Le coccinelle volano


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30/03/2001

È un peccato che io non abbia nemmeno una foto. Ma mica era come adesso che puoi concederti trecento scatti prima di indovinarne uno decente? All’epoca avevi ventiquattro possibilità a pellicola, nel migliore dei casi trentasei, ed io avevo una macchinetta pessima e pure senza flash.
Ciononostante, ricordo perfettamente:
– Mia madre che mi raccomanda fino alla nausea di fare attenzione, terrorizzata dall’eventualità che mi toccasse la stessa sorte dell’amplificatore sanremese spaccato.
– Mio padre che mi chiede: “Ma ti vai a vedere quello che canta nella vasca però mi piaci?”, instillandomi l’atroce dubbio che, per qualche assurdo malinteso sulle date, io davvero potessi ritrovarmi al concerto di Alex Britti.
– Il parcheggio del Palapartenope, assolato e deserto alle due di pomeriggio e, poco più tardi, il suono delle prove e le note di Leni che riempiono l’aria.
– Il manifesto de “Il nemico alle porte” e Jude Law prossimamente al cinema.
– L’arrivo di altra gente e le continue occhiate lanciate, nella fila, ad un ragazzo bellissimo e truccato come Brian.
– La security ai cancelli che prova a fermarmi ed io che mi divincolo rischiando di farmi strappare lo zainetto.
– Le tre ragazze dark con cui innesco una gara a chi per prima raggiunge la transenna, vincendola per smaccata superiorità nello stacco di coscia.
– Gli Sneaker Pimps, il batterista vestito da ragioniere, Six Underground ed ogni successiva canzone tal e qual a chell e primm.
– E poi finalmente i Placebo, con Brian Molko bello bellissimo nel suo tailleurino bordeaux e magliettina nera con striscia diagonale di strass, Stephan altissimo e l’ei fu Steve Hewitt, che dal vivo era decisamente meno imbalsamato e più sexy che in foto.
– L’attacco iperreattivo con Hemoglobine e il finale delirante con Pure Morning, perché all’epoca la suonavano ancora.
– Nel mezzo, Brian che organizza un coro di “Sanrimo uaffanchiulo”, minaccia un ragazzo nel pubblico, fuma come un turco e beve come se non ci fosse un domani.
– Brian che per tutto il tempo mantiene intatta quell’espressione da non me ne frega un cacchio di nessuno di voi ed io che lo stimo, lo ammiro e lo adoro proprio per questo.
Ecco, questo è quello che ricordo del mio primo concerto dei Placebo, esattamente quindici anni fa, quando avevo vent’anni e i festeggiamenti per il ventennale del gruppo, che ricorre quest’anno, erano qualcosa di davvero lontano e, forse, anche imprevedibile.
Per la cronaca, me la cavai senza essere acciaccata in nessun modo. Beh…. In realtà Stephan mi sputazzò pesantemente con una bibita che puzzava di Redbull e, per la gioia, non lavai i capelli per una settimana e, prima di farlo, me ne tagliai una ciocca che ancora gelosamente conservo, insieme al plettro di Brian 💜.

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Gonzalo

L’altra sera, mentre il Napoli vinceva con il Milan e Gonzalo segnava i suoi due goal, mi è venuto da pensare a quanto l’importanza di un calciatore per una squadra sia paragonabile a quella di una persona per la propria vita.
Il problema dei tifosi napoletani, di tutti tifosi e pure delle persone in genere, è che tendono a sopravvalutare il passato a discapito del presente.
Ci sarà sempre qualcuno che pensa che Higuain è un pacco, che Cavani era meglio, etciù, etciù, così come ci sarà sempre qualcuno che penserà il mio ex era meglio, la mia ex era più intelligente, etciù, etciù.
Personalmente, Cavani mi è sempre stato antipatico. Di contro, adoro Gonzalo.
E conta poco il fatto che sia molto più bello di Cavani e che sia nato il 10 dicembre come Brian Molko.
Gonzalo è la rivincita del presente sul passato, che prima ti ha esaltato, poi ti ha deluso, poi ti ha abbandonato e mo’ parla pure male di te. Gonzalo è un meraviglioso hic et nunc. E non importa se non è capocannoniere, se talvolta sbaglia, se in certi casi ti fa tirare giù il calendario.
Gonzalo è come un nuovo fidanzato. All’inizio deve soffrire il confronto, è inevitabile. Ma quando finalmente ti conquista, ti fa ricredere per tutte le volte che hai pensato che quel cretino del tuo ex o quella stronza della tua ex fossero insostituibili.
Perché se si può vivere con molto poco, lo si può fare altrettanto bene senza qualcuno, anche se quel qualcuno ci sembrava molto speciale. Lo si può fare altrettanto bene, esattamente come lo si faceva bene prima di incontrare quel qualcuno che da quel momento in poi ci era sembrato così speciale.
E’ il motivo per cui certe espressioni, tipo non posso vivere senza di te, non mi sono mai andate a genio.
Il non posso vivere senza di te, malgrado le apparenze  non è un’espressione d’amore, ma di pochezza.E non ci vuole alcun coraggio per dirlo, semmai una buona dose di codardia, di disistima, di mancanza di amor proprio.
Il vero coraggio, il vero amore, è quando puoi liberamente lasciarti andare al pensiero del  senza di te starei meglio, salvo ripensarci immediatamente e aggiungere, per corollario, 
ma ti scelgo comunque
Maria Pia Monda 10 febbraio 2014