Le coccinelle volano


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Il deterrente della pena 

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Da bambina rubavo. Caramelle, penne, una volta persino una bambola ad una mia cugina. La presi, la nascosi sotto la maglietta e me la portai a casa. Non erano gesti premeditati, per quel che posso ricordare. Spesso, nemmeno mi interessavano gli oggetti che prendevo. E neppure lo facevo in maniera seriale. Ricordo però che, a volte, quando mi si offriva l’occasione di sottrarre qualcosa con la certezza di non essere vista e, dunque, di non essere punita, non riuscivo a resistere alla tentazione di appropriarmene.
Carenza di affetto? Bisogno di attenzioni? Non lo so, né ho mai fatto ricerche per comprendere cosa mi spingesse a comportarmi in quel modo. Non mi servirebbe da giustificazione. A dire il vero, non è una di quelle cose di cui vado fiera e, forse, se fossi meno analitica e meno critica con me stessa, nemmeno me ne ricorderei, tantomeno ne scriverei. Anche perché, così come avevo cominciato, improvvisamente smisi. Avevo, forse, quattordici anni l’ultima volta che lo feci. Ero in un negozio di tabacchi con un’amica. Il proprietario si era allontanato a prendere qualcosa nel retro. C’era una scodella di gomme sfuse sul banco ed io, semplicemente, ne presi una e me la infilai in tasca. La mia amica mi guardò come a dire “sei matta?”. Può darsi. Può darsi che quel tipo di comportamento fosse da attribuire ad una parte malsana di me, ad un istinto puro e ancora poco controllato dalla coscienza e dalla ragione.
Non venni mai punita per quel tipo di azione, quindi credo che quando smisi non fu per il timore che, prima o poi, mi avrebbero scoperta e ne avrei pagato le conseguenze. Smisi semplicemente perché, ad un certo punto, quel tipo di comportamento mi apparve per ciò che era, ossia ingiusto e sbagliato. Illecito.

Penso che siano fondamentalmente due i motivi per i quali si evita di compiere un’azione illecita o, comunque, ingiusta: la paura di essere scoperti e puniti oppure la piena consapevolezza che quel gesto è illecito e in quanto tale non va compiuto. La famosa distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male.

Un paio di anni fa, durante una sera di agosto, io e una mia amica andammo al cinema. In estate, non ci sono mai molti titoli interessanti in programma, perciò scegliemmo un film a caso. Il film era “La notte del giudizio” con Ethan Hawke. La trama è semplice: in un futuro diistopico, per arginare la criminalità, viene istituito un periodo annuale di dodici ore, una notte, durante la quale è possibile compiere impunemente ogni tipo di crimine, incluso l’omicidio. Un modo insomma per dare liberamente sfogo ai propri peggiori istinti. Rimanemmo entrambe molto colpite. Ma tanto era solo un film.

Purtroppo, la realtà può essere ben peggiore.

C’è uno stato del Brasile, Espírito Santo, in cui, dal 04 febbraio scorso, la polizia è in sciopero. Solitamente, in caso di proteste degli organi di polizia, motivate per lo più da richieste di aumenti salariali e maggiori diritti, piccoli contingenti restano comunque attivi per garantire la sicurezza della popolazione. Stavolta no e nello stato si è generato il caos. 85 omicidi compiuti in soli cinque giorni, orde di persone che assaltano e svaligiano negozi di ogni genere, scontri per strada. Chi può, cerca di difendersi barricandosi in casa ed evitando il più possibile di uscire. Praticamente un’anarchia totale a cui stanno prendendo parte persone di ogni genere, classe e professione. Ad esempio, è di stamani la notizia di una candidata alle scorse elezioni, sorpresa a trafugare merce da un negozio precedentemente assaltato dai banditi. Ma chi sono i banditi? Penso che l’istinto a delinquere non sia relazionato a caratteristiche particolari e che risieda in ognuno di noi. Non esistono differenze tra ricchi e poveri, analfabeti e laureati, guardie e ladri. L’unica differenza sta nel modo in cui ci si convive, nel modo in cui lo si tiene o meno a bada.

Ma scoprire che davvero è sufficiente, come nel film, eliminare o sospendere il deterrente della pena, perché si scateni immediatamente l’inferno, fa riflettere e fa tanta, tanta paura.


