Le coccinelle volano


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La fioritura degli ipês

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Prima fioriscono quelli rossi, poi i rosa, i gialli e, alla fine, i bianchi. I bianchi sono i più rari. C’è un esemplare giovanissimo nella strada in cui abito. E’ recintato e, da un ramo, penzola un cartello che recita “Sono un ipê bianco. Guarda quanto sono bello!”
Gli ipês sono alberi strani. Quando la temperatura scende, un brivido scuote la loro corteccia come un presagio di morte. Temono manchi poco, temono sia la fine. Per questo, fioriscono.

– Ti piacciono gli ipês?
Fu il primo sì che gli dissi. Mi ero incantata con il naso in aria, a seguire la traiettoria di quelle nuvole rosa scosse dal vento. Piccoli petali, come cuori, si staccavano dai rami, spole romantiche tra cielo grigio e asfalto nero, in un pomeriggio d’inverno. Una pagina di quaderno che avrei riempito, senza saperlo.

Gli ipês sono alberi ribelli, fanno le cose al contrario. Sfidano le stagioni e la sorte. Si riempiono di colori, quando tutti gli altri sono vestiti a lutto.

Avrei potuto coprirmi il cuore anch’io, basando, sulla precarietà di quel momento, la scelta di trascurare il tramonto e rimandare ad un’alba successiva, di maggiore certezza, la possibilità di scoprire quello che avevamo da vivere. Come quegli alberi che, per paura di bruciarsi, aspettano il conforto della primavera prima di fiorire.
Ma sullo sfondo c’erano gli ipês.

Gli ipês sono alberi folli. Non aspettano la primavera. Gli ipês fanno l’amore in inverno.

– Voglio fare con te quello che l’inverno fa con gli ipês.

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Vetro

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E’ per quelle cose che non saprà mai o per una soltanto che vorrebbe sapere, che a volte si chiude a riccio, spinosa e intrattabile quanto una scheggia di vetro non levigata da alcuna corrente.
E proprio oltre un vetro, per l’ultima volta si incanta ad inseguire i pensieri dell’uomo più vecchio che le siede accanto.

La croce ed il rosario appesi al collo sintetizzano il richiamo ad una fede assente, stretto sulla pelle come un nodo di cappio, che asfissia e lascia indolente la pretesa dell’anima di tornare pura e indenne nei confronti di quelle cose che feriscono solo perché “beati i miseri, ché di loro sarà il regno dei cieli”.
Ciononostante prova ad arrivare al cielo anche lei, con gli occhi che le si inerpicano lungo il tortuoso sentiero disegnato dalle gocce di pioggia, mentre compiono un inverso free climbing sul finestrino del treno.
Le residue luci della sera e i primi bagliori della notte, però, le respingono lo sguardo a livelli più terreni.
Capita che la suola consunta delle scarpe, abbracciata al linoleum come un’amante disfatta, le rimetta alla coscienza l’orrore dello smalto rosso spalmato in malo modo sulle unghie che non ha mai smesso di mangiare e che l’ombrello a quadretti faccia quadrato con la tempesta che presto le bagnerà i capelli.
L’accurata descrizione delle condizioni meteorologiche, del resto, condiziona l’andamento di una storia mediante le associazioni simpatetiche tra gli umori atmosferici e gli umori sentimentali.
Chiude l’agenda e smette di prendere appunti.
La promessa che la prossima storia cominci col sole non sarà più un inganno.


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Allenarmi tutti i giorni 

José ha sessantacinque anni. Me lo dice lui, perché, fosse stato per me, gliene avrei dati cinquanta portati male, cinquantacinque al massimo.

Mi capita spesso. 

– Quanti anni pensi che abbia? 

– Non credo che arrivi a sessanta.

– Ne ho settantadue.

Qui un sacco di persone mostrano una quindicina di anni in meno.

