Le coccinelle volano


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I blog servono anche a questo

Aspettai per giorni. Niente di particolare, ma almeno un segno, un messaggio, qualcosa che mi desse a intendere che aveva voglia di vedermi, di riabbracciarmi. Il segno non arrivò e, allora, fui io a cercarla.

– Domani parto. Hai tempo anche solo per un caffè insieme?

Il tempo lo trovò, ma fu un tempo diverso da quello che, solitamente, trascorrevamo insieme. Chissà…forse la distanza aveva intaccato il bene che provava per me? (La distanza può questo?) O era stato proprio il tempo a consumare l’affetto, a trasformarglielo in un sentimento diverso nei miei confronti, che so, noia? Sopportazione?

Non tutte le amicizie sono eterne. E non fa differenza la loro natura, che siano vere o di circostanza. Alcune finiscono e basta. E credo fosse quello che era successo alla nostra. Il motivo? Non lo conoscevo, né riuscivo a trovarne uno. Sebbene me ne fossi andata a vivere dall’altra parte del mondo, i miei sentimenti per lei non erano cambiati.  Avevo continuato a scriverle, continuavo ad interessarmi alla sua vita e a cercare di coinvolgerla nella mia. Lei faceva altrettanto, ma… Ecco, ero sempre io a scriverle per prima, a cercarla per prima. 

Per questo, quando tornai in Italia, aspettai fino all’ultimo giorno. Per questo, volevo fosse lei a chiedermi di vederci. Non lo fece, lo feci io, il giorno dopo ripartii per il Brasile, pietra sopra.

Per mesi, non ebbi sue notizie. Non mi fece nemmeno gli auguri di compleanno. Che cazzo ha avuto? Ogni tanto pensavo, ma senza prendermela troppo. Se non mi voleva più nella sua vita, aveva i suoi motivi, ma io non potevo certo colpevolizzarmi per qualcosa che ignoravo.

Non mi fece nemmeno gli auguri per pasqua. Non che ci abbia mai tenuto agli auguri per pasqua, ma la pasqua dello scorso anno…

Mi scrisse dopo tre giorni. 

“Ho incontrato tua madre, mi ha detto, ho saputo, mi dispiace, stai bene?”

Le risposi “sto bene, grazie”. Non sapevo davvero cosa farmene del suo messaggio. Se non avesse saputo, avrebbe continuato ad ignorarmi? E, pur avendo saputo, cosa cambiava? 

Lo so, alcune persone si sentono amiche solo nel momento del bisogno. Alcune persone pensano di dare il meglio di sé quando possono mostrare carità, pena, disponibilità al conforto. 

A me piacciono le persone che ci sono quando sto bene. Non ho mai cercato spalle su cui piangere. Certo, quando mi è capitato di trovarne qualcuna libera e disponibile, mi sono appoggiata ed ho pianto, ma preferisco comunque le persone a cui piace vedermi sorridere, quelle che apprezzano e partecipano delle mie gioie. Gli amici del momento del bisogno sono quelli a cui piace vederti nella merda scrissi qualche tempo fa e ancora lo penso.

Scomparve di nuovo. Io feci altrettanto con con lei. Perché? Perché mi aveva ferita. Da altri riuscivo, ero sempre riuscita, ad accettare piccoli screzi, indifferenze, scortesie. Da lei no. Con lei ero veramente incazzata. 

Mi convinsi che la nostra non era affatto un’amicizia speciale, che, se c’era una colpa, se avevo una colpa, era quella di averle attribuito un ruolo che lei non voleva o non sentiva appartenerle. Ritenendola un’amica speciale, l’avevo sovraccaricata di aspettative, quando magari lei mi considerava e voleva essere considerata una persona qualunque, una tra le tante.

Poi un giorno, se non ricordo male era settembre, mi chiamò. Non avevo molta voglia di parlarle. Era un periodo letteralmente buio. Alla fine risposi. E le raccontai tutto. Non fu uno sfogo. Come ho già detto non ho bisogno di spalle su cui piangere. Lo feci per punirla. Un racconto freddo, distaccato, il cui significato, nemmeno troppo sottinteso, era “sto passando attraverso tutto questo e a te non ho fatto sapere nulla perché non meriti di sapere nulla”. Insomma, un modo, forse troppo sottile, forse no, per farle capire che, per me, davvero era diventata una persona qualunque.

Non mi aspettavo una reazione in particolare. Cioè, sapevo che quanto le avevo raccontato l’avrebbe turbata, che, come minimo, ci sarebbe rimasta male, ma, ripeto, io volevo solo punirla. 

Sono dell’idea che quando qualcuno ci mette a parte di qualcosa di grave, di qualcosa di intimo e personale, e lo fa in maniera esclusiva, lo fa, fondamentalmente per due motivi: o quel qualcuno si fida ciecamente di noi, confida in noi, ci reputa speciali; o quel qualcuno ci sta buttando addosso il suo peso perché vuole ci schiacci. 