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Memoria tattile

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Sulla sua porzione di tavolo, giacciono sei monete straniere, un bottone, un amuleto, un po’ di foto e tre scontrini.
E’ impressionante il numero di cose inutili che un portafogli contiene.
MEMORIA TATTILE. A lei piace chiamarla così.
La gara era a chi conserva cose più assurde e, adesso che tutte hanno svuotato i contenuti, è davvero difficile stabilire chi ha vinto.
Si raccontano un po’ di storie, ridono di qualcosa, poi ciascuna  riprende le proprie cose e le rimette a posto.
Nel mentre raccoglie le monete straniere, il bottone, l’amuleto e colloca, in un apposito scomparto, le foto, lo sguardo le cade sui tre scontrini.
Uno le fa male, un altro è indifferente, un altro…
Legge “Jolly Bar” e €1,60 di importo.
“Questi sono due caffè” dice a se stessa, ma ad alta voce, infilandolo nuovamente nel portafogli.
Il tono  l’ha tradita e la domanda le arriva a sorpresa.
“Lui chi era?”
“Lui era” risponde secca.
E sa che non le serve aggiungere altro.


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Il primo giorno di scuola

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– Buongiorno! Sono la vostra nuova insegnante di latino e greco.- Esclamai, cercando di imprimere al mio tono tutta la convinzione possibile.
I ragazzi, fino a quel momento chiassosi, si zittirono e mi ritrovai di fronte un uditorio perplesso e quasi allucinato, dal quale, dopo lo smarrimento iniziale, si staccò una voce che chiese- Ma il prof di educazione fisica oggi non c’è?
– Non lo so. Io, però, sono la nuova insegnante di latino e greco.- E giuro che lo dissi senza più alcuna convinzione.
I ragazzi continuarono a guardarmi con sconcerto, finché arrivò un uomo robusto e abbigliato in tuta, che mi salutò cortese e se li portò via.
Ero entrata nell’aula sbagliata.

Quando, il giorno prima, al telefono, avevano chiesto della professoressa Monda, avevo buttato giù, dicendo che avevano sbagliato numero, perché in casa mia non c’erano insegnanti. Alla seconda, finalmente avevo realizzato e, con non poca emozione, avevo risposto- Sono io.
Mi sarei dovuta presentare a scuola alle otto in punto del giorno seguente. Quattro i convocati. La persona con il punteggio più alto avrebbe ricevuto la nomina.

Avevo presentato la domanda di inserimento nelle graduatorie per l’insegnamento, alcuni mesi prima, più per sport che per speranza. Un po’ come quando si compra un biglietto della lotteria, pur sapendo che le probabilità di vincita sono veramente infinitesimali.  Ma i premi della lotteria esistono perché qualcuno li vinca, giusto?

La sveglia, per me e mio padre, quel giorno suonò alle tre. Il treno partiva alle quattro e ventisette da Napoli. Un accelerato che di accelerato aveva solo il nome, perché quando arrivammo a Roma era giorno pieno.
All’appello, ci presentammo in due e, sebbene di punti io ne avessi sempre raccolti e presi un sacco (ma nei posti sbagliati), l’altra ragazza ne aveva più di me. Solo che lei già lavorava per CEPU, la cattedra era di sole undici ore e, a conti fatti, disse che non le conveniva accettare.
– Allora, lei cosa fa? Accetta?- mi chiese la segretaria.
Era fatta. La nomina era mia.
Corsi ad avvisare mio padre, che nel frattempo, era rimasto in strada in attesa di notizie.
– Mi hanno presa, papà! Ho ottenuto la supplenza!
– Quando devi tornare?
– In realtà, ho lezione già adesso. Quattro ore. Mi aspetti qua?

Era il 30 gennaio del 2007 e, nonostante siano trascorsi dieci anni, dalla prima volta che mi hanno chiamata “professoressa”, le cose che vorrei imparare ancora superano quelle che potrei insegnare.


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Come cozze

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Sapevo che a non mollare la tracolla mi sarei fatta male, ma male sul serio. Solo che la cartella era mia e che la donna al volante stesse ripartendo senza accorgersi che un pezzo della mia borsa era rimasto impigliato in un pezzo della sua 126, parcheggiata fuori dalla scuola elementare, a me non importava niente. Dovevo proteggere, salvare e conservare ciò che era mio.

