Le coccinelle volano


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18 anni fa avevo 17 anni

“Quello che le viveva dentro era diverso. Si era sempre guardata intorno con la superficialità di chi coglie negli altri una realtà che le è estranea e di cui non ha bisogno. Ma per quanto avrebbe potuto continuare così? A volte il peso dei suoi silenzi le bloccava il respiro, come se nemmeno tutta l’aria del mondo riuscisse a colmare il suo vuoto.”

Scrivevo con la kappa. Scrivevo di kakka.

Ho ritrovato uno scatolone pieno di agende e diari. Pagine nelle quali fortunatamente mi è difficile riconoscermi. Davvero ero così triste? E perché? 

Rimetto tutto a posto e penso che non mi sono mai sentita tanto felice di esser diventata adulta.

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Ritornare

Mi piace andare, un po’ meno tornare. I ritorni rafforzano gli addii, li rendono definitivi, incontrovertibili, anche se, al momento di andare, erano stati addii appena mormorati, sussurrati o solo pensati.

Mi sento come un pezzo di mosaico che mal si incastrava in passato e adesso non più si incastra.

NeI giorni precedenti il viaggio di rientro, sognavo continuamente di tornare e di sentirmi a disagio per non aver portato nulla a nessuno, per essere rientrata a mani vuote, per aver dimenticato qualcosa in Brasile. Per questo, ho riempito una valigia di souvenirs, di lembrancinhe. Eppure, nonostante tutte le cose che ho portato, quel disagio che avevo solo sognato adesso lo sento addosso concreto.

E sospetto che qualcosa l’ho davvero lasciata, dimenticata in Brasile. Ancora non ho capito cos’è, ma so che fa parte di me.


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Brasile 3 Argentina 0

Il Mineirão è enorme. Lo sapevo già, avendone ammirato il profilo, tutte le volte che siamo andati a passeggiare intorno al lago di Pampulha. 

Quando però parcheggi a due km di distanza e, arrivata sotto lo stadio, ti rendi conto che il tuo ingresso è da tutt’altra parte, cioè quasi dall’altra parte della città, allora sì che ne apprezzi appieno la grandezza. 

Il tragitto a piedi è un fulgore di maglie verde e oro. Di argentini non se ne vedono. L’unica traccia è il Maradona che, insieme a Pelè, campeggia sullo striscione che avvolge le spalle di due ragazzi. Vorrei fotografarli e cerco il telefono nel marsupio, ma non lo trovo. Porcazozza! Devo averlo dimenticato quando l’ho tirato via per fare spazio ai due pacchetti di biscotti al presunto (che sarebbe il prosciutto o presunto tale), che nemmeno mangerò. 

Troviamo finalmente il nostro ingresso. È previsto il passaggio attraverso vari tornelli, con tanto di perquisizione. 

Una ragazza mi chiede di aprire il marsupio.

– Tie’. Fai pure Tanto ho pure dimenticato il telefono.- le dico, continuando a sbuffare, ma lei nemmeno mi ascolta ed è già passata a controllare la persona successiva.

Dopo l’ingresso, tocca trovare il settore. Questo è più facile e, felice, salgo le scale a due a due.  Stiamo per entrare. Davanti a noi, un gruppo di tifosi improvvisamente si blocca.

– Ronaldinho! Ronaldinho! 

Sì, è proprio lui. Lo riconosco dai dentoni e dai capelli. 

Luca mi guarda e, dopo sei ore di stress e di nervoso da traffico, sia per rientrare a casa a prendermi, sia per raggiungere lo stadio, mi rivolge il suo primo sorriso. 

– Oh, ma era proprio Ronaldinho!!  Ma hai visto che tipo? Con le “ciavatte”! Ma che si stava a mettere la maglia del Barcellona? Ma poi è uscito proprio dal nostro settore, nel momento esatto in cui stavamo arrivando. Roba che, se lo racconti, nessuno ti si crede!

(Soprattutto se non hai il telefono per poterlo fotografare. Grrr)

Entriamo. L’emozione è fortissima, un colpo d’occhio di luci, persone e colori  che non so raccontare. Come quando andavo ai concerti e il cuore mi batteva forte forte al solo pensiero di esserci. 

