Le coccinelle volano


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Il freddo è freddo

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Dicono che non faceva così freddo da più di quarant’anni.  Un freddo che, per me, in fin dei conti, sarebbe perfettamente tollerabile, una decina di gradi all’incirca, ma senza umidità e senza pioggia. Insomma, nulla di paragonabile ai gelidi inverni europei.
Ma il freddo è come la fame: se li hai sofferti una volta, li soffrirai sempre.
La suocera di una mia amica, ad esempio, ad ogni pasto, mangiava in maniera impressionante. – Io ho vissuto la guerra- diceva. E non importava quanti decenni fossero trascorsi da allora; non importava neppure che la guerra, in realtà, fosse finita quando lei aveva troppi pochi anni per riuscire a ricordarsene. Lei aveva maturato e continuava a provare una disperata paura di morire di fame.

Dicono che sia l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. Eppure, non nevica, non grandina, di notte non si ghiacciano le strade. Con un po’ di ardire e di coraggio (o forse solo con tanta povertà), qualcuno va persino in giro con i sandali e la magliettina a maniche corte.
A me, invece, è bastato provare un brivido, l’altro giorno, una leggera morsa al petto,  quella sensazione accantonata e ormai, esclusivamente, riservata ai rientri in italia, per convincermi a tirare giù dall’armadio il giubbottone imbottito.
– Amica, ma che devi andare a sciare?
Perché il mio giubbotto è decisamente eccessivo, appariscente, fuori luogo. Ma io ho vissuto e conosco gli inverni italiani. E non importa, né fa molta differenza, che io viva in Brasile da due anni; non m’importa neppure che non faccia così tanto freddo.
Il freddo è freddo e se ne hai sofferto una volta, se lo hai sofferto davvero, non te lo dimentichi.

 


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.


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Malgrado l’e-book

“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.” Diego De Silva

Si matura una certa boria nell’essere felici. Come se il fatto stesso di esserlo, valga come diritto ad esserlo. Ma la felicita non è mai un diritto, né un dono. È un presente in quanto sensazione attuale, il cui impatto si amplifica in base a quanto è stata decisiva in senso contrario, quindi negativa, la sensazione precedente, quella passata. Insomma, la felicità si conquista, si merita, si guadagna. E si preserva. Non è come la fortuna che, invece, coglie a casaccio. 

Me li ricordo quei giorni. Me li ricordo bene. Tutti uguali, tutti freddi. Io mi ricordo di ciascuno di quei giorni infelici. Mi ricordo di me, quando, a sera, buttata come uno straccio su un sedile a caso, fissavo, al di là del vetro, il buio decorato, secondo il caso, da pioggia, vento, alberi spogli e luci di case lontane, che sfilava correndo fuori dal treno. Quando il treno passava. Perché spesso il treno non passava per ore e tutto quel buio, anziché vederlo sfilare, ero costretta a indossarlo.

Ogni tanto, trovavo compagnia, qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, l’amica o l’amico di treno stanco quanto me, lo studente pieno di sogni svegli, in contrasto coi miei sogni ormai tutti addormentati, l’impiegato statale nauseato dal sistema. Insomma, una compagnia che facesse il pari con la mia infelicità a volte la trovavo. Ma il più delle volte, ero sola. 

Ricordo il rumore di fondo di ingranaggi usurati e di voci usurpate ad un chiacchiericcio banale e irritante. Ricordo la fame, il sonno e la voglia di tornare a casa, non importa a che ora, non importa che non ci fosse nessuno ad aspettarmi. La sensazione e la constatazione che niente andasse bene. Niente.

Possibile che fosse tutto così brutto? No, ovviamente. Qualcosa di bello c’era. Ma poco.