I legami con le cose, con le persone, con le situazioni, troppo spesso prescindono dalla consapevolezza della sofferenza che procurano. E contemplare l’idea che si potrebbe stare meglio senza è fuori questione.

Ci attacchiamo alle cose, alle persone, alle situazioni, come cozze allo scoglio, per poi lamentarci quando di noi non resta che un guscio vuoto.


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Gli amici di sempre 

Conobbi Marco in prima elementare, quando io ero una bambina paffuta, lui un bambinello con i riccioli biondi ed entrambi ancora non avevamo cambiato tutti i denti da latte. Poi capitammo in classe insieme alle medie e, chissà, forse ci saremmo ritrovati nella stessa classe anche allo scientifico, se io, all’ultimo momento, non avessi ritirato la preiscrizione, andandomene al classico. Ciononostante, non ci siamo mai persi di vista.

Per questo, anche stavolta, come tutte le volte che torno in Italia, sono passata al suo negozio a salutarlo.

Perché, sebbene non sia la durata ciò che rende un’amicizia duratura, sugli amici di sempre si può sempre contare. Agli amici di sempre non importa quanto sei cresciuta, quanto sei cambiata, ciò che hai fatto e dove te ne sei andata. Loro ti conoscono e ti riconoscono per quella che eri e per quella che, in fondo, forse, ancora sei. 

Tutte le volte che io e Marco ci ritroviamo, risolti i convenevoli, i come stai, i ti trovo bene, mo’ quando parti?, parte l’aggiornamento in modalità taglia e cuci sulle sorti delle conoscenze in comune.

– Tu lo conoscevi Michele? 

– Michele chi?- chiedo confusa.

– Michele P., il figlio del professore P.

– Ah, sì. Di vista.

– Si è sposato. E ha anche due figli.

Perché che importa se, adesso, grazie ai social network si può sapere tutto di tutti o quasi tutti? Noi siamo della vecchia guardia, fedeli al sano pettegolezzo di prima mano.

– E lo sai che pure Sandro si è sposato? Come no? Si è sposato con la sorella di Nicola M.. Tu Nicola M. lo conosci?

– Anche lui solo di vista.

– Ah, già. Tu eri un’asociale. 

Ecco. Gli amici di sempre sono quelli che non userebbero mai un eufemismo, quando possono dirti, con esattezza, ciò che pensavano di te.

– E Carmine? Almeno lui, lo conoscevi? 

– Certo che lo conoscevo! 

– Lo sai che abbiamo litigato? 

– Davvero!?! E perché? 

– Perché uscivamo insieme ed, ogni volta che ci capitava di conoscere qualche ragazza, per evitare concorrenza, mi faceva pubblicamente come la merda,  dicendo che sono un poco di buono, che non sono serio, che ci provo con tutte. E tu lo sai che non è vero, ma, anzi, è lui quello che ci ha sempre provato con tutte. Ci ha provato pure con te, giusto?

– No, in realtà, con me non ci ha mai provato.

– Ah, è vero. Scusa. Tu eri strana.

Ecco. Gli amici di sempre sono quelli che, pur di non dirti che eri un cesso, un eufemismo, alla fine, riescono a trovarlo.


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Inciampi 

– Forza, non fare la timida. Vai e chiedigli la grazia!

– Ma quale grazia?!

– Come quale grazia? Tutti abbiamo bisogno di una grazia! 

Era il 1999. Per esattezza, l’ultimo mese del 1999. Credevo che di lì a poco sarebbe finito il mondo.  Per questo, in quei giorni, ero sempre euforica.

(Che poi non ci credessi fino in fondo, lo scoprii la sera di Santo Stefano, quando presi una memorabile caduta per le scale. I tacchi, il marmo dei gradini umido e scivoloso e una botta alla schiena che mi lasciò senza respiro per un tempo che mi sembrò infinito e in cui tutto ciò che mi riuscì di pensare fu “speriamo che non muoio adesso, perché voglio vedere che succede nel Duemila”)

A diciotto anni, ero una crepuscolare che incontrava motivi di ludibrio nelle teorie escatologiche applicate al cambio di millennio. Mi era facile inciampare, fisicamente ed emotivamente, su qualunque cosa. Un po’ per caso, un po’ per una scelta legata all’assurda necessità di star male anche e soprattutto se non c’era nulla di concreto per cui stare male. 