Sul campo, alcuni calciatori si stanno riscaldando. Sotto di noi, quelli del Brasile, dall’altro lato quelli dell’Argentina. Forse c’è  anche Ezechiele, ma è impossibile sperare di riconoscerlo da dove mi trovo. Gli mando comunque un bacio. Se ci sta, lo raggiungerà. 

Troviamo i posti e ci mettiamo a sedere. Siamo al centro della curva sud, alle spalle di una delle due porte e, anche se la prospettiva è un po’ schiacciata, la visuale è perfetta.

Un ragazzo seduto nella fila davanti alla nostra proclama a gran voce la superiorità del Brasile rispetto all’Argentina. 

– Noi abbiamo vinto più mondiali! Maradona sniffava! Cavolo se sniffava! Se no com’era capace di dribblare sempre tutti? Quel goal con l’Inghilterra. Là stava veramente fatto!

Va avanti così per circa dieci minuti. Ad ogni frase, si gira indietro, verso di noi e sorride sornione.

Capisco l’antifona e, a un certo punto, lo interrompo.

– Senti, bello mio, è inutile che ti applichi. Non siamo argentini, siamo italiani. 

– Oh, italiani! E di dove?

– Io sono di Napoli.

– Napoli??? Napoli! Maradona!! Maradona però sniffava, se no col cavolo che vinceva il mondiale!

E niente. Ormai sta in loop.

Nel frattempo, entrano le due formazioni in campo.

– Quello è Higuain. 

– Quale?

– Quello con le scarpette arancioni. Le tiene solo lui, non ti puoi sbagliare. 

Ecco, vedere Higuain è stato un colpo al cuore. La stessa identica sensazione di quando rivedi un ex, qualcuno a cui hai voluto tanto bene. Ti gira un po’ la testa e, per un attimo, persino dimentichi che è finita, che è finita di merda. E vorresti solo riabbracciarlo e dirgli “Mi sei mancato, forse ti amo ancora, possiamo tornare insieme?” 

Poi, alle mie spalle, qualcuno urla – Higuain vagabundo, Higuain traidor! Sei più chiatto di Adriano quando giocava nel Corinthias!

E così mi riprendo e lo vedo per quello che è. Gli ex inevitabilmente diventano tutti dei gran cessi. Era l’amore a farli risplendere,  a renderli meravigliosi e forti.

E Higuain oggettivamente non è più né meraviglioso, né forte.

La partita comincia e il Brasile è travolgente e segna due goal già nel primo tempo. Io festeggio, salto, partecipo ai cori e trovo anche il coraggio di urlare: “Sei proprio un piecoro!”

– Con chi ce l’hai?- mi chiede Luca 

– Con Higuain. 

– Ma quel passaggio non lo ha sbagliato lui.

– Embè, comunque è un piecoro.

È bella la gioia, l’euforia collettiva e mi lascia ammirata la correttezza del pubblico brasiliano. Al di là degli sfottò e di qualche fischio, è bello sentire gli applausi e le ovazioni quando il pallone finisce sui piedi di Messi. Anche se, quando il pallone finisce a Neymar, le ovazioni sono decisamente più calorose.

Nel secondo tempo, il Brasile segna il terzo goal, proprio nella porta su cui siamo seduti. Lo stadio è in delirio. 

Mi sarebbe piaciuto vedere anche un goal dell’Argentina, ma la partita finisce tre a zero.

Lasciamo lo stadio con la certezza di aver partecipato ad un evento unico. Fortunatamente non c’è lo stesso traffico dell’andata e in un quarto d’ora siamo a casa.

Il telefono mi aspetta sul divano, dove lo avevo lasciato. Trovo il messaggio di un’amica brasiliana. “Com’è andata? Hai visto? Hai portato fortuna al Brasile!” 


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Taxi

Il clacson attira la mia attenzione e alzo gli occhi. Faccio appena in tempo a scorgere l’auto bianca che sfreccia e l’autista che, salutando, si sbraccia. Sarà João, il mio tassista preferito. 