In mezzo a quel poco, c’erano i libri e le parole di Diego De Silva. Cominciai a leggere “Sono contrario alle emozioni”, oltre che per il titolo, soprattutto perchè mi ero convinta che l’autore, dato il nome, fosse sudamericano e perciò allegro. Poi, leggendo, scoprii che era delle mie parti. Poi mi piacque così tanto che lessi tutti gli altri suoi libri pubblicati fino a quel momento.

Era l’inverno del 2013. Qualche mese dopo, a pochi giorni dall’inizio della privamera, De Silva presentò “Mancarsi” al festival Libri Come, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Arrivai prestissimo e mi piazzai in prima fila. Insieme a me, tante altre donne, tutte cariche di libri da farsi autografare. Io non ne avevo, io leggo in maggioranza e-book. Ma l’autografo a De Silva lo chiesi lo stesso, sulla mia agenda. E in mezzo ai fogli sporcati con i miei pensieri, lui scrisse: “A Maria Pia, malgrado l’e-book”.

Era il 17 marzo del 2013 e facebook ieri me lo ha ricordato. Mi sarei limitata a sorriderne e a tenermi per me quel ricordo. Ma ieri è stato un giorno altrettanto felice e memorabile. (E ci sta che la felicità non cade a casaccio, ma, come il compleanno, cade sempre nello stesso giorno.)

In questi due anni in Brasile, con visto temporaneo, ho sempre inconsciamente nutrito il terrore di dover o essere costretta a tornare indietro.

Si matura una sorta di presunzione quando si è felici. Ci si sente invincibili, intoccabili. Ma la felicità non è invincibile e non dura in eterno. Lo sa bene chi non è sempre stato felice. E, quindi, la paura di dover tornare indietro, a quel tempo (e a quei luoghi) in cui ero tanto infelice, è sempre stata forte. Ma da ieri, questo adorabile paese mi ha concesso di restare qui permanentemente, per sempre, se lo voglio. E giuro che, se all’epoca in cui leggevo i libri di De Silva, avessi solo immaginato che, di lì a quattro anni, avrei maturato il diritto di vivere illimitatamente in un paese bello, caldo, allegro e senza troppi treni, mi sarei detta che era meglio per me smettere di leggere, perché troppi romanzi potevano farmi male alla salute mentale.

Ma la vita può riservare sorprese migliori di quelle che riserva la letteratura.


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Statue e noci di cocco


Il mese scorso, ricevo una telefonata da un’amica brasiliana. 

-Hai impegni?- mi chiede. – Tra due giorni mio fratello e la sua famiglia partono per l’Italia. Sono terrorizzati. Non sono mai stati all’estero e una vicina di casa li ha convinti che l’Italia è un paese pericolosissimo. Ha due bambine piccole e lui e sua moglie sono molto preoccupati. Potresti accompagnarmi a casa loro, così forse, se conoscono e parlano con un’italiana si tranquillizzano?

– Ok.

Ci diamo appuntamento e andiamo. 

All’arrivo, trovo effettivamente una famiglia in preda al panico. 

La prima domanda che mi pone la cognata della mia amica è- Come devo portare la borsa quando vado in giro?

Io di solito la porto appesa al braccio o a tracolla o, con una mano, tengo i manici, nel caso in cui la borsa non abbia la tracolla. Non è che esistano poi tanti modi per portare una borsa. 

– Come la porti sempre.- le dico.

Interviene il fratello della mia amica che mi chiede- In Italia, succede spesso che i turisti vengano ammazzati? 

Capisco che è un periodo strano, che è un mondo difficile e che tanta gente sta pazza. Ma dover spiegare che l’Italia non ha niente a che fare con il set di GTA mi pare eccessivo. Pure perché non mi era mai capitato di dover fare un’apologia della bontà dell’Italia e degli italiani, né in Brasile, né altrove. Alla fine, l’Italia è pur sempre il Bel Paese. Sta di fatto che l’andazzo e la tipologia di domande restano gli stessi e, alla fine,,mi arrendo. Se proprio non posso fare nulla per tranquillizzarli, tanto vale che partano e se la cavino da soli.