Ho conosciuto José al parchetto vicino casa. Da due settimane ho preso ad allenarmi tutti i giorni e, per quanto “allenarmi” e “tutti i giorni” siano espressioni avulse al mio frasario, tanto più se combinate insieme, ancora sto reggendo. 

Ero intenta a scalare un attrezzo quando José mi si è avvicinato. 

– Ti piacciono le prugne?

Io avevo le cuffie nelle orecchie e il sangue in testa, perciò ho capito una cosa tipo “ti piace fare a pugni?”

L’ho guardato con l’espressione del e mo’ che vuoi che ti dica, ho storto un po’ le labbra e ho mormorato un sì affannato, sperando che l’allenamento del giorno non includesse una sessione di pugilato con un perfetto estraneo.

José deve aver notato la mia perplessità ed ha ripetuto- Ti piacciono le prugne?

A quel punto mi sono illuminata. 

– Vedi, quella è una pianta di prugne. E questo un albero di manghi. Vieni, te li mostro. 

Sono scesa dell’attrezzo e con due passi mi sono ritrovata sono un albero gravido di frutti acerbi.

Abbiamo cominciato a chiacchierare di flora e fauna, delle differenze tra il Brasile e il continente europeo. 

All’inizio, sentito il mio accento, José ha pensato fossi argentina e pure questa è una cosa che mi capita spesso. Fortuna che qui non se lo caga nessuno, se no mi verrebbe il dubbio che sto cominciando a somigliare ad Higuain. 

Dopo un po’ che chiacchieriamo, José mi chiede – Fai meditazione? 

– No.- rispondo. 

– Strano. Parli come una che fa meditazione. 

A parte che stavo ancora mezza affannata dagli esercizi e ci sta che tra una frase e l’altra, alla ricerca della parola giusta, qualche ohmmm ohmmm mi sia partito. Però non medito. Cioè, ogni tanto medito qualche vendetta. Ma solo quello, nient’altro. 

– Allora adesso ti mostro qualche esercizio.- e dicendo questo, José mi invita a prendere una posizione da guerriero maori, con i piedi in linea con le spalle, le ginocchia rivolte verso l’esterno e le mani unite a cuore sull’ombelico.

– Adesso respira con la pancia. 

E io respiro. 

– No, non così.  Stai respirando con il diaframma. Respira con la pancia. 

Respiro un’altra volta. Un respiro che non è molto diverso dal precedente, ma pare sia quello giusto. 

– Brava, continua così. 

E io continuo. 

– Ti senti più rilassata? Più serena?

In realtà, mi sento tale e quale a prima e forse un po’ più scema a causa della posizione, ma non vorrei si offendesse, perciò muovo entusiasticamente la testa ad indicargli di sì. 

– Adesso che hai imparato, fai questo esercizio tutti i giorni, ché ti sentirai benissimo.

Gli prometto di farlo e torniamo entrambi agli attrezzi.

Il parchetto è frequentato quasi esclusivamente da pensionati. È incredibile in quanti siano più in forma e molto più energici di me. Una signora in particolare, che ho scelto come modello e come competitor, ogni giorno puntualmente mi batte sulla resistenza.  Credo abbia un’ottantina d’anni, ma, considerato il modo in cui confondo sempre l’età, ne avrà sicuramente un centinaio. 

Rimetto le cuffie alle orecchie e riprendo ad allenarmi. 

Ormai faccio questo tutte le mattine, da due settimane. Anche se fa un caldo torrido. Anche se “Ma ci sono quaranta gradi! Così ti muori!” cui replicò ” Sì,  ma almeno mi muoio magra!”. Anche se non mi sto dimagrendo affatto, anzi sembra che i jeans mi stiano addirittura più stretti.

L’esercizio che mi ha insegnato José non l’ho più fatto. Ma, considerato che è da quella volta che non l’ho più visto, non credo che faccia così bene.


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Rio casa mia

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In questi giorni in cui Rio è sotto i riflettori per le Olimpiadi, ho realizzato che non ho mai scritto nulla riguardo i miei soggiorni nella città. In basso, il primo dei miei tentativi per recuperare.