A Belo Horizonte e, suppongo, anche in altre città, esiste un servizio di taxi lotação, taxi collettivi che fanno lo stesso percorso delle circolari e che ti permettono di spostarti, al prezzo di qualche decina di centesimi in più rispetto al prezzo dell’autobus, col conforto dell’aria condizionata, della rapidità e soprattutto della possibilità di fermarti nell’esatto punto desiderato, evitando le lunghe scarpinate che spesso occorrono per raggiungere, dalla fermata, la propria destinazione. 

La prima volta che mi avvalsi del servizio ero parecchio titubante. 

– Dove devi andare?- mi chiese il tassista sporgendosi verso il finestrino del passeggero.

Gli dissi la destinazione e mi invitò a salire in macchina. Mi si accodarono altre due persone e insieme partimmo.

Per tutto il tempo non feci altro che chiedermi quanto mi sarebbe venuto a costare. Perché le volte in cui mi era capitato di prendere il taxi a Roma mi avevano sempre spennata.

Per esempio, quando traslocai da San Giovanni alla Cassia. Non ero nuova a traslochi effettuati coi mezzi pubblici. Ovvio,  era sempre parecchio imbarazzante andare in giro carica come un’asina e coi manici delle padelle che mi sbucavano dalle borse, ma alla terza ci avevo fatto l’abitudine. Solo che quella volta avevo la febbre alta, perciò chiamai un taxi. 

Quaranta euro per 20 km. Praticamente più del   triplo di quanto avevo sempre speso per fare 250 km in treno. Alla fine, il tassista mi scrisse su un biglietto il suo numero di telefono. “Chiamami, così qualche volta, usciamo a bere qualcosa insieme”. Scaricai il biglietto nella tazza del bagno nuovo, subito dopo aver poggiato tutte le borse ed essermi chiusa la porta alle spalle. E non solo perché temevo che, qualora ci fossi uscita, avrei dovuto pagare la corsa della serata. 

João non mi ha mai dato il suo numero di telefono, né ha mai chiesto il mio. Ci siamo conosciuti alcuni mesi fa, durante uno dei miei abituali rientri del mercoledì pomeriggio. A differenza di tanti, João indovinò che ero italiana appena aprii bocca. 

– Sai,- mi spiegò- mio padre era italiano e mi ha insegnato la vostra lingua. Solo che ormai la ricordo pochissimo. 

Incontrai nuovamente João il 22 settembre, un giorno prima che, da queste parti, cominciasse la primavera. Lo ricordo bene perché quel giorno avevo un appuntamento importante e avevo associato, all’inizio della nuova stagione,  l’inizio di una nuova stagione. L’autobus tardava a passare. Accostò un taxi, era quello di João. Quella volta, però, io dovevo recarmi ben oltre il punto fin dove normalmente arrivano i taxi lotação. 

– Non preoccuparti, sali, ti ci porto io!

E mi accompagnò. Il tragitto normale costa quattro reais a tratta, lui mi aveva accompagnato per molti km oltre. Istintivamente gli porsi una banconota da dieci, insistendo perché non mi desse il resto. 

– Non esiste!- reclamò. – Tu sei la mia amica italiana. 

Alla fine, riuscii a convincerlo almeno a darmi solo il resto di cinque. 

Ho ripreso il taxi di João qualche tempo dopo, in uno dei miei soliti viaggi di andata del mercoledì. Nel frattempo, è cominciata la nuova stagione, anzi è quasi finita, ma non si è rivelata molto diversa dalla precedente. Forse perché qui le temperature variano dal caldo, al caldissimo, al caldo. Il cambiamento sta solo nella pioggia. Quando il cielo ha bisogno di piangere.


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Brasil vs Argentina 


Lunedì sera
– A proposito…Ma lo sai che giovedì sera giocano Brasile e Argentina al Mineirão?

– Ah sì?

– Sì sì. E dovrebbe esserci pure l’amico tuo.

– Dai! Higuain non è più amico mio.

– Ma no! Quell’altro!

– Jorginho?

– Ma nooo! Quello che sta in Cina.

– Ezechiele?? Oddio, viene pure Ezechiele??? Andiamo, ti prego, andiamo!!

– Se riesci a trovare i biglietti, perché no?

Martedì pomeriggio 

– Perché sorridi?

