Le coccinelle volano


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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)

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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.


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Furti moderni

Abitavamo in piazza, in un palazzo molto antico, di quelli con pochi appartamenti, ma dai soffitti altissimi, dove stare al secondo piano senza ascensore equivaleva a farsi, ogni giorno, la stessa porzione di scale di chi invece abitava al quarto piano di un edificio moderno.
C’era un portoncino in alluminio anodizzato che apriva su un balcone veranda, sul quale si affacciavano, in ordine, la finestra di un soggiorno che era poi diventato la camera di mio fratello, una porta che dava sul corridoio (praticamente inutilizzata) e, alla fine del tunnel, la porta della cucina che era l’accesso da cui, normalmente, entravamo in casa.
Lasciavano spesso il portocino aperto. Dico lasciavano, perché era un’abitudine esclusiva dei miei genitori e di mio fratello. Io no, io già da bambina ero paranoica e chiudevo sempre.
Quel giorno, erano venuti a trovarci i miei zii. Era un sabato mattina, all’incirca mezzogiorno, ed io ero nella mia stanza, con la porta aperta, ma seduta alla scrivania, studiando faccia al muro, quindi non mi accorsi di niente. Mi resi conto che qualcosa non andava quando sentii mia madre urlare.
Avevano lasciato il portoncino aperto e una donna era entrata. Era passata dal corridoio, senza farsi vedere da nessuno, si era infilata nella camera da letto dei miei e aveva provato a rubare.
Mio padre e mio zio riuscirono a fermarla in tempo. Non aveva preso molte cose, solo qualche  piccolo oggetto d’oro di mia madre lasciato sul comò.
Di furti, negli anni, ne abbiamo subiti parecchi. Questo non fu certo il primo, né purtroppo l’ultimo.
Eppure, è notevole quanto persino la natura dei furti e del loro impatto sulle vittime si sia evoluta nel corso degli ultimi due decenni.

Anni fa, i ladri cercavano principalmente denaro, oro, auto, oggetti. Le cose da rubare erano appunto cose, per lo più anonime, che quasi nulla avevano da raccontare circa l’identità della vittima del furto.
Anche i televisori e le macchine fotografiche. Erano meri oggetti d’uso che poco avevano da dire ai ladri, se non quanto avrebbero potuto rendere al mercato nero. Del resto, che tipo di informazioni sul suo proprietario un televisore poteva fornire a chi lo rubava? Nessuna, tranne forse rivelare se  Italia 1 era sintonizzato sul tasto 6 o 7 del telecomando. E anche le macchine fotografiche. Ammesso che contenessero un rullino in uso, non credo che i ladri si prendessero la briga di sviluppare foto altrui.
I ladri contemporanei scardinano, invece, serrature che consentono accessi ben più privati nelle vite di chi viene colpito. Il furto di un computer o di un telefono cellulare non è una mera sottrazione di un oggetto, è bensì la sottrazione e appropriazione di un oggetto con una memoria che rappresenta e svela dettagli segretissimi circa l’identità della vittima.

