Le coccinelle volano


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.

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Ho solo dimenticato

DSCF0339Me ne sono resa conto all’improvviso.
Come quando esci che piove, tieni aperto l’ombrello e, dopo un po’, ti accorgi che sei rimasta tu da sola a non averlo chiuso, perché ha smesso di piovere e neanche te n’eri resa conto.
Per i sentimenti, funziona allo stesso modo. Ami qualcuno, lo ami tanto, ci soffri, continui ad amarlo e ti convinci che sarà così per sempre. Finché non ti accorgi che finalmente hai smesso.
Io me ne sono accorta quel giorno che ho realizzato che giorno fosse.
Un collega che mi ha chiesto “quanto ne abbiamo oggi?”, io che gli ho risposto ed, ecco, me ne sono accorta.
Allora, ho provato a ricordare cosa avevo fatto quel giorno che non mi ero ricordata che giorno fosse e non mi è venuto in mente niente di particolare.
Un giorno qualunque, nulla che potesse farmelo sembrare speciale. Insomma, UN giorno. Ed è importante l’articolo indeterminativo. Fa tutta la differenza. Perché se lo avessi considerato IL giorno e non un giorno, non me ne sarei dimenticata.
La determinatezza è importante, quasi quanto la determinazione. Del resto, quante volte mi sono presa un minuto per pensare, per poi rendermi conto che è stato proprio quello IL minuto in cui ho cambiato idea? Quante volte, ho evitato di dire una cosa, per poi realizzare che quella era LA cosa più importante da dire?
Quel giorno che non mi sono ricordata di che giorno fosse, è stato dunque solo un giorno.
Mi sono svegliata alle sei e mezza, come faccio quasi sempre. Mi sono preparata, ho preparato la colazione e poi ho svegliato Giorgia. Può darsi che abbia fatto qualche capriccio- al risveglio è sempre nervosa- ma nulla che abbia reso la mattinata diversa dalle altre. L’ho vestita, le ho preparato lo zainetto e l’ho accompagnata all’asilo. E poi sono andata al lavoro.
Nessun collega, quel giorno, mi ha chiesto “quanto ne abbiamo?”, altrimenti me ne sarei ricordata e, al rientro a casa, insieme a Giorgia, lo avrei chiamato. Ma niente, assolutamente niente, quel giorno mi ha fatto ricordare che era il suo compleanno.
Me ne sono resa conto solo tre giorni dopo. Così, per caso. Ed è stato strano, perché io ricordo sempre i compleanni di tutti, figuriamoci il suo.
Allora sì, sono rientrata a casa e l’ho chiamato.
In realtà, ho fatto in modo che fosse Giorgia a chiamarlo. Volevo fosse lei per prima a fargli gli auguri di compleanno, anche se in ritardo. Mi fa tanta tenerezza vederla parlare con lui. Gli vuole bene, anche se quasi non lo conosce. Del resto, è solo una bambina e lui è suo padre.
Poi ho preso io il telefono.
– Scusami, me n’ero proprio dimenticata.
– Credevo mi odiassi.- mi ha detto.
– No, davvero.- ho ribadito, con estrema serenità.- Ho solo dimenticato.
E nel dirlo, non so se ha capito che non mi riferivo soltanto al suo compleanno, ma anche e soprattutto al fatto che, finalmente, ero riuscita a dimenticarmi di tutto l’amore provato e sofferto per lui.


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Piove da mesi

I pensieri sconfinano il bordo della pozza di caffè che macchia il lavandino e, correndo, raggiungono la parete e salgono fino al davanzale, affacciandosi ai vetri della finestra che dà sul giardino. Un occhio poco attento scaccerebbe la luce con un battito di palpebre, accontentandosi dell’apparenza di un giorno di sole,  ma il suo coglie il dettaglio di un volo di cornacchia su uno sfondo di nubi nere che, se più vicine, starebbero dando pioggia.

È il momento del giorno che più detesta, fuori dal letto, ma non completamente sveglia; il momento in cui solitamente decide se sarà un buon giorno o un cattivo giorno.

Un rumore di passi si aggiunge al ticchettio dell’orologio e al fruscio del vento. Dev’essersi svegliato anche lui.

