Le coccinelle volano


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Spontaneamente 

– Ma perché alcune persone, quando fai loro un favore, si sentono immediatamente in dovere di ricambiare?- mi chiede, collocando per l’ennesima volta, stizzita, il telefono in borsa.

Ha già ricevuto tre chiamate dalla stessa persona. Ha spiegato che, no, non è in casa perché è uscita con un’amica e che, no, non ha idea di dove si trovi sua madre perché, quando è uscita, era in casa e se poi, dopo, sua madre ha deciso di uscire a sua volta, lei cosa può saperne di dove è andata o quando torna.

Le sorrido e mormoro una risposta a caso, le dico che me lo chiedo spesso anch’io, poi, poiché è tantissimo che non trascorriamo del tempo insieme, riprendiamo a parlare di noi, senza che la persona del favore da ricambiare torni ad interromperci.

Ieri, sono passata a comprare il tabacco da Luís e mi è tornato in mente questo discorso lasciato in sospeso.

Fino ad un mese fa, nemmeno sapevo che Luís  si chiamasse Luís. Io mi limitavo a dirgli “oi”, mentre lui, da quando mi conosce, mi ha sempre chiamata “Italia”. Passo a trovarlo almeno due volte al mese. Lui vorrebbe aprire una tabaccheria in Italia, io vorrei abitare il più a lungo possibile in Brasile, perciò scherziamo spesso sull’eventualità di scambiarci i passaporti.

Mi è venuto naturale portargli una calamita da Napoli. Un oggettino piccolo, solo un pensiero… 

– Mi hai pensato…- mormorava Luís incredulo, rigirandosela tra le mani.- Ma io non ti ho mai regalato niente! Come posso sdebitarmi adesso?

E, allora, me lo sono chiesta di nuovo. 

Ma perché quando offri, regali, concedi qualcosa a qualcuno, senza che ti sia stato chiesto niente, questo qualcuno si sente immediatamente in debito, in imbarazzo, in difetto?

Quanto è successo ieri con Luís, ovviamente, non è stato nulla di inedito.

Credo che la difficoltà a ricevere gratuitamente sia strettamente relazionata alla difficoltà di  donare spontaneamente, seppur, sotto certi aspetti, un po’ più grave. Del resto, quelli che non sanno dare, senza pretendere nulla in cambio, almeno, hanno un nome: avari, cazzimmosi, pretenziosi, prepotenti. Quelli che non sanno ricevere, senza aver prima dato o senza dover poi dare, invece, come si chiamano? 

Mi provoca sempre disagio ottenere, come risposta, ad un mio modo di dimostrare affetto o gentilezza in maniera gratuita e disinteressata, un’espressione imbarazzata, quasi colpevole, supportata dai “perché?”, dai “ma non dovevi!”, dai “così mi metti in difficoltà”. È come vedersi sbattere una porta in faccia. E, allora, la reazione diventa un metro di valutazione della relazione che si ha con l’altro. Perché chi si sente in dovere di ricambiare, in una certa forma, mercifica la gentilezza e, dunque, a ragione, sa di non meritarla. Chi, invece, si mostra semplicemente sorpreso o felice e accetta di buon cuore il gesto, senza alcun accenno al fatto di meritarlo o meno, sa che il vero valore non è nel dono ricevuto, ma nel sentimento con cui lo ha ricevuto e, se ricambia il sentimento, non ha bisogno di ricambiare con altro.


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Puoi farmi un favore? 

– Che stai facendo?

– Niente. Piove ancora e io non riesco a fare niente. Sono triste.

Anni fa, la pioggia mi piaceva. Forse mi piace ancora ed è con quella brasiliana che ho problemi di convivenza. Perché per me il Brasile rappresenta ed è rappresentato dal sole e, quando piove, peraltro per venti giorni di fila, tutto diventa grigio, opaco, spento. La pioggia brasiliana è contronatura. Non dovrebbe mai piovere in Brasile. 

– Non esci un po’ nemmeno nel pomeriggio? 

– Non lo so. Penso che…Aspe’, ho un’altra chiamata sotto.

