezza. Perché non avete idea di cosa quella persona stia vivendo e di quanta fatica faccia a reggerlo. Perché quella persona potrebbe essere molto più triste di voi nonostante vi dica sempre che va tutto bene. Perché a quella persona potrebbe non interessare un emerito cacchio di quanto siate infelici. Ma soprattutto perché forse quella persona darebbe letteralmente un occhio della testa per barattare la sua tristezza con la vostra.


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Il giorno

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Sai che non è un giorno, ma è il giorno. Te ne accorgi dal risveglio, dal modo in cui il piede sinistro precede il destro e viceversa, passo dopo passo, alla ricerca di un senso che alla fine si rivela unico. E tu sai benissimo il perché. Perché le date tornano, si ripetono, ti perseguitano; anche se le ultime due cifre sono diverse; anche se quello era un venerdì e oggi è lunedì; anche se la direzione sbagliata ti sembrava giusta…e, probabilmente lo era davvero, ma non potrai mai dirlo perché non l’hai presa.

Sai che non è un giorno, ma è il giorno. Te ne accorgi da come rispondi, o non rispondi, a chi ti chiede come va. Perché pare te lo chiedano solo quando il massimo che riesci a replicare è un ok, che per onestà con te stessa, immagini di scrivere su un vetro e di leggere da fuori, cioè al contrario, cioè ko.

Ma sai anche che è il giorno che, un giorno, quando avrai meno spazio per ricordare e tante altre cose da scegliere di dimenticare, ti scivolerà via come ogni altro giorno, come una pagina a caso che sporcherai su un’agenda, come il titolo di un giornale che ti dimenticherai di comprare, come tutti quei giorni di cui non sai cosa fare.