Richiama velocemente indietro i pensieri, che ubbidienti, dal vetro a cui li aveva incollati, ripercorrono il tragitto inverso, fino al tavolo e poi di nuovo al caffè, girato troppo distrattamente e in fretta. Soltanto uno sfugge al gruppo,  ma non ci fa troppo caso.

Prova a starsene così, immobile, con la tazzina in una mano e una sigaretta nell’altra, e coi pensieri tutti zitti e muti e impilati in ordine nella scatola cranica, come le mutande nel cassetto. 

Il rumore di passi diventa una presenza cui volta le spalle. Una mano le accarezza i capelli. Decide di non voltarsi e prova piuttosto a richiamare o anche solo a scacciare il pensiero ribelle, l’unico, quello  di cui adesso si è accorta e che, rimbalzando da un angolo all’altro della cucina, le fa il solletico ai dotti lacrimali.

La mano scende sulla spalla e le si avvicina al viso, verso le labbra, come a chiederle un bacio che però non vuol dare.

– Buongiorno 

Buongiorno un cazzo. Sposta la sedia, si alza e percorre pochi passi. 

– Che dici…pioverà?

Lo raggiunge con lo sguardo. È in piedi, un angolo della tenda sollevato per guardare fuori. 

– Piove da mesi, non te ne sei accorto? 


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Le persone brutte sono come il mal di denti

Non provo mai rancore nei riguardi delle persone. È uno dei miei punti di forza. Antipatia, fastidio, in casi estremi, persino disgusto, ma, quando succede, non sto a perderci molto tempo e, con estrema facilità e nonchalance, prendo le distanze sia da questi sentimenti, sia dalle persone che me li procurano.

La possibilità di prendere le distanze non sempre però è concessa. Ci sono circostanze in cui, gioco forza, certe persone  si è costretti a tenersele tra i piedi.

Se mi chiedessero di menzionare una persona il cui solo pensiero, scavando oltre il muro di indifferenza di cui sono brava a cingermi, sia in grado di scatenarmi una cacofonia orchestrale di sentimenti gotici e ancestrali, la prima a venirmi in mente sarebbe sicuramente CdA (e mentre lo scrivo mi rendo conto che pure le sue iniziali mi stanno sulle scatole).

Per cinque anni interi, salvo assenze, pause estive trimestrali e interruzioni natalizie invernali, fui costretta a passare cinque ore dei miei giorni sotto il suo stesso tetto, che poi era il tetto della scuola, perché CdA stava in classe con me al liceo.

Non mi dilungherò sui motivi per cui tra di noi corresse una sana e robusta ostilità. Sono cose vecchie e superate, alcune neanche mi sovvengono, e poi non sono certo così infantile da scrivere che CdA era una stronza, bugiarda, imbrogliona, raccomandata e morbosamente invidiosa del fatto che fossi più brava di lei.

Tant’è che anni dopo, parecchi anni dopo, quando ormai non ci vedevamo dal diploma ed io mi ero totalmente dimenticata anche di che faccia avesse, una sera che una mia amica mi chiamò per chiedermi di uscire in gruppo con altre amiche a bere qualcosa e nel farlo mi chiese: “Sai, stasera viene pure CdA. Per te è un problema?”, risposi che no, non c’era alcun problema. Avevo relegato quell’ostilità ad un tempo andato. Io e CdA non eravamo più in competizione. E poi, se ero cambiata io, probabilmente anche lei lo era e, magari, dopo tanto tempo, avremmo potuto persino trovarci simpatiche.

Non andò così. 

Quando, quella sera, CdA arrivò (in ritardo, su questo non era cambiata), nel mentre noialtre si era già raggruppate fuori ad un bar che credo nemmeno più esista, io le sorrisi e, se ne avessi avuto l’opportunità, salutandola, mi sarei potuta anche spingere a stringerle la mano. Lei, invece, dopo avermi riconosciuta, si piantò sul marciapiedi come un gatto sull’asfalto abbacinato dagli abbaglianti di un camion. Rimase così, un po’ vitrea un po’ epilettica, per un minuto buono. Poi chiamò in disparte l’amica che mi aveva invitata e, secondo quanto mi fu riferito, le fece un cazziatone corredato dall’ultimatum “o se ne va lei, o me ne vado io”. Se ne andò CdA. Non so se fu la mia amica a scegliere o lei stessa. A me la cosa sembrò parecchio eccessiva. Avercela ancora con me per questioni relative a voti, compiti in classe e risultati finali (visto che non mi pare di averle mai fatto qualcosa di crudele o che comunque svicolasse dall’ambito scolastico), mi sembrò un comportamento fuoriluogo per una persona ormai adulta. Ma archiviai l’evento sotto gli esempi di lungimiranza e avvedutezza che, a quanto pare, sempre avevo avuto nel riconoscere le persone buone e quelle negative, tipo CdA.