Dopo due minuti.

– Oi, ma ci sei ancora? 

– Sì. Chi era?

– Devo andare a prepararmi. Esco! Era C. e mi ha chiesto se posso farle un favore.

– Che favore? 

– Ah, niente di che. Mi ha detto che a Casa Fiat oggi girano un servizio sulla realizzazione del presepe e, poiché io ho partecipato anche l’anno scorso, mi ha chiesto se posso andare a farmi intervistare.

– Che cosa?! E tu che le hai risposto? 

– Le ho risposto di sì, ovviamente. 

– Ma ha smesso di piovere?

– No.

– E tu non eri triste?

– Sì, ma che c’entra. C. è un’amica. Posso mai negarle il favore di farmi intervistare dalla televisione statale?

https://www.google.com.br/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://globoplay.globo.com/v/5473881/&ved=0ahUKEwiCt_mXpMbQAhVGx5AKHdAbDQUQFggaMAA&usg=AFQjCNFZECl61h2UTn4w_nvHht_2KdWIXw&sig2=PsS2Kuwd-aCZF7Y_9OYRaw


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Per caso

Si incontreranno per caso, così come per caso si sono incontrati la prima volta, quella sera che l’aria aveva un respiro pesante e lasciava addosso aliti di gas di scarico e buio appena nato.

Lui, un Javier Bardem dall’espressione mite, seppur stanca; lei, semplicemente stanca. 

Per ragioni diverse, mossi gli sguardi, si erano quindi intercettati.

Un sorriso, hai da accendere, io no ma chiedi a lui, non importa. 

Con estrema naturalezza, si erano scivolati l’uno accanto all’altra e, quando si erano stretti la mano, quel piacere dichiarato per circostanza, per una volta, era sembrato sincero. 

A lui era parso speciale trovare quella donna con cui parlare; a lei era parso speciale semplicemente trovare qualcuno che le volesse parlare. 

Si portavano addosso entrambi sacchi di solitudine riempiti per abitudine e poco coraggio a scrollarsi di dosso le abitudini. 

Forse per questo avevano provato l’immediata sensazione di piacersi. Persone giuste al momento giusto, che se fosse stato errato le avrebbe rese altrettanto errate. 

Lui le lasciò il suo numero, lei gli disse mi farò sentire. 

Il giorno dopo gli inviò un messaggio. Lui le rispose.

Ci rivediamo domani? Perché no? Ma non specificarono né l’ora, né il luogo. 

Lui non si fece sentire, lei non lo cercò. Come se niente fosse mai successo, come se nient’altro potesse ancora succedere. 

Almeno finché, di nuovo, non si incontreranno per caso.


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Taxi

Il clacson attira la mia attenzione e alzo gli occhi. Faccio appena in tempo a scorgere l’auto bianca che sfreccia e l’autista che, salutando, si sbraccia. Sarà João, il mio tassista preferito. 

A Belo Horizonte e, suppongo, anche in altre città, esiste un servizio di taxi lotação, taxi collettivi che fanno lo stesso percorso delle circolari e che ti permettono di spostarti, al prezzo di qualche decina di centesimi in più rispetto al prezzo dell’autobus, col conforto dell’aria condizionata, della rapidità e soprattutto della possibilità di fermarti nell’esatto punto desiderato, evitando le lunghe scarpinate che spesso occorrono per raggiungere, dalla fermata, la propria destinazione. 

La prima volta che mi avvalsi del servizio ero parecchio titubante. 

– Dove devi andare?- mi chiese il tassista sporgendosi verso il finestrino del passeggero.

Gli dissi la destinazione e mi invitò a salire in macchina. Mi si accodarono altre due persone e insieme partimmo.

Per tutto il tempo non feci altro che chiedermi quanto mi sarebbe venuto a costare. Perché le volte in cui mi era capitato di prendere il taxi a Roma mi avevano sempre spennata.

