Le coccinelle volano


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Che ti sei persa!

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Per anni ho creduto che i lapazi fossero fiori. E in parte ne sono ancora convinta.
Lo so che i fiori, per definirsi tali, devono avere una corolla, petali di un colore che sia diverso dal verde e, possibilmente, un buon profumo.
Ma a me Mimma aveva detto che i lapazi erano fiori. E io a Mimma credevo.
Di persone come Mimma, ne ho incontrate abbastanza.
Sono quelle che, alla prima occasione utile, ti dicono “Non sai cosa ti sei persa!”
E non importa che tu quella cosa te la sia persa per mancanza di volontà o per impossibilità.
Non importa che tu ci stia male già di tuo ad esserti persa quella cosa.
Non importa neppure che quella cosa che ti sei persa in realtà faceva schifo.
Per il semplice fatto che fossero stati loro a proportela, faranno di tutto per convincerti che quella cosa è stata  meravigliosa, straordinaria, irripetibile.
La convinzione che i lapazi fossero fiori, Mimma me la inculcò durante un pomeriggio, in cui mia madre, in maniera del tutto eccezionale, mi aveva concesso di scendere a giocare in strada.
Mimma abitava al piano terra della stessa palazzina in cui io, con la mia famiglia, abitavo al primo piano.
Aveva un paio d’anni più di me, non tantissimi, ma sufficienti a che le attribuissi la stessa autorità e credibilità che, a cinque anni, attribuivo agli adulti e, in generale, a chiunque fosse più grande di me.
Ce ne stavamo sul marciapiedi a bighellonare, quando Mimma, che in mia compagnia sembrava annoiarsi sempre, mi propose di andarcene a giocare in un altro posto, a suo dire, più bello.
Era un prato poco distante da casa, una zona temporaneamente scampata all’edificazione che, di lì a poco, avrebbe cancellato quasi ogni traccia di verde dal quartiere.
Sapevo che mia madre non me lo avrebbe mai permesso. Sapevo anche che tipo di punizione avrei sperimentato, qualora mi fossi allontanata senza il suo permesso.
Perciò, dissi a Mimma che non potevo.
– Ma lì ci sono tanti fiori!
Io adoravo i fiori. Ma davvero non potevo muovermi da lì. Provai pure a chiedere il permesso, ma mia madre fu inamovibile.
E così fui costretta a guardare Mimma volgermi le spalle e andarsene da sola in quel posto bellissimo.
Non stette via a lungo. Dopo una decina di minuti era già di ritorno.
– Hai raccolto tanti fiori?- le chiesi.
No, non ne aveva raccolto nessuno, perché non ce n’erano. Eppure riuscì a convincermi del contrario.
È molto facile convincermi di qualcosa, quando ho bisogno di convincermi di quel qualcosa. È il motivo per cui ho i mobiletti del bagno pieni di creme sui cui tubetti c’è scritto che hanno un reale effetto anticellulite.
E’ come se il mio bisogno di confidare nella veridicità di quanto mi si dice, non tenga in nessun conto la possibilità che quanto mi si dice è una menzogna.
Una volta, ad esempio, chiesi ad un “caro” amico- “In the cold light of morning” l’ha cantata?
E lui mi rispose pieno di puerile entusiasmo- E certo! È stato il momento più toccante di tutto il concerto. O fridd ‘nguoll! Che ti sei persa!
Quel concerto dei Placebo non volevo perdermelo. E se me lo persi, non fu per mancata concessione di mia madre, né per mancanza di volontà, né per qualche altro motivo di futile natura. A quel concerto non ci andai, perché non potevo andarci. Seriamente, non potevo andarci. E lui lo sapeva. Così come sapeva quanto mi dispiacesse non esserci potuta andare.
Poi, a distanza di qualche giorno, successe che un altro amico, un po’ più caro, mi procurò una registrazione di quel live. Lo ascoltai più volte. Ogni tanto, ancora lo ascolto, con la speranza che, da un momento all’altro, Brian Molko attacchi a cantare “In the cold light of morning”, facendomi venire i brividi.
Ma non accade. Perché quella canzone, quella sera, i Placebo non la suonarono. Mi sa che, in assoluto, non l’hanno proprio mai suonata dal vivo.
Eppure, una parte di me, per lungo tempo, è stata convinta che ci fosse un errore nella registrazione, che quel mio “caro” amico non aveva alcun motivo per mentirmi e farmi credere di essermi persa più di quanto sapevo di aver perso.
Allo stesso modo in cui una parte di me ancora pensa che quella sterpaglia con cui Mimma  tornò dal prato fossero fiori. E che tutto quello che mi perdo è eccezionale, fantastico, decisamente meglio di tutto ciò che finora non mi sono persa.