Forse si sentì in colpa, forse il bene che provava per me si era rafforzato nuovamente, non lo so… Ad ogni modo, prese a chiamarmi ogni settimana. Inizialmente, mi impedii di dare a quelle telefonate un valore eccessivo. Il modo in cui in passato, senza motivo, era scomparsa, ancora mi bruciava e non riuscivo più a contare su di lei. Era peraltro forte il sospetto che volesse sentirsi “l’amica nel momento del bisogno”. Solo che per una volta, volli concedermi il beneficio del dubbio. Purtroppo, quando una persona perde la mia fiducia, difficilmente la riconquista. Sono fatta male, lo so. Ma, sentivo che per lei valeva la pena, che, forse, ero stata troppo avventata nel giudicare il suo allontanamento come qualcosa di personale, che non era successo nulla ed eravamo ancora amiche, come in passato, come sempre.

Sono rientrata in Italia a dicembre, ci sono rimasta quasi un mese. Lei lo sapeva, glielo avevo detto subito dopo aver preso i biglietti, così come le avevo detto che mi sarebbe piaciuto riabbracciarla. Durante il quasi mese trascorso in Italia, è scomparsa, si è dileguata, non ha dato segni di vita. Né una telefonata, né un messaggio. Neppure a natale. Stavolta, però, non l’ho cercata. Per quanto mi sia mancata, stavolta ho deciso di assecondare e ricambiare la sua volontà a non cagarmi di pezza.

Ha cominciato a telefonarmi tre giorni dopo il mio rientro in Brasile. Sei telefonate di fila che ho lasciato senza risposta. Ha riprovato di nuovo. E di nuovo non ho risposto. Poi mia madre mi ha detto che ha chiamato anche lei, che le ha detto che non capisce perché io non risponda, che lei non mi ha fatto niente e che se non si è fatta sentire, durante il mio soggiorno in Italia, è perché non voleva disturbarmi.

Certo è che, se rivedere qualcuno a cui voglio bene e che, per la maggior parte del tempo, vive a migliaia di chilometri da me, fosse per me motivo di disturbo o fastidio, non mi sprecherei a rientrare in Italia.

Ma non mi importa che lo sappia o che lo comprenda. Ieri ha provato a chiamarmi di nuovo. Mi ha chiamata anche stamani, mentre scrivevo questo post. Più volte. Ad un certo punto, avrei anche risposto, ma non mi andava. Sono brava a dire ciò che penso, solo quando sono cose belle. Le cose cattive preferisco non dirle. Non riesco a dirle. 

Secondo una mia amica, un’altra, io perdo (sarebbe più corretto dire “abbandono”) le persone perché, quando mi sento ferita, non do loro la possibilità di spiegarsi. Il fatto che io non comunichi il mio dispiacere, la mia rabbia, li priva dell’opportunità di chiedermi scusa, di scoprire in che modo voglio che mi si relazionino e, in generale, priva sia loro che me della possibilità di costruire un’amicizia sincera, vera, che non sia basata solo su sentimenti e situazioni positive, ma anche sui difetti, sulle mancanze. Sì, questa mia amica ha ragione. È tutto vero. 

Ma io sono fatta così.

Quando qualcuno mi ferisce, quando mi fa qualcosa che, a mio avviso, non dovrebbe fare, non glielo faccio mai notare. Finché posso, sopporto. Se non lo fa più, rimaniamo amici; se lo fa ancora, se lo fa di nuovo e non riesco più a sopportarlo, mi convinco che posso fare a meno di quella persona. Non mi arrabbio. Ci soffro. Un po’, molto, dipende… Ma non glielo dico. 

Mi tengo tutto dentro. Al massimo, ne tiro fuori un post o una storia da scrivere sul blog. In fondo, i blog servono anche a questo.

