Le coccinelle volano


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Mirtilla

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L’avevamo chiamata Mirtilla.
In verità, l’avevamo proprio battezzata. Il che  significa non solo che le avevamo scelto il nome, ma anche che, una domenica di luglio, di quel periodo in cui mio fratello si era convinto che da grande avrebbe fatto il vescovo, mentre io già davo segni che da grande avrei fatto l’idiota, organizzammo un vero e proprio battesimo.
Fu una cerimonia perfetta, con tanto di libretti per la messa, acqua santa, invitati, dolcetti e bomboniere. E ce ne saremmo tutti volentieri dimenticati, se non fosse stato per E. T., che non era un extraterrestre, bensì un ragazzo le cui iniziali del nome erano proprio E. T., che qualche anno dopo, incontrandomi, mi disse: “Ti ricordi di me? Sono un amico di tuo fratello ed ero tra gli invitati al battesimo del gatto”. Insomma, il battesimo di Mirtilla fu una circostanza memorabile, con mio fratello che faceva da officiante ed io che, in qualità di madrina, tenevo la gattina tra le braccia.
Mirtilla, per l’occasione, indossava un completo corpetto all’uncinetto e gonnellina a fiori, rigorosamente cucito dalla sottoscritta. Avevo anche preparato un copricapo fatto con i veli dei confetti, solo che Mirtilla non ne volle sapere di tenerselo in testa e perciò lo misi da parte per quando le avremmo fatto la comunione.
Comunione che, purtroppo, non ebbe mai luogo, perché, benché col battesimo l’avessimo liberata dal peccato originale, Mirtilla continuava a comportarsi da gatto, saltando sui mobili e,  in particolare, su quelli della cucina e, in particolare, quando c’erano le pentole sul fuoco, perciò mia madre decise che non potevamo più tenerla e la affidò ad una zia che aveva una grande casa con giardino.
Ma Mirtilla ci mancava tanto, così io e mio fratello provammo a riprendercela. Un pomeriggio che eravamo andati a casa della zia, dopo aver lungamente giocato con la gattina, ad un certo punto avemmo la brillante idea di nasconderla nell’auto, così, se nessuno se ne fosse accorto, Mirtilla sarebbe tornata a casa. Solo che, al momento di andar via, la (malvagia) zia se ne accorse e ci chiese di lasciarla con lei.
Fu l’ultima volta che la vedemmo. La zia non seppe dirci che fine aveva fatto Mirtilla. Forse era finita sotto un’auto, forse aveva fatto una fuitina con un micio persiano.
Sta di fatto che, a causa della zia, Mirtilla, non solo si perse la comunione, ma pure la cresima, il matrimonio e persino la sacra unzione.


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In mezzo al nulla

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La strada si srotola come un nastro e segna un fragile limite alla foresta tropicale, lungo la dorsale di colline di terra rossa, bruciata di argilla e di sole.
Alla radio è un monopolio di sertanejo, bossa nova e forró.
Non mi aspetto certo di trovare radio Virgin, anche se mi manca un sacco. Tanti kilometri macinati al ritmo indie dei gruppi meno conosciuti, canzoni forti a far da colonna sonora speciale anche ai viaggi e ai percorsi più banali. Questo, ovviamente, prima che si commercializzasse e cominciasse a trasmettere, ahimè, persino i Negramaro.
Finalmente, dopo qualche ricerca, trovo una radio che trasmette musica internazionale, un palinsesto carino, che include i Coldplay, James Blunt, gli A-ha.
Ogni tanto riusciamo a scorgere qualche urubu, la cui figura, in controluce, si staglia contro l’azzurro del cielo come uno pterodattilo in miniatura. Non si vedono case, né altre auto. Siamo praticamente in mezzo al nulla, quando attacca a cantare lei.
“Ma cos’hai messo nel caffè che ho bevuto su da te?”
Ecco, di tutta la musica italiana che avrebbero potuto trasmettere, questa proprio no, cacchio! Perché,  un conto è ascoltare Malika Ayane in Italia, dove puoi facilmente cambiare frequenza e passare ad ascoltare altro, ma quando la becchi in mezzo al nulla brasiliano, dopo tutta la fatica che hai fatto a trovare una radio decente, due sono le cose: o cambi comunque frequenza, obnubilandoti di fisarmoniche e tamburelli, o ti stai e te la sorbisci fino alla fine, perché, in fondo, se avessero trasmesso i Negramaro, sarebbe stato anche peggio.