Quale parte di me? Quella che, pur essendo perfettamente consapevole che i “Che ti sei persa!” vanno spesso interpretati come dei “Che mi sono evitata!”, ancora è affascinata da quanto mi sia sufficiente mostrarmi convinta, affinché la frustrazione altrui, esplicitata sotto forma di menzogna, trovi un seppur minimo conforto.

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Cittadini del mondo

Li incontriamo nei pressi del banchetto dove si vendono le pizze fritte.
Adoro la pizza fritta. Mi ricorda la mia terra, la mia infanzia, le domeniche in cui si andava al mercato delle pulci ad Arzano, la puzza di olio bruciato che impestava l’aria nei pressi del furgoncino del venditore ambulante e mio padre che mi consigliava di aspettare a mordere, perché, se era troppo calda, il ripieno di pomodoro, misto a ricotta e mozzarella filante e incandescente, mi avrebbe ustionato il palato. E così era.
Ne ho avvistata una, appena arrivati, in mano ad una signora, bella, cicciotta, avvolta in una carta per alimenti marrone tutta ‘nzivat. La pizza, non la signora.
Loro sono proprio lì. Vocianti, festanti, che è impossibile non riconoscerli.
Altri italiani finora non ne ho notati. Anche se è la “Festa Italiana” e di sicuro in giro ce ne saranno tantissimi.
Luca si mette in fila per comprare due pizze, io mi avvicino.- Scusate, siete napoletani?
– Sì, perché?
– Pure io sono napoletana.
– Uà!- esclama Alberto.
Giovanni mi guarda. Ha un’espressione beffarda e sorniona -Però ce lo devi dire nella nostra lingua.
Sorrido. – Pur ij song e Napul’.
Alberto esulta di nuovo, Giovanni mi fa – Aspetta. Mi devi dare un’altra dimostrazione. Cantiamo insieme “Che bella cosa…
– …È na jurnata ‘e sol!
– Uè, paisà!
E ci abbracciamo.

Ci si abitua alla distanza, ai paesaggi diversi, alla natura e alle architetture che si stampano negli occhi, imprimendo allo sguardo una maniera diversa di concepire gli spazi; ci si abitua ad ingredienti e ricette mai pensati, al coraggio di sperimentare sapori di frutti dai nomi e dalle forme strane; e ci si abitua ad un nuovo modo di dire buongiorno e buona notte, ai baci sulle guance partendo da sinistra, e non da destra, che, se non fai attenzione, ti scappa un bacio sulle labbra.
Ma quando ti capita di incrociare qualcuno le cui parole fanno eco al suono dei tuoi pensieri (perché è inutile sforzarsi: il pensiero rimane in italiano), la naturalezza con cui ci si sente parte di qualcosa che va oltre un confine disegnato su una cartina, si stempera nell’entusiasmo di sentirsi altrettanto appartenente ad un luogo specifico e più delimitato, a quella porzione di mondo dove sai di aver lasciato le tue vere radici, perché quelle nuove, quelle che ogni giorno senti più sicure e forti, in fondo non sono altro che talee, generatesi dai rami che, con volontà e con forza, affondi nella nuova terra, per ricostituirti, per rinascere o semplicemente per rigenerare quelle parti di te che hai lasciato indietro e di cui sai che manchi.

“Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo”, diceva Socrate e potrei far mie le sue parole (pure perché non sono nata ad Atene, né ci sono mai stata). Ma forse Socrate non aveva viaggiato molto, poiché, se è sano e giusto, in ogni circostanza e luogo,  sentirsi cittadini del mondo, è altrettanto giusto avere ben presenti le proprie origini.
Più ci si allontana e più si ha bisogno di un luogo da ricordare, da rispettare, da amare. Di un luogo a cui poter e voler tornare.
A patto di non trascendere, dal senso di appartenenza, verso il campanilismo, atteggiamento che mi capitò di verificare l’anno scorso in una donna.
– Ah, sei napoletana?- mi aveva chiesto, dopo che ci eravamo riconosciute come italiane e fatte domande sulla reciproca provenienza.-  Ma di Napoli Napoli? Perché io, in realtà, non sono proprio napoletana, io sono della provincia di Salerno.
– Io sono di un paesino che dista trenta chilometri da Napoli- avevo precisato.
– Ah, e allora anche tu non sei napoletana originale!-aveva aggiunto, manco io avessi dei manici al posto delle braccia e Luigi Vuittone scritto in fronte.

Luca, nel frattempo, ha preso le pizze e mi raggiunge. Le note di Torna a Surriento, rimbalzano sui rami delle mangueiras che incorniciano la strada.
Giovanni è di Pollena, Alberto di Bagnoli e io sono di Cicciano. Ma qui a Belo Horizonte, siamo napoletani, siamo campani, siamo italiani, siamo europei.
Insomma, siamo cittadini del mondo.


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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)


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Furti moderni

Abitavamo in piazza, in un palazzo molto antico, di quelli con pochi appartamenti, ma dai soffitti altissimi, dove stare al secondo piano senza ascensore equivaleva a farsi, ogni giorno, la stessa porzione di scale di chi invece abitava al quarto piano di un edificio moderno.
C’era un portoncino in alluminio anodizzato che apriva su un balcone veranda, sul quale si affacciavano, in ordine, la finestra di un soggiorno che era poi diventato la camera di mio fratello, una porta che dava sul corridoio (praticamente inutilizzata) e, alla fine del tunnel, la porta della cucina che era l’accesso da cui, normalmente, entravamo in casa.
Lasciavano spesso il portocino aperto. Dico lasciavano, perché era un’abitudine esclusiva dei miei genitori e di mio fratello. Io no, io già da bambina ero paranoica e chiudevo sempre.
Quel giorno, erano venuti a trovarci i miei zii. Era un sabato mattina, all’incirca mezzogiorno, ed io ero nella mia stanza, con la porta aperta, ma seduta alla scrivania, studiando faccia al muro, quindi non mi accorsi di niente. Mi resi conto che qualcosa non andava quando sentii mia madre urlare.
Avevano lasciato il portoncino aperto e una donna era entrata. Era passata dal corridoio, senza farsi vedere da nessuno, si era infilata nella camera da letto dei miei e aveva provato a rubare.
Mio padre e mio zio riuscirono a fermarla in tempo. Non aveva preso molte cose, solo qualche  piccolo oggetto d’oro di mia madre lasciato sul comò.
Di furti, negli anni, ne abbiamo subiti parecchi. Questo non fu certo il primo, né purtroppo l’ultimo.
Eppure, è notevole quanto persino la natura dei furti e del loro impatto sulle vittime si sia evoluta nel corso degli ultimi due decenni.