Per esempio, quando traslocai da San Giovanni alla Cassia. Non ero nuova a traslochi effettuati coi mezzi pubblici. Ovvio,  era sempre parecchio imbarazzante andare in giro carica come un’asina e coi manici delle padelle che mi sbucavano dalle borse, ma alla terza ci avevo fatto l’abitudine. Solo che quella volta avevo la febbre alta, perciò chiamai un taxi. 

Quaranta euro per 20 km. Praticamente più del   triplo di quanto avevo sempre speso per fare 250 km in treno. Alla fine, il tassista mi scrisse su un biglietto il suo numero di telefono. “Chiamami, così qualche volta, usciamo a bere qualcosa insieme”. Scaricai il biglietto nella tazza del bagno nuovo, subito dopo aver poggiato tutte le borse ed essermi chiusa la porta alle spalle. E non solo perché temevo che, qualora ci fossi uscita, avrei dovuto pagare la corsa della serata. 

João non mi ha mai dato il suo numero di telefono, né ha mai chiesto il mio. Ci siamo conosciuti alcuni mesi fa, durante uno dei miei abituali rientri del mercoledì pomeriggio. A differenza di tanti, João indovinò che ero italiana appena aprii bocca. 

– Sai,- mi spiegò- mio padre era italiano e mi ha insegnato la vostra lingua. Solo che ormai la ricordo pochissimo. 

Incontrai nuovamente João il 22 settembre, un giorno prima che, da queste parti, cominciasse la primavera. Lo ricordo bene perché quel giorno avevo un appuntamento importante e avevo associato, all’inizio della nuova stagione,  l’inizio di una nuova stagione. L’autobus tardava a passare. Accostò un taxi, era quello di João. Quella volta, però, io dovevo recarmi ben oltre il punto fin dove normalmente arrivano i taxi lotação. 

– Non preoccuparti, sali, ti ci porto io!

E mi accompagnò. Il tragitto normale costa quattro reais a tratta, lui mi aveva accompagnato per molti km oltre. Istintivamente gli porsi una banconota da dieci, insistendo perché non mi desse il resto. 

– Non esiste!- reclamò. – Tu sei la mia amica italiana. 

Alla fine, riuscii a convincerlo almeno a darmi solo il resto di cinque. 

Ho ripreso il taxi di João qualche tempo dopo, in uno dei miei soliti viaggi di andata del mercoledì. Nel frattempo, è cominciata la nuova stagione, anzi è quasi finita, ma non si è rivelata molto diversa dalla precedente. Forse perché qui le temperature variano dal caldo, al caldissimo, al caldo. Il cambiamento sta solo nella pioggia. Quando il cielo ha bisogno di piangere.


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Fabio 

Cerco un posto all’ombra per potermi riposare. Più che la fatica, mi affatica il caldo, questo sole che, a prestargli poca attenzione, mi ha già cotto le braccia. 

Trovo un muretto. Poco distante, un albero dai frutti che sembrano carrube, ma più piccole, più pesanti e più rumorose quando cadono a terra, ha una chioma sufficientemente grande per gettare un’ombra che mi dia un po’ di ristoro.

Mi siedo, stendo le gambe e mi guardo intorno senza però riuscire ad apprezzare granché dei dettagli della folla e dei colori che mi riempiono gli occhi. Anche i rumori, i suoni, i gorgoglii delle risate dei bambini,  le urla delle madri che rimbombano da un lato all’altro del parco, conservano una matrice confusa e indistinta. Non è solo stanchezza e non è solo la stanchezza di questo momento. Ormai mi capita sempre più spesso di prestare poca attenzione alle contingenze, per perdermi in un generico sentimento di percezioni che con i sensi ha poco in comune. Una distrazione non distratta che applico a giuste dosi quando ho bisogno di non sentirmi attratta da pensieri che, gira e rigira, fanno sempre lo stesso giro.

Con la coda dell’occhio, mentre punto lo sguardo a terra, come se con la forza del pensiero fossi in grado di ripulirmi le scarpe dalle macchie di erba e terra rossa, noto che si sta avvicinando un ragazzino. 

Fabio, che non si chiama così, ma che indossa una maglietta sul cui dorso, su sfondo giallo oro, a caratteri scuri, è scritto questo nome, mi fa un cenno spavaldo col mento. – Ciao.