29 Agosto 2014
Partimmo alle sette e arrivammo all’incirca dopo sette ore. In Brasile, non esistono autostrade simili a quelle cui siamo abituati in Europa e spostarsi da una città all’altra, in auto, presuppone passaggi in piccoli villaggi, deviazioni nel nulla, avventurarsi per sentieri che sembrano non esser mai stati battuti da anima viva.
Era la mia prima settimana in Brasile, quattro giorni da trascorrere a Belo Horizonte e una puntata di tre giorni a Rio, una sorta di degustazione del paese, gentilmente offertami, al fine di scoprire se mi sarebbe piaciuto trasferirmici a vivere. Quesito alquanto retorico, considerato che, per quanto ero innamorata di Luca e per quanto mi trovavo male in Italia, lo avrei seguito anche se lo avessero trasferito in Papuasia.
Arrivammo dunque a Rio, alle due di pomeriggio. Il check in, in quello che credevamo fosse il nostro albergo, era previsto per le tre, quindi eravamo in perfetto orario. La prima mezz’ora la perdemmo cercando un parcheggio. Trovato il parcheggio, tre ore e mezza le perdemmo per trovare quello che credevamo fosse il nostro albergo. Sulla prenotazione c’erano scritti solo il nome e la strada. La strada era giusta, ma era lunga tre kilometri. Non era certo così facile individuare il civico a cui eravamo destinati. Non avevamo nemmeno un numero di telefono. Visitammo perciò tutti gli alberghi, tutti gli ostelli, tutti i rifugi di Copacabana. E niente, nessuno aveva mai sentito parlare dell’ospitale casa di Dulce Maria. Dopo la prima ora e mezza, fu il mio genio a risolvere la situazione.
– Scusa, ma sei proprio sicuro che si tratti di un albergo?
E così cominciammo ad attaccarci a tutti i citofoni di tutti i palazzi, come i testimoni di Geova, ma senza il privilegio della salvazione. Peccato che avessimo cominciato dal lato sinistro dell’inizio della strada. Perché l’ospitale casa di Dulce Maria si trovava alla fine del lato destro della strada.
Comunque sia, alle cinque e mezza, finalmente la trovammo.
È difficile descrivere lo sconcerto che si prova quando si immagina di trascorrere un romantico weekend a Rio, ospitati in un centralissimo albergo di Copacabana, e ci si ritrova invece alloggiati nella stanza per gli ospiti di una perfetta sconosciuta, su un divano letto sgangherato e con le molle che giocano a shangai sulla tua schiena.
Ulteriore dettaglio infelice e non trascurabile è che la proprietaria dell’ospitale casa di Dulce Maria, cioè la signora Dulce Maria in persona, Dulce di nome e Maria di cognome, come non mancava ogni volta di sottolineare, era una stronza di proporzioni intergalattiche. Invadente come una madre, petulante come una suocera, acida come un’amica a cui hai rubato il fidanzato (e per fortuna io non ho mai rubato nessuno a nessuna), tra me e Dulce Maria fu immediatamente odio a prima vista.
Non conoscevo una parola di portoghese e lasciavo che fosse Luca a relazionarsi, quando c’era bisogno di chiedere informazioni o semplicemente di parlare.
Pertanto, mentre i due animatamente discutevano, l’una rimproverandoci per il ritardo, l’altro rimproverandole la fraudolenza dell’annuncio, io me ne stavo tranquilla in un canto, cercando di trattenere la pipì.
Improvvisamente, senza che avessi emesso un fiato, Dulce Maria, incazzata come una iena, distolse l’attenzione da Luca e si concentrò su di me.
– E tu togliti gli occhiali quando parli con me, maleducata!
A parte che non avevo detto mezza parola. E poi maleducata a me??? Capisco che non poteva saperlo, ma chiedere ad una persona, con notevoli problemi agli occhi e con una forte intolleranza alla luce, di togliersi gli occhiali da sole in pieno tramonto e darle della maleducata se non lo fa, è come dare del maleducato ad una persona che, poiché priva del braccio destro, ti stringa la mano con la sinistra.
Mi tolsi gli occhiali, capì che aveva fatto una figura di merda e cambiò argomento.
– Ma voi siete sposati? Io sono estremamente cattolica e sotto il mio tetto le coppie non sposate non dormono insieme.
Ero davvero stanca, spossata dal viaggio e sempre intenta a trattenere la pipì. Solo per questo, la Dulce Maria si salvò da una capata in faccia.
Luca era dell’idea di andar via immediatamente, nonostante l’accordo stipulato prevedesse che le pagassimo comunque il soggiorno di tre notti; io ero dell’idea che non era giusto regalare a quella cessa dei soldi a buffo. Tanto a Rio avremmo avuto tante cose da vedere e saremmo rimasti in quella casa giusto il tempo di riposare.
La garanzia che di lì a un mese ci saremmo sposati, almeno, ci salvò dal dover vivere quella tortura in camere separate. Anche perché di stanze disponibili ne aveva solo una e, considerato quanto le stavo simpatica, sicuramente, dei due, avrebbe piazzato me sul balcone.
Trascorrere quei tre giorni in casa di Dulce Maria, non fu orribile. Di più. Tutte le volte che uscivamo, al rientro la trovavamo piazzata sul divano, illuminata dalla fioca luce di un abat jour, con l’espressione tetra di Zio Tibia e l’immancabile mantra materno del “vi sembra questa l’ora di rientrare?”. Tutte le volte che rientravano, dopo kilometri di sfacchinate in giro per tutta Rio e l’unico desiderio di stramazzare su una superficie piana e entrare in coma, Dulce Maria, come la dogana, ci bloccava il passaggio per la stanza e pretendeva che per almeno un’ora ci fermassimo a parlare con lei. Tutte le mattine, Dulce Maria, poiché la colazione era inclusa nel soggiorno, mi sbucciava tre banane, che diceva aver comprato apposta per me, e si incazzava perché mi rifiutavo di fare colazione come una scimmia.
Tutto questo per dire che Rio è bellissima e ci ho vissuto dei momenti incredibili. Eppure nessuno di quei momenti è in grado di superare nella memoria il trauma di quel primo soggiorno nell’ospitale casa di Dulce Maria.
* Nella foto in alto, una scimmia non comune, immortalata durante un momento di svago e di giubilo, lontana dalle grinfie di Dulce Maria.