Anni fa, i ladri cercavano principalmente denaro, oro, auto, oggetti. Le cose da rubare erano appunto cose, per lo più anonime, che quasi nulla avevano da raccontare circa l’identità della vittima del furto.
Anche i televisori e le macchine fotografiche. Erano meri oggetti d’uso che poco avevano da dire ai ladri, se non quanto avrebbero potuto rendere al mercato nero. Del resto, che tipo di informazioni sul suo proprietario un televisore poteva fornire a chi lo rubava? Nessuna, tranne forse rivelare se  Italia 1 era sintonizzato sul tasto 6 o 7 del telecomando. E anche le macchine fotografiche. Ammesso che contenessero un rullino in uso, non credo che i ladri si prendessero la briga di sviluppare foto altrui.
I ladri contemporanei scardinano, invece, serrature che consentono accessi ben più privati nelle vite di chi viene colpito. Il furto di un computer o di un telefono cellulare non è una mera sottrazione di un oggetto, è bensì la sottrazione e appropriazione di un oggetto con una memoria che rappresenta e svela dettagli segretissimi circa l’identità della vittima.

Nelle ultime tre settimane, abbiamo subito ben due furti. Circostanza notevole considerato che, sebbene fossimo consapevoli che il Brasile è un paese con un tasso di criminalità e microcriminalità molto alto, finora non avevamo dovuto farci i conti.
In entrambe le circostanze, si è trattato di furti in auto, il che significa non solo che fortunatamente noi non siamo stati in nessun modo coinvolti, ma anche che non sono riusciti a rubare l’auto e si sono limitati ad aprirla e a portare via ciò che hanno trovato all’interno.
È successo la prima volta all’inizio di marzo, una domenica che, come d’abitudine, la strada in cui abitiamo era chiusa al traffico. Non potendo accedere al garage, Luca aveva parcheggiato l’auto nella strada immediatamente parallela, nei pressi di una birreria tedesca da cui, ogni sera, mi arrivano le note de “Il ballo del qua qua” e sulla cui insegna hanno orgogliosamente scritto “dal 2015”, il che vale a non farmela frequentare troppo, per paura che, essendo io risalente al secolo scorso, i proprietari mi prendano e mi espongano come pezzo di antiquariato europeo.
Recuperammo l’auto nel pomeriggio e non ci accorgemmo di nulla. Soltanto il giorno dopo, aprendo il bagagliaio per metterci la borsa da lavoro, Luca si accorse che mancava la ruota di scorta. Controllò e notò che la serratura dal lato di guida era stata forzata.
Ad ogni modo, ci era andata bene. Il giorno del furto, Luca rientrava da una trasferta in Italia da cui mi aveva portato una valigia piena di cose buone: un salame, i formaggini, un chilo di nutella, un pezzettone di prosciutto di Parma e altre ghiottonerie varie ed eventuali, tra cui merita sicuramente menzione un cotechino (che, avendo trascorso il capodanno in Brasile, mi era mancato tanto). Avevamo sensatamente tirato subito via dall’auto le valigie, altrimenti sarebbe stato un danno irreparabile. In fondo, una ruota di scorta si rimpiazza, ma il cotechino come lo avrei rimpiazzato?
Un’altra delle riflessioni a margine del furto era stata relativa all’assenza di oggetti tecnologici. “Sai che danno se fosse successo in un altro giorno e avessero trovato la borsa da lavoro col computer dentro?”
Purtroppo, lunedì sera, la domanda precedente ha ottenuto risposta. I ladri hanno di nuovo aperto l’auto, stavolta parcheggiata, per una rapida commissione, in un quartiere poco distante dal centro e, oltre alla nuova ruota di scorta, si sono portati via la borsa da lavoro e un paio di rayban pezzottati e senza una stecchetta.
Nella borsa da lavoro, c’erano appunto il computer ed un hard disk esterno, entrambi pieni di informazioni e di dati personali.
I ladri hanno portato via, dunque, non solo dei meri oggetti, ma tanti pezzetti delle nostre vite. E-mail, contatti, scansioni di documenti, annotazioni, foto.
Un sacco di mie foto.
E, per fortuna, che non ne ho mai fatte di compromettenti. Almeno il terrore di finire su youporn me lo sono risparmiato.