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Nessuno

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Tengo lo sguardo puntato a oriente così che nessuno (e in particolare Nessuno) possa vedere se piango.
Nessuno è il nome che ho deciso di dargli dopo essermi resa conto di quanto sia stato ingiusto ripetermi per tutta una vita chenessuno mi avrebbe mai sopportata.
Lui mi sopporta, quindi è il mio Nessuno, l’eroe dalla proverbiale tracotanza che, assediatami la mente, fino ad allora inespugnabile Troia, mi ha poi accecata e non nel senso de “l’amore è cieco” e altri modi di dire altrettanto scontati.
E’ strano da spiegare.
E poiché è anche poco chiaro, non so se sia più lecito considerare il baluginio letargico dell’autunno inoltrato come una promessa di partecipazione e conforto o considerarlo, in quanto tale, ossia come un preludio al finale.
Mi limito a dolere anticipatamente per parole che presto romperanno il silenzio.
Sulla collina da cui non spunta il sole, perché è pomeriggio/quasi sera e se volessi vedere la luce dovrei voltarmi e farmi guardare il viso, gli alberi disegnano macchie di colori morti.
Dall’altro lato, alle mie spalle, un’altra collina è un cuscino su cui una stella presto poggerà la testa, per poi sparire fino a soffocare. 
Siamo prigionieri in una conca a forma di piazzale panoramico. 
C’è troppo vento e vorrei non ce ne fosse, così non sarei costretta ad ascoltare il suo respiro e tutto ciò che ne consegue, ma il suono mi arriva limpido e veloce.
“Perché non mi guardi?” mi chiede ed io nasconderei la faccia ovunque, tra le felci che immagino popolino il distante sottobosco facendo il solletico alle basi degli alberi stanchi.
Decido di contare fino a dieci, ma mi fermo al sette, interrotta da un’intuizione sciocca.
Potrei gridare “abracadabra!” anziché perdere tempo con inutili esercizi di autocontrollo, e sperare che sparisca prima che si avvicini a toccarmi una spalla, ma sono poco rapida e le sue dita già mi solleticano una scapola.
Indecisa sul se voltarmi o meno, mi volto e il suo volto è trasfigurato dai raggi di quel sole che volevo ignorare.
“Un tu detto da te, per me è io.” E questa frase su di lui ha un effetto più valido di una formula magica, perché lo fa arretrare. Continuo su questa strada, ma è un sentiero sul quale difficilmente mi arrampico, sebbene sia io stessa a tracciarlo. Continuo caparbia.
“Guarda le cose dalla mia prospettiva, se ci riesci. Tu resti un tu smorzato dalla mia riluttanza ad accoglierci in un noi e se non trovi un senso a quello che ti sto dicendo è perché io sono molto di più di quanto credevi sarei stata. E non scuotere il capo proprio adesso! So cosa stai per obiettare e non lo accetto. Resta in silenzio, lontano dove sei adesso. Tra un po’ sarà il tramonto e tutto quello che conserverò di te sarà l’ennesimo vago ricordo, un possibile ricorso alla ricerca di ciò che io volevo di te (di per sé molto meglio di ciò che tu volevi di me) e in qualche modo ho creato.”
Ora so per certo che sto facendo la figura della stupida, ma non mi frega. Non me ne starò zitta, non finché non se ne sarà andato con una buona ragione.
“Quante volte sei stato fregato?”
Sta per dire qualcosa, ma lo blocco.
“Non rispondere, non era una domanda, era solo un preambolo. Le fregature sono come scarafaggi che spuntano dagli angoli in cui non hai guardato. E non importa se li scalci, se li ignori, se ci passi sopra con tutto il tuo peso. Perché l’immagine di quell’insetto nero, orribile e, se riuscissi ad annusarlo, di sicuro anche puzzolente, ti perseguiterà e terrorizzerà ogni volta che supererai l’incrocio tra una parete e un’altra. Sei una fregatura anche tu?”
Mi risponde con gli occhi e finalmente comprendo che la situazione è più complicata di tutte le altre situazioni complicate in cui mi sono cacciata in precedenza.
Mi meraviglia, perché mi sarei aspettata una reazione. Nessuno ha mai sopportato tanto senza reagire, ma lui è Nessuno e allora la maledizione continua e vorrei imprecare, fare come se tutto ciò che ho nella testa fosse facilmente resettabile. E lo riconosco questo momento, perché è il solito stesso momento in cui la mia natura cattiva si ribella contro di me per farmi del male che non sarà mai abbastanza rispetto a quello che merito. Poi finirà di nuovo e sembrerò serena, quasi felice, l’immagine perfetta che qualcuno oserebbe contraddire, solo perché nessuno possa non crederla reale.
Ma io so qual è la verità
Nessuno mi crederà sempre. Nessuno mi vorrà bene. E chissà se anche questo è solo un gioco di parole.

Maria Pia Monda 31/08/2009


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Intesi e fraintesi

Preferisco le persone che non capiscono nulla, molto più di quelle che fraintendono. Nel primo caso, dato una frase non compresa, puoi cambiare argomento o troncare, con la tranquillità che le tue parole, non essendo state comprese per nulla, quasi sicuramente non lasceranno tracce nei ricordi dell’interlocutore. Quando, invece, vieni frainteso, la spiegazione o, per meglio dire, il chiarimento diventa necessario. E quando un concetto ha bisogno di essere ripetuto due volte, spesso capita che, alla seconda, si utilizzino parole un po’ più forti per marcarne il significato.
ESEMPIO DI CONVERSAZIONE CON PERSONA CHE NON CAPISCE NULLA
– È stupefacente! Passano gli anni e non cambi mai.
– Che hai detto?
– Niente. Solo che è meglio che sparisci per un altro po’ di anni.
– Che hai detto?
– Niente. Non ho detto niente.
ESEMPIO DI CONVERSAZIONE CON PERSONA CHE FRAINTENDE
– È stupefacente! Passano gli anni e non cambi mai.
– Eh, lo so, mi mantengo bene.
– Non mi riferivo all’aspetto, ma al carattere. Perché, a discapito del tempo, sei sempre un grandissimo stronzo.