– Ciao- gli rispondo, un po’ meno distratta.

Porta un pallone stretto sotto il braccio, ma sembra non avere alcuna voglia di giocare e si siede sul muretto che, perpendicolare a quello dove siedo io, forma un angolo non diverso dalle centinaia di altri angoli che dovunque, due muretti perpendicolari formano. Ma è uno spazio speciale o, sono io a volerlo tale, per una smania a riconoscere, in determinati momenti, anche nel più banale del luoghi, tracce di unicità e predestinazione. 

Rimaniamo così, a ignorarci e poi a fissarci e poi a ignorarci ancora.

Interrompo la monotonia, decidendo di fumare una sigaretta. Prendo il pacchetto. L’accendino è sempre il più difficile da rintracciare e resto con l’avambraccio infilato nella borsa, mentre la mano rimesta e fruga. Quando finalmente l’ho trovato e sto per appiccare la fiamma alla punta della sigaretta che, da un minuto, mi ciondola tra le labbra, scorgo lei.

Non avrà più di quattro anni, ma si muove a passo deciso, senza alcuna incertezza nell’andatura o nell’espressione. Raggiunge Fabio e gli si para di fronte.

– Mi posso sedere qui accanto a te?

Fabio fa un cenno d’assenso col mento, simile a quello con cui, pochi minuti prima, mi aveva salutata. Guarda dritto davanti a sé. La presenza della bambina non ha cambiato per nulla il suo atteggiamento. Sembra chiuso in un mondo da cui gli è difficile, per volontà o paura, venir fuori.

La bambina, però, attratta forse proprio dalla sua impassibilità, gli tiene gli occhi puntati addosso.

– Cosa fai nella vita?- gli chiede improvvisamente. – Lavori?

Fabio, senza mostrare particolare attenzione per quella domanda e continuando a guardare fisso davanti a sé, le risponde con estrema calma. – No, non lavoro.

Poi come se, dal nulla, gli fosse scattato qualcosa dentro, gli occhi accesi di vivo interesse, si gira a guardare la bambina.

– Non lavoro – le dice- Non vedi che sono un bambino anch’io? Ma appena sarò grande comincerò a lavorare. 

Lei lo ascolta, presa, mentre lui prosegue. 

– Voglio diventare ricco. Fare tanti soldi e avere una carta di credito. Voglio vestiti belli e una casa grande, molto grande. Magari con la piscina. Poi voglio una macchina, bella, e una moto e anche una bici. Forse comincerò anche a fumare, ma non ho ancora deciso. Ma, soprattutto, voglio andarmene lontano. Voglio viaggiare e visitare tutti i posti del mondo. E voglio essere felice.

La bambina continua ad ascoltarlo ammirata, ma Fabio, ormai, non ha più nulla da dire ed ha ripreso a guardare dritto davanti a sé.. 

Timidamente, ma con tutta la dolcezza di cui credo sia capace, lei lo guarda, seria, e gli chiede- E vuoi anche sposarmi quando sarai grande?

– Forse. – risponde Fabio.

Tacciono entrambi. Io spengo la mia sigaretta e faccio per allontanarmi. Li guardo un’ultima volta.

Senza alcuna insicurezza, stavolta insieme, spingono lo sguardo verso l’orizzonte. 


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Tecniche di sopravvivenza per sopravvissuti

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Scattati o fatti scattare una bella foto. Scegli un posto incredibile, una situazione che lasci senza fiato, non solo gli altri, ma soprattutto te. L’ideale sarebbe un tramonto, perché i tramonti, in fondo, piacciono a tutti e fanno sempre la loro porca figura.
Cerca di sorridere e di mostrare la tua espressione migliore. Ma se non ti va, non puoi o non ci riesci (magari perché hai mezza faccia fasciata di bende e il massimo che potresti ottenere, cercando di sorridere e mostrandoti all’obiettivo, sarebbe la migliore espressione di Frankenstein), allora assumi una posa svagata, distratta, da intellettuale un po’ a tre quarti e un po’ di spalle. Un’espressione epifanica, illuminata e un pizzico commossa.
Dopodiché,  pubblicala.
Ti renderà un po’ felice pensare che gli altri pensino che sei felice. Non troppo, non come se nulla fosse. Ma sicuramente meno triste di quanto ti renderebbe triste, viverti e mostrare appieno tutta questa tristezza che hai dentro.