– Perché ieri sera Luca mi ha detto che giovedì, a Belo Horizonte, giocano Brasile e Argentina. E mi ha detto che se trovo i biglietti possiamo andarci.

– E li hai trovati?

– Non è solo il fatto di averli trovati a farmi sorridere. È che l’unica rivendita fisica di biglietti si trova quaggiù, nel tuo stesso palazzo.

– Maddai! Io neanche lo sapevo!

– Figurati io! Se mi fossi dovuta recare apposta a comprarli, forse avrei rinunciato,  ma così proprio non ho più scuse. È destino che ci vada.

Mercoledì sera

– Adesso però lascia stare. Smetti di piangere, asciugati gli occhi e pensa alle cose belle. Ok?

– Ok, doc. E domani, per non pensare, me ne vado persino a vedere Brasile-Argentina!

– Tu sei matta! Ma così si fa.

Stamattina 

– Che cos’è quest’aria triste. È Lavezzi, ma che grand giucator che è Lavezzi, nanananananana, vac’ pazzo, vac’ pazzo pe Lavezzi!

– Oddio, è stasera! Grazie per avermelo ricordato! Per fortuna che ho preso i biglietti. Per fortuna che esiste Lavezzi. 

***

E così, tra qualche ora, per la prima volta nella mia vita, andrò allo stadio a vedere una partita “vera” (l’unica esperienza precedente risale al 1994, San Paolo di Napoli- non do Brasil- partita del cuore Nazionale Cantanti contro Campioni dello sport, quando avevo quattordici anni, ero innamorata di Luca Carboni e mi misi a piangere, quando dopo cinque minuti di gioco, alla sua trentacinquesima papera, lo sostituirono). Stasera, nella patria del calcio, il Brasile, assisterò al più classico degli scontri, Brasile vs Argentina. Sarebbe stato triste perdere questa occasione. La partita comincerà alle 21.45 ore locali. Non so se mi trasmetteranno in mondo visione. Ad ogni modo, se proprio volete vedermi, cercate una sbrindellata che si agita in curva. Non so nemmeno se Ezechiele, per gli amici Lavezzi, giocherà, ma spero tanto di vederlo. Alla fine, vado per vedere lui. E vabbè, sono sincera… Ci vado pure per insultare Higuain. 


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Allenarmi tutti i giorni 

José ha sessantacinque anni. Me lo dice lui, perché, fosse stato per me, gliene avrei dati cinquanta portati male, cinquantacinque al massimo.

Mi capita spesso. 

– Quanti anni pensi che abbia? 

– Non credo che arrivi a sessanta.

– Ne ho settantadue.

Qui un sacco di persone mostrano una quindicina di anni in meno.

Ho conosciuto José al parchetto vicino casa. Da due settimane ho preso ad allenarmi tutti i giorni e, per quanto “allenarmi” e “tutti i giorni” siano espressioni avulse al mio frasario, tanto più se combinate insieme, ancora sto reggendo. 

Ero intenta a scalare un attrezzo quando José mi si è avvicinato. 

– Ti piacciono le prugne?

Io avevo le cuffie nelle orecchie e il sangue in testa, perciò ho capito una cosa tipo “ti piace fare a pugni?”

L’ho guardato con l’espressione del e mo’ che vuoi che ti dica, ho storto un po’ le labbra e ho mormorato un sì affannato, sperando che l’allenamento del giorno non includesse una sessione di pugilato con un perfetto estraneo.

José deve aver notato la mia perplessità ed ha ripetuto- Ti piacciono le prugne?

A quel punto mi sono illuminata. 

– Vedi, quella è una pianta di prugne. E questo un albero di manghi. Vieni, te li mostro. 

Sono scesa dell’attrezzo e con due passi mi sono ritrovata sono un albero gravido di frutti acerbi.

Abbiamo cominciato a chiacchierare di flora e fauna, delle differenze tra il Brasile e il continente europeo. 

All’inizio, sentito il mio accento, José ha pensato fossi argentina e pure questa è una cosa che mi capita spesso. Fortuna che qui non se lo caga nessuno, se no mi verrebbe il dubbio che sto cominciando a somigliare ad Higuain. 