Da quella sera, non ho avuto più modo né di incrociarla, né di intercettarla, nemmeno di traverso o di sguincio. Il che è una cosa positivissima. 

Perché le persone brutte sono come il mal di denti. Quando ci stai, non vedi l’ora di liberartene, quando te ne liberi, te ne dimentichi, ma quando ritornano, non puoi fare a meno di chiederti come avessi fatto a dimenticarti di quanto fossero brutte.

Ieri ho superato un mal di denti, oggi mi sono dovuta ricordare di CdA.

Ero sveglia da poco quando una mia amica, la stessa che quella sera di anni fa mi aveva invitata ad uscire, mi ha inviato questo messaggio: “Ciao Mary, come stai? Mi ha contattata CdA su fb, chiedendomi di girarti questa foto, che ha trovato tra le sue cose.”

La foto è quella sopra. La bambina in foto sono io. Come e quando CdA sia entrata in possesso di quella foto non ne ho idea. Cosa ci abbia fatto per tutti questi anni, figurarsi. L’ho ingrandita per vedere se ci sono fori di spillo ma non sembra. Però in foto ho la bocca aperta tipo visita dentistica. E questa cosa non mi lascia affatto tranquilla.


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Spontaneamente 

– Ma perché alcune persone, quando fai loro un favore, si sentono immediatamente in dovere di ricambiare?- mi chiede, collocando per l’ennesima volta, stizzita, il telefono in borsa.

Ha già ricevuto tre chiamate dalla stessa persona. Ha spiegato che, no, non è in casa perché è uscita con un’amica e che, no, non ha idea di dove si trovi sua madre perché, quando è uscita, era in casa e se poi, dopo, sua madre ha deciso di uscire a sua volta, lei cosa può saperne di dove è andata o quando torna.

Le sorrido e mormoro una risposta a caso, le dico che me lo chiedo spesso anch’io, poi, poiché è tantissimo che non trascorriamo del tempo insieme, riprendiamo a parlare di noi, senza che la persona del favore da ricambiare torni ad interromperci.

Ieri, sono passata a comprare il tabacco da Luís e mi è tornato in mente questo discorso lasciato in sospeso.

Fino ad un mese fa, nemmeno sapevo che Luís  si chiamasse Luís. Io mi limitavo a dirgli “oi”, mentre lui, da quando mi conosce, mi ha sempre chiamata “Italia”. Passo a trovarlo almeno due volte al mese. Lui vorrebbe aprire una tabaccheria in Italia, io vorrei abitare il più a lungo possibile in Brasile, perciò scherziamo spesso sull’eventualità di scambiarci i passaporti.

Mi è venuto naturale portargli una calamita da Napoli. Un oggettino piccolo, solo un pensiero… 

– Mi hai pensato…- mormorava Luís incredulo, rigirandosela tra le mani.- Ma io non ti ho mai regalato niente! Come posso sdebitarmi adesso?

E, allora, me lo sono chiesta di nuovo. 

Ma perché quando offri, regali, concedi qualcosa a qualcuno, senza che ti sia stato chiesto niente, questo qualcuno si sente immediatamente in debito, in imbarazzo, in difetto?

Quanto è successo ieri con Luís, ovviamente, non è stato nulla di inedito.

Credo che la difficoltà a ricevere gratuitamente sia strettamente relazionata alla difficoltà di  donare spontaneamente, seppur, sotto certi aspetti, un po’ più grave. Del resto, quelli che non sanno dare, senza pretendere nulla in cambio, almeno, hanno un nome: avari, cazzimmosi, pretenziosi, prepotenti. Quelli che non sanno ricevere, senza aver prima dato o senza dover poi dare, invece, come si chiamano? 