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Pagine

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Le pagine non si riempiono da sole. Un po’ è ispirazione, il resto è esperienza. E quando la vita sembra non darti tregua, alterando tutti gli equilibri che difficilmente consegui, è a questo che devi pensare, che a te la vita offre un sacco di spunti, un sacco di parole, un sacco di cose da raccontare.

Certo, avresti potuto avere una  vita più serena, senza intoppi, senza grossi scossoni, ma poi cosa avresti raccontato? Te ne saresti stata ad ammirare o invidiare e riportare, magari stravolti, racconti e pezzi di vite altrui, come continuamente vedi fare a chi, difronte alla vita, fugge, a chi, anziché viverla, la sogna, perché rimboccarsi le maniche è fatica, perché chi me lo fa fare?, perché io non ce l’ho il tuo coraggio.

Fregatene. Fregatene degli sgambetti, degli scivoloni, delle cadute. Ridine e fanne storie.
Molto più insostenibile della leggerezza dell’essere è la pesantezza del non essere.


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Memoria a colori

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Cancello i cancelli
che barrano
vita a venire
e sulle cui barre
si impalano i sogni
sfuggiti al cassetto.
Confino al confine
il mesto trambusto
dei tempi peggiori.
Mi aggiro in rovine
ma non rovinando
nei covi di rovi.
Memoria a colori
nereggia il disastro.
Rimango ottimista.
Limitata nel limite
limo gli spigoli
del davanzale.
Le piante piantate
sul bordo
germogliano gigli.
Profonde
profumo d’estate
una stella cadente.
Mi affaccio
e la faccia rossastra
che mi offre la luna
promette
pronostico incerto
ma un po’ di fortuna.


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La fine del mondo

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Sai, ho fatto un sogno che era la fine del mondo. No, non significa che era un bel sogno; significa che ho proprio sognato la fine del mondo.

Su una spiaggia un po’ brasiliana e un po’ napoletana, dove i fusti giganti delle palme si riflettevano nei vetri rotti delle finestre del secondo piano di palazzine abbandonate e lerce, coi muri sgarrupati e i tetti intonacati dallo sterco secolare dei piccioni, sotto un cielo un po’ grigio e un po’ color di seppia, sgranato negli occhi da una coltre spessa di nuvole belligeranti e ostili, i bambini correvano e urlavano e le madri anche peggio. Gli uomini, invece, ostentavano coraggio, ma scommetto che, in fondo, pure loro si stavano cagando sotto.

Quanto a me, non saprei dirti. So solo che mi sentivo tanto persa e respiravo e vagavo a bocca aperta e a pieni polmoni, perché di lì a poco l’ossigeno sarebbe finito e l’aria si sarebbe adagiata come una coperta inutile e pesante, su tutte le case e le cose e sui corpi di chi sarebbe morto e di chi si stava già uccidendo. So però che non avevo paura, forse per quel disinteresse che da sempre accompagna le mie sorti e mi permette di rimanere chiusa in ascensore per dieci minuti senza farmi prendere dal panico o di salire su un autobus, che qui, lo sai, è come andare sulle montagne russe senza cinture di sicurezza, a farmi ipnotizzare dall’espressione bidimensionale dei volti delle persone scomparse, incorniciati su volantini sbiaditi dal sole. Se sparissi anch’io? Se finissi in un luogo qualunque o finissi e basta?

Nel mondo agonizzante del mio sogno, ti incontravo e mi prendevi per mano. L’oceano Mediterraneo era un mostro infuriato da onde spalancate come bocche e denti di schiuma di rabbia e sale, verso il quale i nostri piedi, impastati di sabbia, si muovevano nudi. Il segnale della fine arrivava ed era un urlo di sirena tanto forte da renderci sordi e quello che ti avrei voluto dire non te lo potevo più dire.