In altri termini, a diciotto anni, ero una deficiente e scambiavo la tristezza per depressione, non sapendo che di motivi per deprimermi, in un’età più adulta, ne avrei avuti di veri e davvero. E tutta quella tristezza, immaginata e disperata, mi sarebbe mancata.

Perché i sentimenti vanno vissuti, testati, sperimentati, vagliati e realmente applicati; perché i sentimenti falsamente applicati si disperdono, si sprecano e, quindi, si esauriscono.

L’amore, ad esempio. Incontri quello vero e le emozioni che provi, le parole che dici e vorresti dire non ti sembrano abbastanza. Allora, ripensi a tutte le emozioni che hai già provato, alle parole che hai già detto e pensato, quando credevi o ti illudevi o fingevi fosse amore e invece era qualcosa senza alcun risultato. Ne avresti di più, se le avessi conservate? 

I sentimenti non andrebbero sprecati, né quelli buoni, né quelli cattivi. Si arriva a capirlo col tempo, quando ci si rende conto della difficoltà a sentire qualcosa che, invece, prima, si sentiva anche per niente. Come un’abitudine, un “vizio assurdo”, troppo esasperato e, perciò, dato per scontato. 

Era dicembre del 1999 e, da pochi mesi, mi ero iscritta all’università. La mia facoltà era bellissima e non mi riferisco solo agli argomenti che avevo scelto di studiare. Mi piacevano l’edificio antico, il giardino, il chiostro centrale. Mi piaceva così tanto che, in quei primi mesi, tentavo di mostrarla a chiunque. Mio fratello mi accompagnò a lezione due volte, più spesso il fidanzato di allora e, ogni volta che riuscivo a convincerli, gli amici di ingegneria e economia.

Quel giorno, mi avevano accompagnata mia madre e una sua amica. 

Al nostro arrivo, Napoli era assurdamente tranquilla. Niente bancarelle, poco traffico, nessun clacson suonato a vuoto. Erano spariti persino i bidoni dell’immondizia. 

E il Rettifilo era pieno di uomini in divisa.

– Che succede? – Chiesi ad uno di loro. 

– La visita di Scalfaro. 

– Tanto casino per un ex presidente?

E, infatti, quel giorno, a Napoli, non c’era Scalfaro, ma Ciampi, da poco eletto e in visita con la moglie per la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico. 

Lo incontrammo, a metà mattinata, nei pressi di Via Duomo.
– Forza, mamma, non fare la timida. Vai e chiedigli la grazia!

– Ma quale grazia, Maria Pi’! Finiscila di fare la cretina!

– E dai, ma’, quando ti capita più la possibilità di chiedere una grazia al presidente? Vai su!

– Ma appunto è il presidente, mica è un santo?

– E qual è la differenza? Una grazia è pur sempre una grazia. Che fai la schizzinosa?


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Amatrice

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Domenica pomeriggio, il fine settimana ormai agli sgoccioli. Allunga la mano verso la leva del cambio, per accarezzare quella di lui, che sorride con gli occhi, schermati da lenti che riflettono tutte le varianti di verde di cui è vestito l’Appennino. Tra poche ore, quando si ritroverà da sola al primo piano di una casa che non divide con nessuno, avrà modo di riflettere sui giorni appena trascorsi, su questo primo “viaggio” insieme. Non si è chiesta (in fondo, non le interessa saperlo) se è quello giusto, ma sente di volergli bene, che, scoprendolo e scoprendosi, il difficile incastro delle spigolosità che entrambi hanno da offrire, presta il fianco ad un sentimento morbido, quasi di nostalgia, nel riconoscere come parentesi, un tempo che già vorrebbe fosse periodo, articolato ma non complesso. Tempo che corre, come la strada, il sole e la luce desiderosa di spegnersi sul giorno. Un giorno che forse è un finale, che forse è un inizio, che forse è soltanto un giorno tra tanti.
– Se non hai fretta, potremmo fare una piccola deviazione e mangiare qualcosa insieme prima di rientrare.
No, non ha nessuna fretta e stavolta è lei che sorride, per l’opportunità che lui le ha concesso e lei ha subito accettato, di dare un freno a tutte le corse in corso e regalarsi qualche altra ora insieme.
– Voglio portarti ad Amatrice, a mangiare l’amatriciana, quella originale. Ci sei mai stata?
– No, ma non vedo l’ora.
***
È crollato anche il ristorante Roma, quello dove ci fermammo a mangiare. Che tristezza, vero?
– Infinita. Una tristezza infinita…