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Domenica mattina

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Da un paio di mesi, ho preso l’abitudine, ogni domenica mattina, di indossare tuta e scarpette ed uscire di casa.

L’intenzione iniziale era quella di dedicarmi alla corsa, ma, dopo un primo tentativo miseramente fallito, causa dieci minuti di pausa ogni dieci metri di corsa per imminente collasso polmonare, ho capito che sarebbe stato ben più sano e produttivo dedicarmi ad un’innocua passeggiata veloce.

La strada in cui vivo è un avenida lunga un chilometro e mezzo, che nei giorni festivi viene chiusa al traffico e si popola di genitori, bimbi, nonni, zii, parenti, amici, coppie, single e cani in quantità. In mezzo ad una folla del genere, mi viene facile occultare le mie improbabili doti atletiche che, dopo una fase di fulgida ostentazione nelle aule di zumba, scaduto e non rinnovato l’abbonamento in palestra, si sono riconfigurate nel loro assetto originale che è molto prossimo all’inesistenza.
Alla fine dell’avenida, dopo una salita abbastanza impervia, c’è un lago artificiale, circondato da una pista lunga ottocento metri. 
Fare tre giri e sommare il percorso di andata e ritorno da casa, equivale a rientrare con un bottino di circa cinque chilometri di camminata all’attivo, il che mi basta per  illudermi di essere una gran sportiva, un po’ come quando casualmente mi infilo i jeans di mio marito e per due secondi mi illudo beatamente di essere dimagrita un sacco.

Ieri, arrivata al lago, le cui sponde sono sempre popolate di pescatori, passeri e cicogne, ho notato, sotto una macchia di salici piangenti, un gruppo di strani animaletti. Accecata dal sole, li avevo scambiati per cinghiali e, poiché uno dei miei incubi peggiori è essere divorata dai cinghiali come Mason Verger, stavo per battere in ritirata. Poi però ho visto che persino i bambini si avvicinavano a guardarli e, avvicinatami a mia volta, ho constatato che erano maiali.

In realtà, non è che i maiali mi infodano più fiducia dei cinghiali. Il dubbio che mi notassero, mi riconoscessero e decidessero di farmi fare la stessa fine che io propino ai loro amici tutte le volte che entro da Bacon Paradise (che è un locale il cui menù vanta persino il gelato alla pancetta), quando hanno cominciato a grufolare, mi è sorto.

Ad ogni modo, poiché in fatto di maiali non c’è rischio che mi trattenga, ho alzato il volume delle Sugababes ed ho continuato il mio giro sul lago.

Al secondo passaggio nei pressi dei maiali, essendo ormai quasi certa che fossero innocui, mi sono persino azzardata a scattargli qualche foto.

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Al terzo passaggio nei pressi dei maiali, ho addirittura pensato che sarebbe stato carino farmici un selfie, che, poiché non avevo intenzione di avvicinarmi troppo e contemporaneamente il sole mi oscurava lo schermo, è venuto uno schifo.

Al quarto passaggio nei pressi dei maiali, avrei ritentato il selfie, ma si erano infrattati all’ombra e quindi niente.

Al quinto passaggio nei pressi dei maiali, ho realizzato che, con la scusa dei maiali, avevo già fatto cinque giri del lago. E stavo ritentando il selfie, che sarebbe comunque venuto uno schifo, quando mi ha chiamata mio marito.
– Ma dove sei?
– Sono al lago.
– Ancora?
– Sì, perché ho incontrato un gruppo di maiali!
– I maiali?
– Sì! Sono bellissimi, mi vieni a scattare una foto che da sola non riesco?
– Coi maiali?
– Perché che c’è di strano?

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