Mi rimaneva un ultimo respiro, un ultimo passo, un ultimo ricordo. E sotto quel cielo ormai spento, chiudevo gli occhi, poggiavo le labbra alle tue e ti baciavo.


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°°°cose_perdute°°°

ombrelli fb

L’elio spingeva il palloncino sempre più in alto.

Era la prima volta che perdeva qualcosa e nell’indecisione tra il se scegliere di seguirlo con lo sguardo e il piangere, lei scelse il pianto.

Dovettero trascorrere molti anni, prima che fosse in grado di capire che l’archetipo di ogni indecisione e successiva rinuncia risiedeva in quella lontana scelta. Ciononostante, non sapeva come porvi rimedio.

L’incapacità di prescindere dal preferire ogni volta la commiserazione di se stessa in luogo di una più salubre archiviazione della tristezza; l’istinto di attribuirsi una colpa ancestrale, piuttosto che semplicemente ricordare, per poi più serenamente dimenticare, l’oggetto e le circostanze della perdita, scandivano, come interruzioni forzate, gli svariati tentativi di riconciliarsi ogni volta con la parte più fragile della propria anima.

Perché la fragilità non si comprende.

La si può vedere imporsi ovunque, ossimoro in termini comportamentali, tanto esplicito nella purezza dei fiori che vengono calpestati impunemente dai passanti distratti oppure nella leggerezza sublime delle nubi sfrangiate e disfatte dal primo soffio di vento.

Come quello contro il quale adesso stava tentando di non muovere i propri passi.

L’uomo seduto sulla panchina di fronte mostrava novant’anni. Il borsalino calato sugli occhi gli nascondeva lo sguardo da Humphrey Bogart e la pena che, era certa, stava cercando di scacciare, compilando uno stupido cruciverba.

Finse di tossire per attirare la sua attenzione, sperando le rivolgesse la parola, ma continuò a sentire soltanto il fruscio dei rami e del suo continuo deglutire e l’uomo, di contro, rimase perfettamente indifferente.

Aprì perciò la borsa e ne tirò fuori un pacchetto delle sue fedeli amiche bionde.

Il giorno, così come lo aveva immaginato, presupponeva una presa di distanza dalla sconsideratezza degli altrimenti comuni ritmi quotidiani. Le risultava, però, tanto più difficile riuscire a rimanere ferma in quell’angolo verde di città, quanto più solleticante  si faceva l’idea di interrompere la staticità delle gambe e correre ad immergersi nella familiarità del grigio cemento e del ruvido nero asfalto.

La decisione di dedicarsi del tempo da sola e senza impegni particolari cominciava ad apparirle fuori luogo e noiosa. Ma ancora riteneva che le sarebbe stata utile.

Per tenersi buona innescò, perciò, un dialogo tra il fuco ed la farfalla che pochi attimi prima aveva osservato svolazzare intorno alla siepe di bosso che delimitava i sentieri del parco, immaginando che, in un punto a caso, si fossero ritrovati vicini e avessero deciso di fare amicizia.

Ciao, come ti chiami?” chiedeva la farfalla.

Fuco” rispondeva l’altro.

Come un fuoco che abbia perso una “O”?

Esatto, proprio così.

E non ti dispiace? Meglio fuoco che fuco, non trovi?” aggiungeva la farfalla.

No– replicava il fuco- non mi dispiace affatto. Mi dispiacerebbe piuttosto il contrario. Cosa sarebbe stato di me, se fossi stato un fuoco?

Saresti stato più caldo, più colorato e più vivace…

No– la interruppe il fuco- Credi che un fuoco sappia cosa siano il calore, il colore e la vivacità? Io credo di no. E aggiungo che, sebbene sia facile desiderare di essere altro, senza avere percezione di ciò che si è per se stessi, io preferisco essere un fuco che sa cosa sia il fuoco, piuttosto un fuoco che non sappia…

Interruppe bruscamente quella stupida conversazione immaginaria, rendendosi conto non solo di quanto fosse inutile impiegare il proprio tempo in quel modo, ma anche di quanto fossero false e incongruenti le parole che aveva deciso di usare. Inoltre, come avrebbe potuto proseguirla?