PS: Se vi capitasse di trovarvi in Brasile e di aver bisogno di un’auto, evitate di prendervi una Ka. Sono facilissime da scassinare.


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Rasoio di Hanlon

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Non attribuire a cattiveria ciò che puoi facilmente spiegare con la stupidità è il principio metodologico sulla base del quale si impiantano molte delle mie concezioni esistenziali e che io credevo essere un qualcosa di mio soltanto e di mia personalissima invenzione, ma che in realtà qualcuno aveva già codificato e brevettato, guarda caso nel 1980, cioè un anno prima che io nascessi, giusto per darmi il benvenuto al mondo e per fornirmi gli strumenti necessari per tirare avanti.
Questo principio metodologico si chiama “Rasoio di Hanlon”
Non si sa bene chi fosse Hanlon, ma io penso di essere in grado di tracciare un breve profilo del personaggio e di fornire una breve descrizione delle circostanze in cui costui maturò il suo principio.
Hanlon era un tizio infinitamente buono, ma che, per qualche assurdo motivo, era convinto di essere cattivo e che, proprio perché credeva di essere cattivo, chiedeva a tutti: “Ma io sono cattivo?”, salvo poi sentirsi stupido per quante volte si informava in giro su quanto era cattivo senza ottenere risposta o ottenendo risposte contrarie. Fu così che, per la mancanze di risposte e, insieme, per le troppe risposte deludenti, la certezza dell’essere stupido, alla fine, prevalse sul suo dubbio di essere cattivo, e la rivelazione fu davvero devastante, perché, scopertosi stupido e non cattivo come credeva di essere (del resto, l’essere cattivo, seppur quale cosa negativa, gli avrebbe conferito un minimo di dignità), Hanlon capì di aver sprecato tempo, cervello e domande invano e, in qualità di vero stupido, decise che d’ora in poi non avrebbe sprecato più nulla.
Per questo, prese un rasoio, si tagliò le vene e anche nel fare questa cosa pensò che, in fondo, non lo faceva per cattiveria, ma, ancora una volta, per pura e semplice stupidità.
Da qui il nome di Rasoio di Hanlon.


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Tra vuoti scavati e riempiti

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Le stanze del mio cuore si relazionano alle persone come i miei polsi ai bracciali.  Quelli larghi scivolano, quelli stretti si spezzano e ho ragione di credere che non ha alcuna importanza la premura con cui si sta attenti a non perdere le cose o le persone. Quelle che non vogliono scivolare via semplicemente si attaccano, rimangono, persistono, senza sfasamenti dovuti alla forza di gravità, senza scivoloni, senza sbattimenti. Le altre? Che importanza ha che fine fanno le altre? Che si smarriscano definitivamente o che casualmente le si ritrovi, cambia poco, perché la sensazione innescata dalla perdita è palindroma.
Tra vuoti scavati e riempiti dalla stessa sostanza non c’è differenza e l’interfaccia connotante la perduta e ritrovata adiacenza è sempre negativa.
Ci vuole coraggio a voler bene. Molto di più  a non volerne.
E poiché non ho aspirazioni da eroe, la tonalità baritonale del mio entusiasmo non rallenta il lavorio sincopato delle mie coronarie.


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Elefante

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L’unico pregio, se proprio può dirsi tale, nel sentirsi come un elefante, risiede nella liberalità con cui si può scegliere se esibirsi o meno in qualche simpatico numero da circo.
Qualcuno che passa e si ferma a guardare purtroppo c’è sempre (gli elefanti hanno parecchie difficoltà a nascondersi) e, se l’elefante è in vena, è probabile che ci scappi un sorriso.
Ma quando l’elefante è stanco o non ha voglia o magari si aspetta che semplicemente lo si contempli per poi passare a rompere le scatole alle scimmie, mica lo si può prendere a calci per spronarlo? Un elefante non si smuove.

Bisognerebbe imparare ad accettarlo e, magari, tornarsene a casa a coccolare il cane.