Trascorrono un po’ di giorni e desiderosa di scoprire come stessero procedendo le vacanze italiane della famigliola, scrivo alla mia amica. 

– Stanno benissimo! Non vogliono più tornare.- mi risponde. 

– Cosa li ha colpiti di più dell’Italia?- sono curiosa di sapere, aspettandomi come replica qualcosa come il cibo, i paesaggi, il clima, le persone. 

 Mi arriva, invece, una strana risposta.

– A mio fratello, più di tutto, è piaciuta la statua di Leonardo! 

Ma perché Leonardo era pure scultore? Dev’esserci un malinteso, penso . E poiché sapevo che sarebbero passati anche a Firenze, immagino abbiano confuso Michelangelo con Leonardo. 

Ciononostante, comunque, chiedo- Quale statua?

– Quella di Leonardo. Non la conosci?

No, non la conosco e mi sento veramente ignorante. 

– Ma in quale museo l’ha vista?

– Non era in un museo, era per strada, a Milano, in una piazza. 

Faccio una breve ricerca e… Ah, la statua di Leonardo. Capisco. Non una statua realizzata da Leonardo, bensì una statua raffigurante Leonardo.

Insomma, una di quelle tante, tantissime statue raffiguranti personaggi celebri che occupano il suolo italiano.

Che è un po’ come se io rispondessi, ai brasiliani che mi chiedono cosa mi piace di più del loro paese, le noci di cocco.


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Il deterrente della pena 

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Da bambina rubavo. Caramelle, penne, una volta persino una bambola ad una mia cugina. La presi, la nascosi sotto la maglietta e me la portai a casa. Non erano gesti premeditati, per quel che posso ricordare. Spesso, nemmeno mi interessavano gli oggetti che prendevo. E neppure lo facevo in maniera seriale. Ricordo però che, a volte, quando mi si offriva l’occasione di sottrarre qualcosa con la certezza di non essere vista e, dunque, di non essere punita, non riuscivo a resistere alla tentazione di appropriarmene.
Carenza di affetto? Bisogno di attenzioni? Non lo so, né ho mai fatto ricerche per comprendere cosa mi spingesse a comportarmi in quel modo. Non mi servirebbe da giustificazione. A dire il vero, non è una di quelle cose di cui vado fiera e, forse, se fossi meno analitica e meno critica con me stessa, nemmeno me ne ricorderei, tantomeno ne scriverei. Anche perché, così come avevo cominciato, improvvisamente smisi. Avevo, forse, quattordici anni l’ultima volta che lo feci. Ero in un negozio di tabacchi con un’amica. Il proprietario si era allontanato a prendere qualcosa nel retro. C’era una scodella di gomme sfuse sul banco ed io, semplicemente, ne presi una e me la infilai in tasca. La mia amica mi guardò come a dire “sei matta?”. Può darsi. Può darsi che quel tipo di comportamento fosse da attribuire ad una parte malsana di me, ad un istinto puro e ancora poco controllato dalla coscienza e dalla ragione.
Non venni mai punita per quel tipo di azione, quindi credo che quando smisi non fu per il timore che, prima o poi, mi avrebbero scoperta e ne avrei pagato le conseguenze. Smisi semplicemente perché, ad un certo punto, quel tipo di comportamento mi apparve per ciò che era, ossia ingiusto e sbagliato. Illecito.

Penso che siano fondamentalmente due i motivi per i quali si evita di compiere un’azione illecita o, comunque, ingiusta: la paura di essere scoperti e puniti oppure la piena consapevolezza che quel gesto è illecito e in quanto tale non va compiuto. La famosa distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male.