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La ragazza coi capelli strani

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Riesco a vederla perfettamente, mentre traballa un po’ sui tacchi, lungo i marciapiedi pieni di crepe, erbacce e foglie di magnolia, alla ricerca di un’ombra introvabile sotto il sole di un pomeriggio di agosto.
Di tutti i momenti vissuti e rivissuti così tante volte nella mente, questo è fra quelli in cui maggiormente stento a riconoscermi. Forse perché è difficile, col senno di poi, rendermi conto che ero davvero io quella ragazza piena di entusiasmo, che scappava di casa senza dire dove andava, assecondando il bisogno di sentirsi libera, felice e viva; forse perché, tra l’avere vent’anni e alcuni più di trenta, la differenza sta nel modo in cui ci si relaziona ai sogni, nel peso che si attribuisce alla realtà, nelle gambe un po’ più ferme, ma che non possono più ripercorrere le stesse strade.

Quel tempo, in cui il sogno era una parentesi da inseguire, per coglierla e incastrarla tra la poca voglia di dormire e il desiderio di trascorrere sveglia la notte, fino all’alba e oltre ancora (mentre adesso è soltanto una serie di immagini sbiadite che segue ad un risveglio di rinnovata malinconia), non ritornerà.

Ma io ancora riesco a vederla quella ragazza coi capelli strani e con il cuore che le batte a mille. E non smetterò mai di incitarla a correre e inciampare, a sorridere e imprecare, a piangere e soprattutto a baciare.
So che non riuscirà a sentirmi e tornerà a casa, con la sensazione che mai più nella vita potrà essere così felice.
Lo sarà ancora, molto spesso e molto più intensamente, così come altrettanto spesso avrà modo di conoscere una tristezza senza confini. Ma, quando non avrà più vent’anni, bensì alcuni più di trenta, scoprirà che nella bugia di quel mai più c’era l’illusione dolce dei tempi migliori e, senza nessun rimpianto o nostalgia, accarezzerà quel ricordo, che come un bel sogno, di nuovo le farà battere forte e a mille il cuore.


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Merluzzi

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Qualcuno ha mai chiesto agli amici di Lazzaro se erano felici della sua resurrezione?

Era la persona più squallida che avessi mai conosciuto. Ma ovviamente non glielo dissi.
Perché non lo pensavo. Non all’inizio almeno.
Credo si chiami presbiopia relazionale, riuscire a vedere i difetti dell’altro solo da lontano.
Credo si chiami avvedutezza del senno di poi ammettere con se stessi che si è stati davvero stupidi a dar credito a qualcuno di cui si poteva benissimo fare a meno.
Perché certe persone le riconosci per ciò che sono solo quando si trovano nel posto in cui è giusto che stiano, cioè fuori dalla tua vita.
E’ soltanto in quel momento infatti  che, causa debita distanza, ti accorgi delle sfasature, delle incongruenze, delle manchevolezze della realtà che ti sei dovuta sorbire rispetto all’immagine che ti eri creata.
Sporadicamente, ma ultimamente spesso, mi capita che qualcuno riemerga dagli spazi siderali in cui si era o era stato cacciato, con faccia da merluzzo surgelato, per mettere in atto la logica del ti ricordi di me?.
La logica del ti ricordi di me?, dal mio punto di vista, è il subdolo meccanismo mentale di chi, pronunciando queste paroline magiche, pretende di sollecitare al ricordo chi ha volutamente o distrattamente dimenticato.
La mia memoria è talmente a pezzi che riuscire a ricordare qualcosa o qualcuno mi è diventato motivo di vanto… ed io sono abituata a vantarmi delle cose belle.
E se anche io mi ricordassi di qualcuno che ritengo non si ricordi o non voglia ricordarsi di me, non farei mai una domanda del genere.
Chi  trova un amico, trova un tesoro e chi perde il tesoro, ritrova paccottiglia.


