Le coccinelle volano


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La prima volta fu il colore del reggiseno. Quando ricevetti il messaggio, ne indossavo uno viola e non mi sembrò un’informazione troppo compromettente da condividere. Tanto più che pareva fosse per una buona causa.

Poi fu la volta del posto in cui posavo la borsa. All’epoca vivevo in un monolocale di quindici metri quadrati, soppalcato. Era già tanto riuscire a farci entrare la borsa, perciò il mio posto era la ringhiera della scala che portava sul soppalco su cui era incastrato il letto. “Mi piace appesa alla ringhiera”, scrissi dunque. Ma un’amica mi chiamò zozzona, qualcuno mi scrisse per informarmi che viveva al decimo piano senza ascensore e a parecchi parenti prese un coccorone.

Il peggio però arrivò quando ci fu da formare frasi avvalendosi sia del mese di nascita per determinare una città, sia della data di nascita per determinare il tempo di permanenza.
“Andrò a Londra per 17 mesi”. Si scatenò un putiferio di commenti. Gente felice, gente orgogliosa, gente che “te lo meriti e farai grandi cose”. In verità, tutto quello che riuscivo a meritarmi in quel periodo, era il lavoro più infelice del mondo, in uno dei posti più infelici del mondo e dover ringraziare tutti per la fiducia, chiedendo contemporaneamente scusa  per l’inveridicitá della panzana pubblicata, fu triste e umiliante.

Sono due giorni che leggo di persone che hanno deciso di non indossare più le mutande, che hanno finito la carta igienica, che hanno i funghi ai piedi e che lottano contro la diarrea. Ma ormai non ci casco più.
In primo luogo, perché mi sono accorta che le campagne di sensibilizzazione per la ricerca sul cancro, funzionano benissimo anche senza il contributo delle informazioni sulla salute del mio intestino. E poi perché, nell’ultimo periodo, di annunci eclatanti avrei potuto scriverne tanti anch’io e, col senno di poi, mi sono accorta che non condividerli pubblicamente, mi ha solo giovato.
Perché se scrivi che ti trasferisci a Londra e non è vero, la gente ci resta male. Ma se scrivi che ti trasferisci in Brasile e, invece, è vero, la gente ci resta ancora più male.


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Concretezza

L’inclinazione al melodramma, assecondata per settimane nel corpo e nello spirito, viene gradualmente sostituita, causa teofania dovuta a probabile rivoluzione ormonale, da una serena accettazione del peggio che, a quanto pare, è quanto di meglio attualmente mi si concede.
Mi restano le viole, il cui profumo mi libera dalla puzza sotto al naso nei riguardi del mondo e il cui colore si abbina alle occhiaie e alle ecchimosi che mi procuro inciampando praticamente in tutto.

I lati positivi della solitudine si concentrano nella possibilità di una temporanea fuga dalla moltitudine, che è come riprendere a respirare se stessi dopo un’asfissia da cattiva compagnia o come stare su facebook, ma in modalità off-line.

Perché anche i social network sono delle patacche.
Io, per esempio, ho una lista amici, dove le persone a cui realmente tengo o che mi piacerebbe ritrovare sono assenti perché non hanno un profilo, ma dove invece ci sono parenti che potrei sentire al telefono, amici che vedo quasi tutti i giorni, vicini di casa con cui potrei comunicare affacciandomi alla finestra, gente che non sentivo da anni (e se non la sentivo un motivo doveva pur esserci!), estranei che mi invitano per fare numero  (e che elimino dopo due secondi) e uno scrittore famoso, che non ho idea del perché abbia invitato proprio me, ma è troppo figo poter leggere le sue note personali.
Ed è in virtù di questo, che mi ritrovo ad apprezzare  la realtà e le cose che non mi aspetto, come i sorrisi da chi m’incrocia per strada, i complimenti da chi non mi conosce, un grazie da chi non mi deve niente e una parola gentile inaspettatamente detta nel momento giusto.

Non è poi così male, a volte, essere concreti.

Maria Pia Monda 03 Marzo 2009


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persone_che_potresti_conoscere

Esiste un motivo per cui certe persone non le conosci, fingi di non conoscerle oppure ti sei dimenticato di conoscerle.
Ma è un motivo che evidentemente sfugge agli amministratori di Facebook.
Al di là di quanto, infatti, potrebbe renderti lieto mandare finalmente a cagare quel caro vecchio amico delle elementari che, solo perché era più alto di mezzo centimetro, si divertiva a  pugnalarti con la penna bic, quando Facebook ti consiglia delle amicizie, puoi stare sicuro che nella galleria delle “persone che potresti conoscere”, tranne rarissime eccezioni, troverai esclusivamente:
A) utenti sconosciuti con cui condividi soltanto un amico che peraltro amico non è, trattandosi di quel tizio dal nome turco che ti inviò la richiesta all’epoca in cui ti eri appena iscritto e che non cancelli solo perché ancora ti riprometti di scrivergli per chiedergli del perché dell’amicizia;
B) quella cugina più grande che non vedi e non senti da un quindicennio, ma nel cui sguardo riconosci la stessa profondità di quando ti costringeva a sorbirti  le sue imitazioni delle coreografie  di Non è la Rai, roba che, al solo pensiero, ti faresti brillare come una bomba ciquena;
C) panteroni di varia natura e nazionalità, che non importa che tu sia uomo o donna, tanto ti perseguitano lo stesso, alla stregua delle spam con le pubblicità del viagra;
D) ex fidanzate/fidanzati del tuo/della tua attuale fidanzato/fidanzata, che, quasi sempre sfoggiano un’idilliaca immagine di profilo in coppia, mentre il tuo/la tua attuale fidanzato/fidanzata, sebbene state insieme da quattro anni, ancora mantiene la stessa tristissima immagine di Snoopy/Hello Kitty di quando l’hai conosciuto/conosciuta, a conferma di quanto gli ex (degli altri) talvolta ci vedono lungo;
E) gente con cui non hai assolutissimamente nulla in comune e con cui nemmeno vorresti mai avere qualcosa.
In sostanza, accettare un suggerimento di amicizia da Facebook è come convincersi della bontà dei matrimoni combinati, dove il fine di chi propone è probabilmente nobile, ma la pochezza di chi accetta è innegabilmente triste.