Un paio di anni fa, durante una sera di agosto, io e una mia amica andammo al cinema. In estate, non ci sono mai molti titoli interessanti in programma, perciò scegliemmo un film a caso. Il film era “La notte del giudizio” con Ethan Hawke. La trama è semplice: in un futuro diistopico, per arginare la criminalità, viene istituito un periodo annuale di dodici ore, una notte, durante la quale è possibile compiere impunemente ogni tipo di crimine, incluso l’omicidio. Un modo insomma per dare liberamente sfogo ai propri peggiori istinti. Rimanemmo entrambe molto colpite. Ma tanto era solo un film.

Purtroppo, la realtà può essere ben peggiore.

C’è uno stato del Brasile, Espírito Santo, in cui, dal 04 febbraio scorso, la polizia è in sciopero. Solitamente, in caso di proteste degli organi di polizia, motivate per lo più da richieste di aumenti salariali e maggiori diritti, piccoli contingenti restano comunque attivi per garantire la sicurezza della popolazione. Stavolta no e nello stato si è generato il caos. 85 omicidi compiuti in soli cinque giorni, orde di persone che assaltano e svaligiano negozi di ogni genere, scontri per strada. Chi può, cerca di difendersi barricandosi in casa ed evitando il più possibile di uscire. Praticamente un’anarchia totale a cui stanno prendendo parte persone di ogni genere, classe e professione. Ad esempio, è di stamani la notizia di una candidata alle scorse elezioni, sorpresa a trafugare merce da un negozio precedentemente assaltato dai banditi. Ma chi sono i banditi? Penso che l’istinto a delinquere non sia relazionato a caratteristiche particolari e che risieda in ognuno di noi. Non esistono differenze tra ricchi e poveri, analfabeti e laureati, guardie e ladri. L’unica differenza sta nel modo in cui ci si convive, nel modo in cui lo si tiene o meno a bada.

Ma scoprire che davvero è sufficiente, come nel film, eliminare o sospendere il deterrente della pena, perché si scateni immediatamente l’inferno, fa riflettere e fa tanta, tanta paura.


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Qui è normale

Qui è normale. Provi a convincertene, provi a non pensarci e chiudi il giornale, lo pieghi e lo abbandoni sul fondo della borsa.
Qui è normale. Ma è una convinzione che non regge e, al confronto con le mille tue altre, si sgretola e lascia aperto un varco attraverso cui i pensieri si infilano dritti nel luogo d’origine dei ma e dei se. Che poi non serve a nulla e lo sai. Eppure…
C’è scritto che l’hanno buttata giù dall’autobus in corsa, che ha battutto la testa e che dopo due giorni di agonia è morta. Aveva ventisei anni. Forse qualche volta vi eravate incrociate. Chissà. Sedute di fianco o in piedi, in procinto di salire o in discesa, sotto la pensilina della fermata, a ripararvi, con l’ombra, da quel sole che lei non potrà mai più vedere. Un sorriso, uno scambio di sguardi come ne scambi tanti.
Lo stesso autobus, lo stesso tratto, la stessa ora. Solo il giorno era diverso. Il giorno dopo. Perché tu quell’autobus lo prendi ogni lunedì e quanto riporta il giornale è successo di martedì.
Ti riprometti di dimenticartene, di non fartene un peso, di non raccontare nulla. Basta un sospiro di sollievo, in fondo. Un sospiro egoista, quel sospiro che non si dovrebbe mai tirare, neppure in casi come questo, perché cos’altro, se non il caso, ha voluto che nel posto sbagliato, al momento sbagliato non ci fossi anche tu?
Dicono che qui è normale che tre uomini armati assaltino un autobus di linea e minaccino, derubino e uccidano persone qualunque, persone come te, che vanno a lavoro, che rientrano a casa, in una strada centrale, in un orario di punta.
Dicono.
Oggi, però, tu riprenderai quello stesso autobus. Perché per te non è normale. Perché per te è più normale pensare che cose del genere non possano e non debbano accadere.