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La cura del bovino

Stanca delle mie sporadiche fasi distimiche, relazionabili in larga parte ad una cattiva accettazione del malintenzionamento altrui, dopo aver vagliato i potenziali e più plausibili rimedi al mio scoramento,  ho trovato finalmente una soluzione nella cura del bovino.

La cura del bovino è una branca della pet therapy, elaborata da me medesima, sulla scia della tendenza del momento ad associare al nome di un animale effetti miracolosi in svariati campi. 
Si pensi, ad esempio, al gatto dell’erba gatta, che aiuta a dormire, o al cane (kan) della dieta Dukan, che aiuta a dimagrire. 
Infatti, stando a Wikipedia, la pet therapy “può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo e aiutare a superare lo stress e la depressione”.
Quindi, io ho scelto la cura del bovino.
La cura del bovino è una terapia semplice, indolore e dall’effetto immediato. 
Impiegabile in molteplici situazioni e con variabile intensità di erogazione, la cura del bovino si può somministrare in due modi:
1) sollecitando le persone moleste ad un uso frequente e assiduo dei servizi igienici, anche laddove non abbiano posto la domanda, la cui risposta solitamente è “in fondo a destra” (ma anche a sinistra);
2) traducendo in lingua inglese* il nome della cura e pronunciandolo ad alta voce all’indirizzo delle persone moleste.

*cura del bovino = VACCA CARE.

Vi assicuro che funziona.

Maria Pia Monda 18/06/2012