Nelle ultime tre settimane, abbiamo subito ben due furti. Circostanza notevole considerato che, sebbene fossimo consapevoli che il Brasile è un paese con un tasso di criminalità e microcriminalità molto alto, finora non avevamo dovuto farci i conti.
In entrambe le circostanze, si è trattato di furti in auto, il che significa non solo che fortunatamente noi non siamo stati in nessun modo coinvolti, ma anche che non sono riusciti a rubare l’auto e si sono limitati ad aprirla e a portare via ciò che hanno trovato all’interno.
È successo la prima volta all’inizio di marzo, una domenica che, come d’abitudine, la strada in cui abitiamo era chiusa al traffico. Non potendo accedere al garage, Luca aveva parcheggiato l’auto nella strada immediatamente parallela, nei pressi di una birreria tedesca da cui, ogni sera, mi arrivano le note de “Il ballo del qua qua” e sulla cui insegna hanno orgogliosamente scritto “dal 2015”, il che vale a non farmela frequentare troppo, per paura che, essendo io risalente al secolo scorso, i proprietari mi prendano e mi espongano come pezzo di antiquariato europeo.
Recuperammo l’auto nel pomeriggio e non ci accorgemmo di nulla. Soltanto il giorno dopo, aprendo il bagagliaio per metterci la borsa da lavoro, Luca si accorse che mancava la ruota di scorta. Controllò e notò che la serratura dal lato di guida era stata forzata.
Ad ogni modo, ci era andata bene. Il giorno del furto, Luca rientrava da una trasferta in Italia da cui mi aveva portato una valigia piena di cose buone: un salame, i formaggini, un chilo di nutella, un pezzettone di prosciutto di Parma e altre ghiottonerie varie ed eventuali, tra cui merita sicuramente menzione un cotechino (che, avendo trascorso il capodanno in Brasile, mi era mancato tanto). Avevamo sensatamente tirato subito via dall’auto le valigie, altrimenti sarebbe stato un danno irreparabile. In fondo, una ruota di scorta si rimpiazza, ma il cotechino come lo avrei rimpiazzato?
Un’altra delle riflessioni a margine del furto era stata relativa all’assenza di oggetti tecnologici. “Sai che danno se fosse successo in un altro giorno e avessero trovato la borsa da lavoro col computer dentro?”
Purtroppo, lunedì sera, la domanda precedente ha ottenuto risposta. I ladri hanno di nuovo aperto l’auto, stavolta parcheggiata, per una rapida commissione, in un quartiere poco distante dal centro e, oltre alla nuova ruota di scorta, si sono portati via la borsa da lavoro e un paio di rayban pezzottati e senza una stecchetta.
Nella borsa da lavoro, c’erano appunto il computer ed un hard disk esterno, entrambi pieni di informazioni e di dati personali.
I ladri hanno portato via, dunque, non solo dei meri oggetti, ma tanti pezzetti delle nostre vite. E-mail, contatti, scansioni di documenti, annotazioni, foto.
Un sacco di mie foto.
E, per fortuna, che non ne ho mai fatte di compromettenti. Almeno il terrore di finire su youporn me lo sono risparmiato.

PS: Se vi capitasse di trovarvi in Brasile e di aver bisogno di un’auto, evitate di prendervi una Ka. Sono facilissime da scassinare.


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Facce

 

Di facce ne aveva tante, una per ogni angolo da cui scegliessi di guardarlo.
Possibilità molteplici, per me, di giocare con i suoi lineamenti, disponendoli sui piani che meglio si adattavano alla mia voglia di vederlo, ogni volta, come avrei voluto fosse.
Eppure, mi capitava, non di rado, di chiedermi come sarebbe stato il suo viso, se lo avessi osservato libera dai miei stessi condizionamenti, salvo poi rinviare la risposta ad un tempo in cui sarei stata più lucida o, solo, meno innamorata, come per esempio adesso che, se provo a pensarci, di tutte quelle facce non ne ricordo neanche una.