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Ricominciare

Il disorientamento aiuta a stemperare la nostalgia, quando mi rendo conto che mi sono addormentata al freddo e al gelo di Roma e mi sono risvegliata nel calore pazzo di San Paolo, con i calzini e gli stivali ormai diventati un blocco unico attaccato al corpo e la vagheggiata speranza che, in mezzo a tanto sudore, almeno una cucchiaiata di struffoli, anche solo dai piedi, l’ho smaltita.
Non mi è mai facile partire, non mi è mai facile tornare. E non importa da dove o per dove. Che sia dal Brasile all’Italia o dall’Italia al Brasile, c’è sempre qualcosa dentro che mi si spezza e fa male.

Siamo rientrati ieri mattina, appena in tempo per festeggiare il capodanno. 

Ma come si festeggia il capodanno in Brasile? Non ne avevo idea e non sono sicura di essermene fatta una.

Nel dubbio, segue una Breve cronaca del mio primo capodanno brasiliano

– Tornate il 31 dicembre? Vi va di trascorrere il capodanno insieme?

– Con piacere!

E così ieri sera abbiamo trascorso la serata con una coppia di amici. Dopo piccole negoziazioni occorse a distanza, avevamo scelto di vedere i fuochi d’artificio in riva al lago. Un programma semplice e poco distante da casa, tenendo conto di quanto saremmo stati stanchi per il viaggio. 

Alle nove di sera, ero pronta. Tipico abbigliamento capodannesco: blusina nera, pantaloni neri ed un papillon rosso, ché un tocco di rosso ci vuole sempre. Solo che qui in Brasile ci si veste di bianco e, prima che ne prendessi coscienza,  per tutto il tempo della passeggiata verso il lago, mi sono sentita come un’imbucata ad un raduno di gelatai.

Le tante ore in volo ed il drastico cambio di temperatura mi avevano chiuso lo stomaco. Per fortuna. Perché qui in Brasile il cenone di capodanno è un optional. Solo che anche questo, per me che sono un’italiana, abituata a sedersi a tavola l’otto dicembre e a spostare la sedia per alzarsi all’alba del sette gennaio, è abbastanza traumatico. Niente cotechino, niente zampone, niente lenticchie, ma feijão tropeiro. Sto bene, passo.

La riva del lago era affollata e vociante. Si brindava indistintamente, ognuno come gli va e anche noi, presi dall’euforia, abbiamo stappato la dotazione di vino cileno, esaurendola ben rapidi.

– Ma come faremo a capire quando scatta la mezzanotte? – ho chiesto ad un certo punto. – Si farà un conto alla rovescia? 

No, non si è fatto il conto alla rovescia. Si è continuato a brindare a casaccio, finché, presa da scrupoli di coscienza, ho recuperato il telefono giusto alle 23.59, appena in tempo per vedere scattare la mezzanotte e cominciare a zompettare, ma senza seguito né riscontro, perché l’orologio del mio telefono era regolato male e, quando poi la mezzanotte è scattata davvero, perché sono partiti i fuochi d’artificio, io mi ero fatta già due minuti di festeggiamenti in solitaria e avevo ormai perso l’entusiasmo. 

Mi rimaneva un’ultima opportunità di riscatto: il trenino a ritmo di disco samba, cantando peppeppeppeppeppè, con la sicurezza di sciorinare la sequenza vocalica di a e i o u ipsilon, senza sbagliare la pronuncia. Ma niente, i nostri amici neppure la conoscevano. In compenso, da una vicina festa, giungevano le note della cover brasiliana di “la mia piccola Eva, Eva, il nostro amore è come un astronave,  Eva! Abbracciami di mare dolce piovra, Eva …” e, come un uovo di eternità (?), continuando a non sapere cosa voglia mai dire, ma sapendo per certo che un capodanno così profondamente alternativo non l’avevo mai passato, ho realizzato che, se questo nuovo anno sarà strano, inedito, differente e allegro come lo è stato il suo inizio, sono già a metà dell’opera.