Mi provoca sempre disagio ottenere, come risposta, ad un mio modo di dimostrare affetto o gentilezza in maniera gratuita e disinteressata, un’espressione imbarazzata, quasi colpevole, supportata dai “perché?”, dai “ma non dovevi!”, dai “così mi metti in difficoltà”. È come vedersi sbattere una porta in faccia. E, allora, la reazione diventa un metro di valutazione della relazione che si ha con l’altro. Perché chi si sente in dovere di ricambiare, in una certa forma, mercifica la gentilezza e, dunque, a ragione, sa di non meritarla. Chi, invece, si mostra semplicemente sorpreso o felice e accetta di buon cuore il gesto, senza alcun accenno al fatto di meritarlo o meno, sa che il vero valore non è nel dono ricevuto, ma nel sentimento con cui lo ha ricevuto e, se ricambia il sentimento, non ha bisogno di ricambiare con altro.


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18 anni fa avevo 17 anni

“Quello che le viveva dentro era diverso. Si era sempre guardata intorno con la superficialità di chi coglie negli altri una realtà che le è estranea e di cui non ha bisogno. Ma per quanto avrebbe potuto continuare così? A volte il peso dei suoi silenzi le bloccava il respiro, come se nemmeno tutta l’aria del mondo riuscisse a colmare il suo vuoto.”

Scrivevo con la kappa. Scrivevo di kakka.

Ho ritrovato uno scatolone pieno di agende e diari. Pagine nelle quali fortunatamente mi è difficile riconoscermi. Davvero ero così triste? E perché? 

Rimetto tutto a posto e penso che non mi sono mai sentita tanto felice di esser diventata adulta.


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Mezzo pieno 

Dovrei imparare dai finti deboli, dai sempiterni sconfortati, da quelli che vedono il bicchiere sempre mezzo vuoto.

Anzi, dovrei bermelo quel mezzo bicchiere, ma senza brindisi, che tanto, alla salute e a noi, mica basta un goccio per portarci fortuna?

E guardare alle difficoltà per quello che sono, senza sminuirle o ignorarle. Perché, vedi, io sono bravissima ad ignorare le difficoltà.  

Come quella faccenda del perdono. 

– Io non perdono. No, dai, non sorridere. 

– Sei tu che lo hai detto.

– Sì, ma non nel senso che hai inteso tu. Non perdono perché non mi ferisco. E quando non ti ferisci, quando tutto ti scivola addosso, quando i gesti degli altri, buoni cattivi eclatanti o stucchevoli, si classificano e annullano in una gamma indistinta di pura indifferenza, cosa c’entra il perdono? Non perdono, solo perché non ho mai avuto nulla da perdonare. 

– È impossibile. 

– Invece è così. 

– Mettiamo pure che sia così. Ricorda però che ciò che non perdoniamo agli altri è ciò che non perdoniamo a noi stessi.

Perdonare, perdonarsi, perdonarmi. 

Per riuscirci dovrei ammettere un torto, qualcosa che è andato storto, in quella linea che marca il legame tra me e gli altri, tra me e me stessa. Che poi magari è un laccio, come di catenina, e non importa quanta attenzione faccio, quando è sottile e si annoda e non si può districare senza il pericolo che si possa spezzare, e tanto vale sostituirlo, sceglierne un altro, cui affidare ciondoli a forma di cuore o fiore, sperando che duri, sperando sia più forte. Ha senso per alcuni, gli altri me li tengo, così come sono, che tanto non m’importa.

Il miglior dispetto è la non curanza e lo so che non va bene, che lo sporco non si nasconde sotto il tappeto perché poi riciccia, che le cose non dette vanno dette se no si ammuffano in gola e, alla lunga, quella muffa si espande fino all’anima.

E forse è per questo che io sono impermeabile. Che tutto va bene anche quando non va bene. Che non mi incazzo, ma mi infastidisco. E il fastidio non si perdona, ma si scusa e io, di scuse, so inventarne sempre un sacco.

Perché dovrei imparare da quelli a cui non va mai bene niente, da quelli che io sorrido e loro piangono comunque. Perché il bicchiere, pure a vederlo mezzo pieno, sempre mezzo resta e non basta ad ubriacarsi, tantomeno a dissetarsi.