Si diede della stupida ed era la prima volta quel giorno.

Di solito capitava molto prima, già al risveglio, quando aprendo gli occhi, il primo pensiero le si incollava all’arcata dei denti, venendo talvolta fuori sotto forma di suono pronunciante gli ultimi versi di un sogno strano.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, prese l’accendino dalla tasca della giacca e di fronte al tremolio incerto della fiamma stavolta fu a se stessa che chiese se sarebbe mai stata in grado di sentirsi più calda, più colorata e più vivace.

Probabilmente no, avrebbe risposto, se non fosse stata distratta da un colpo improvviso alla spalla che le fece cadere di mano la sigaretta. Nemmeno il tempo di chiedersi cosa fosse successo e lo vide.

Un pallone colorato rotolava ai suoi piedi, poco distante dal punto in cui la cicca scappata alla presa delle dita rantolava gli ultimi strascichi di fumo.

“Ah! Questi ragazzini…” borbottò il vecchio Humphrey Bogart dalla panchina di fronte, per poi immediatamente riabbassare gli occhi e riprendere la ricerca della definizione giusta.

Fu tentata per l’ennesima volta di muovere le gambe ed alzarsi, magari per tirare un calcio al pallone e rispedirlo nel punto da cui era arrivato, ma la sfericità, il senso di pienezza e l’armonia del gioco a cui la sua forma rimandavano, le cristallizzarono l’espressione in un sorriso.

Finché non sentì il pianto.

Pianto di bambino, pianto di dolore.

Abbandonò, pertanto, i propri propositi e si mise in piedi.

Quanto tempo era rimasta seduta in quel posto? Troppo, risposero le giunture delle ginocchia.

Raccolse il pallone e tenendolo stretto sotto il braccio destro, si mosse verso la direzione da cui le giungeva il suono del pianto.

Era poco distante. Indossava una t-shirt azzurra su un paio di calzoncini dello stesso colore, ma più stinto. Aveva all’incirca sette anni. Non la notò fintanto che lei non gli si parò davanti.

“Se ti restituisco il pallone, mi prometti che smetti di piangere?”

“OH! Il mio pallone- esclamò il bambino- Pensavo di averlo perso! Grazie per averlo trovato, signora.”

“Non devi ringraziarmi- disse lei restituendogli il pallone- Voglio solo che mi assicuri che, qualora ti capitasse di nuovo di perdere un pallone o qualunque altra cosa, di qualunque cosa si tratti, non piangerai, bensì ti metterai subito alla ricerca di qualcos’altro che ti renda felice. Puoi promettermelo?”

Il bambino la fissò perplesso, ma automaticamente fece segno di sì con il capo. Dopodiché si allontanò di corsa, per andare a godersi gli ultimi scampoli di quel pomeriggio di primavera con il pallone ritrovato.

Lei, invece, rimase ferma nello stesso punto per alcuni minuti.

Ripensò alla promessa strappata al bambino e a quanto le sarebbe piaciuto vedersi strappare una promessa della stessa portata.

Forse quel giorno aveva sprecato il suo tempo decidendo di regalarsi del tempo. Ma mai avrebbe scommesso, a pensarci a priori, che, da un caso fortuito, sarebbe stata in grado di trarre uno spunto di riflessione valido alla riconsiderazione di se stessa, delle sue scelte e del modo in cui ne affrontava le conseguenze.

Scrollò la testa e rise forte.

La bambina che, molti anni prima, si era lasciata sfuggire un palloncino, riconsiderò tutte le cose che da allora aveva perso, nonché quelle che aveva ritrovato e le altre che ancora aveva, ma che avrebbe potuto perdere da un momento all’altro.

E riconsiderò se stessa, il valore delle proprie fragilità, l’importanza dell’autocoscienza e la volontà a non volersi mai più diversa da quello che era.

E quella fu la prima volta che finalmente, anziché perdere, sentì di aver guadagnato qualcosa

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