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Ritardo

Nessuna voce metallica gracchia da un interfono che il treno da Paris-Bercy è in ritardo, un ritardo che, stando alla differenza tra l’orario stabilito e quello, invece, previsto, supera le due ore.
Ma, per Matilde, Parigi è solo una città lontana miliardi di passi e di giorni dal giorno in cui, magari, potrà apprezzarla.
Si mordicchia un labbro.
E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
37 minuti volati, quanti ancora da venire è un mistero e, ferma come un impiastro di fronte al tabellone degli arrivi e delle partenze, di fianco all’imbocco delle scale per la metro, Matilde guarda l’orologio, poi muove due passi, poi riguarda l’orologio.
Le parole annotate in stazione sono mobili come un nastro di scale che sembra arrampicarsi su, da un pensiero all’altro, ma che in realtà gira a vuoto. Posa la penna e il blocco in borsa e comincia a fantasticare sugli estranei che le scivolano, indifferenti, accanto.
Un ragazzo, anatomicamente perfetto per ricoprire il ruolo dell’uomo dei suoi sogni, si affretta oltre senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Poco distanti, dove si spalanca l’enorme entrata che dà su via Marsala, quattro fumatori consumano le loro sigarette di fianco agli appositi contenitori di cenere. Anche Matilde ha voglia di fumare, ma ha da poco spento l’ultima cicca e soffoca l’istinto di andare a comprare un pacchetto da venti di Winston blu, mangiucchiando quello che le resta delle unghie.
Dall’i-pod, un suono d’archi traslittera in chiave drammatica qualcosa che probabilmente più tardi le sembrerà molto comico. Pensa che dovrebbe ascoltare musica più allegra, tira via gli auricolari, spegne l’apparecchio e decide di tenere il ritmo solo al suo respiro.
– Non è questo il punto. Prendo un taxi e sono da te, così possiamo discuterne…
Di persona. La frase sarebbe stata conclusa così, ne è sicura, malgrado il rumore di fondo e il progressivo allontanamento dell’uomo con il telefono incollato all’orecchio destro e il manico della ventiquattrore stretto nella mano sinistra, le abbiano impedito di ascoltare la chiosa.
Chissà chi era, da dove veniva e verso cosa era diretto, si chiede Matilde, dando spago e seguito ad uno dei suoi passatempi preferiti.
Captare stralci di conversazioni altrui, immaginare le storie che, nascoste come iceberg sotto la superficie dell’estraneità, diventano delineabili, grazie a parole che come punte fendono il ghiaccio della sua disattenzione, è il gioco con cui si diverte a trascorrere il tempo, quando ha l’impressione che il senso di abbandono diventi troppo pesante.
Ma lei non è stata abbandonata.
Tra 37 e 56, ci sono 19 minuti di ritardo in più. E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
Farebbe meglio ad andare, ma resta ferma a guardarsi prima la maglietta e poi la gonna, riflettendo su quanto sia breve il passo dal rosa al nero e viceversa.
Quanto sarebbe facile voltarsi altrove e tornare a casa, senza provare alcun rimpianto. Ma andare via è da vigliacchi. Per andare via bisogna solo cogliere l’occasione. La cosa davvero difficile è restare. E Matilde sceglie sempre l’opzione più difficile.
Il vocalizzo che tirerebbe fuori, consonantico per i problemi alla gola, qualora trovasse il coraggio di mettersi a cantare, frena la voglia di fumare, nel frattempo diventata quasi una presenza e per giunta ostile.
Un giorno così non può essere romantico. In un giorno così prima sorridi, poi diventi nervosa e poi puoi solo sperare di tornare a sorridere, ma non è mica certo?
Decide di scrivere di nuovo. L’emozione di una nuova pagina, tutta bianca, è insidiata dalla pienezza della precedente. Ha la penna, ma non ha il calamaio e una vecchia filastrocca le mette in disordine i ricordi.
Scrive due righe e, in un momento, il momento è quello successivo a quello precedente. Sembra non ci sia alcuna differenza, ma la cesura, netta dietro una sommaria cucitura, è un abisso.
Domani, anche solo tra un poco, tutto questo sarà un ricordo.
La cosa peggiore è accettare che quel tra poco sembra già presente.


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Piove da mesi

I pensieri sconfinano il bordo della pozza di caffè che macchia il lavandino e, correndo, raggiungono la parete e salgono fino al davanzale, affacciandosi ai vetri della finestra che dà sul giardino. Un occhio poco attento scaccerebbe la luce con un battito di palpebre, accontentandosi dell’apparenza di un giorno di sole,  ma il suo coglie il dettaglio di un volo di cornacchia su uno sfondo di nubi nere che, se più vicine, starebbero dando pioggia.

È il momento del giorno che più detesta, fuori dal letto, ma non completamente sveglia; il momento in cui solitamente decide se sarà un buon giorno o un cattivo giorno.

Un rumore di passi si aggiunge al ticchettio dell’orologio e al fruscio del vento. Dev’essersi svegliato anche lui.

Richiama velocemente indietro i pensieri, che ubbidienti, dal vetro a cui li aveva incollati, ripercorrono il tragitto inverso, fino al tavolo e poi di nuovo al caffè, girato troppo distrattamente e in fretta. Soltanto uno sfugge al gruppo,  ma non ci fa troppo caso.

Prova a starsene così, immobile, con la tazzina in una mano e una sigaretta nell’altra, e coi pensieri tutti zitti e muti e impilati in ordine nella scatola cranica, come le mutande nel cassetto. 

Il rumore di passi diventa una presenza cui volta le spalle. Una mano le accarezza i capelli. Decide di non voltarsi e prova piuttosto a richiamare o anche solo a scacciare il pensiero ribelle, l’unico, quello  di cui adesso si è accorta e che, rimbalzando da un angolo all’altro della cucina, le fa il solletico ai dotti lacrimali.

La mano scende sulla spalla e le si avvicina al viso, verso le labbra, come a chiederle un bacio che però non vuol dare.

– Buongiorno 

Buongiorno un cazzo. Sposta la sedia, si alza e percorre pochi passi. 

– Che dici…pioverà?

Lo raggiunge con lo sguardo. È in piedi, un angolo della tenda sollevato per guardare fuori. 

– Piove da mesi, non te ne sei accorto?