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Happily ever after

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Mi aveva chiesto di vederci il giorno dopo; aveva detto che doveva parlarmi. E prima di andare via, si era congedato abbracciandomi,  cosa che, fino a quel momento, era successa solo nelle mie fantasie più romantiche.
Prima che andasse via, io avevo provato a trattenerlo, avevo insistito tanto affinché mi dicesse subito quello che aveva da dirmi. Aspettare un altro giorno?  Pazzia! E se poi avesse cambiato idea su quello che aveva da dirmi? Se non avesse avuto più nulla da dirmi?
Non riuscii a convincerlo.
– Ci vediamo domani.
Quella notte ovviamente non dormii. Ero così innamorata di lui! Avrebbe potuto volermi dire tante cose, certo. Ma mi aveva abbracciata e qualcosa doveva pur significare. E poi io volevo che mi chiedesse di metterci insieme. Lo volevo con tutto il cuore.
Il giorno dopo, a scuola, ero totalmente rincitrullita, ma con la lucidità sufficiente per raccontare a tutti del mio appuntamento. Ormai sembrava fatta. Dopo tre anni di amore non corrisposto, il mio principe si era finalmente svegliato dal coma e da quella sera avremmo vissuto felicemente insieme nei secoli dei secoli e amen.

Ieri in Brasile era o dia dos namorados, variante locale di San Valentino, coincidente con la vigilia del giorno di Sant’Antonio che, a quanto pare, è altrettanto noto come santo matrimonialista e protettore delle coppie. Non ho mai avuto un grande feeling con queste ricorrenze obbligate. Questa, in particolare, è, da quel che ho letto, totalmente ruffiana e collocata appositamente in giugno per incrementare le vendite brasiliane del mese, altrimenti tra le statisticamente più basse di tutto l’anno. Allo stesso modo, non ho molto feeling con quelle persone che si qualificano solo come parte o metà di una coppia, quasi che, singolarmente, non godessero di vita propria, e perciò spacciano a tutto il mondo che le circonda baci, occhi lessi e proclami d’amore, che, quando posso, tento di schivarmi con lo stesso terrore con cui mi sono sempre evitata gli indianini che, in tutti i modi, provavano a vendermi rose, aste per i selfie e lucchetti.
Perché, quanto più si ostenta qualcosa, tante più probabilità ci sono di portarsi sfiga da soli, nel senso che a me è sempre capitato di notare che, proprio quelle persone che fanno proclami di amore eterno, sono le stesse che cambiano partner con la stessa frequenza con cui si cambiano la biancheria intima. Amano tutti infinitamente ed eternamente? Chissà…

Il sabato sera, mi preparai carina e uscii di casa. Non avevamo fissato un luogo o un orario preciso, ma davo per scontato che ci saremmo incontrati in centro, più o meno alle otto e mezza, come capitava sempre.
Aspettai per un’ora, nel freddo di febbraio che mi ghiacciava le mani e le orecchie. Cominciarono ad arrivare altri amici, feci l’indifferente, ma in realtà continuavo a guardarmi intorno aspettando che arrivasse lui. E alla fine arrivò. Salutò tutti, amici, conoscenti, estranei, passanti e pure i cani randagi. Salutò tutti tranne me.
Non capivo, lo guardavo, cercavo di attirare la sua attenzione, ma lui evitava persino il mio sguardo. Poi il gruppo decise di andare a mangiare una pizza.
-Tu che fai, vieni con noi?- mi chiese non ricordo chi.
No, non andai. Tornai a casa a piangere.
Piansi tutto il fine settimana, ma soprattutto piansi ancora più forte il lunedì quando tutti mi chiesero come era stato il mio appuntamento.

So che è stupido, ma mi sono sempre chiesta come sarebbe andata se non avessi raccontato a nessuno di quell’appuntamento.  Probabilmente, molto probabilmente, lui si sarebbe comportato allo stesso modo ed io ci avrei sofferto allo stesso modo, ma una parte di me è sempre stata convinta che, avendo ostentato a tutti tutta la mia gioia, peraltro prima che diventasse qualcosa di concreto, ero riuscita a portarmi sfiga da sola. Per questo, cominciai a tenermi quasi tutto per me e, ancora oggi, quando si profila un’opportunità di essere felice, aspetto prima che si concretizzi o, a volte, non ne parlo neppure quando si è concretizzata. Ed ho difficoltà a baciare in pubblico, a pubblicare foto di coppia sdolcinate e, in generale, a mostrare in giro quanto io sia sentimentalmente appagata.
Perché è indubbiamente piacevole sbattere in faccia al mondo la propria felicità, ma io ho sempre pensato fosse di gran lunga più spiacevole dare al mondo l’opportunità di rinfacciarti il momento in cui le tue opportunità si trasformano in infelicità.