Dopo un po’ che chiacchieriamo, José mi chiede – Fai meditazione? 

– No.- rispondo. 

– Strano. Parli come una che fa meditazione. 

A parte che stavo ancora mezza affannata dagli esercizi e ci sta che tra una frase e l’altra, alla ricerca della parola giusta, qualche ohmmm ohmmm mi sia partito. Però non medito. Cioè, ogni tanto medito qualche vendetta. Ma solo quello, nient’altro. 

– Allora adesso ti mostro qualche esercizio.- e dicendo questo, José mi invita a prendere una posizione da guerriero maori, con i piedi in linea con le spalle, le ginocchia rivolte verso l’esterno e le mani unite a cuore sull’ombelico.

– Adesso respira con la pancia. 

E io respiro. 

– No, non così.  Stai respirando con il diaframma. Respira con la pancia. 

Respiro un’altra volta. Un respiro che non è molto diverso dal precedente, ma pare sia quello giusto. 

– Brava, continua così. 

E io continuo. 

– Ti senti più rilassata? Più serena?

In realtà, mi sento tale e quale a prima e forse un po’ più scema a causa della posizione, ma non vorrei si offendesse, perciò muovo entusiasticamente la testa ad indicargli di sì. 

– Adesso che hai imparato, fai questo esercizio tutti i giorni, ché ti sentirai benissimo.

Gli prometto di farlo e torniamo entrambi agli attrezzi.

Il parchetto è frequentato quasi esclusivamente da pensionati. È incredibile in quanti siano più in forma e molto più energici di me. Una signora in particolare, che ho scelto come modello e come competitor, ogni giorno puntualmente mi batte sulla resistenza.  Credo abbia un’ottantina d’anni, ma, considerato il modo in cui confondo sempre l’età, ne avrà sicuramente un centinaio. 

Rimetto le cuffie alle orecchie e riprendo ad allenarmi. 

Ormai faccio questo tutte le mattine, da due settimane. Anche se fa un caldo torrido. Anche se “Ma ci sono quaranta gradi! Così ti muori!” cui replicò ” Sì,  ma almeno mi muoio magra!”. Anche se non mi sto dimagrendo affatto, anzi sembra che i jeans mi stiano addirittura più stretti.

L’esercizio che mi ha insegnato José non l’ho più fatto. Ma, considerato che è da quella volta che non l’ho più visto, non credo che faccia così bene.


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Prima di morire 

L’installazione è una lunga lavagna bifronte collocata al centro della piazza. Su un lato, la scritta è in inglese, Before I die I want to…; sull’altro è in portoghese, Antes de morrer eu quero….

Mi era già capitato di imbattermi in qualcosa di simile, una specie di bacheca dei sogni, ma non ricordo in quale città. 

Le righe sono tutte occupate. Viaggiare, la pace nel mondo, baciare tizio, caio o furlano, diventare ricco, sposarsi e avere figli: queste le risposte più ricorrenti. 

E poi c’è anche qualcuno che vorrebbe conoscere Gesù per davvero, ma piu che prima di morire, penso questo sia il tipo di desiderio con più chances di realizzarsi dopo la morte.

Cosa voglio io prima di morire? 

Prima di morire, io voglio vincere il premio Oscar come miglior attrice protagonista. E non fa niente se non ho mai recitato, nemmeno nelle recite di carnevale dell’asilo. 

Oppure, prima di morire, io voglio esibirmi come headliner in un grande festival rock, tipo il Coachella o il Rock in Rio o lo Sziget, di fronte ad una folla infinita ed adulante. E non fa niente se la mia esperienza in fatto di esibizioni canore in pubblico non vada oltre un karaoke ubriaco di sangria, finito a intonare la sigla di Kiss me Licia. 

Tanto ognuno desidera quello che gli pare, anzi ad essere sinceri, per quanto impossibili siano i miei desideri, ben più impossibile è sapere per certo quando si morirà e, quindi, avere il tempo di programmarsi i sogni da realizzare. 

Mi tornano, perciò, in mente le parole di una mia cara amica. 

– Prima di morire, vorrei che la morte mi trovasse viva.

E credo che il desiderio che più mi si addice sia proprio questo.