Le coccinelle volano


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Il momento dell’impasse

Di ogni storia, c’è un momento in particolare che preferisco e a cui, col senno di poi, la mia memoria torna. Non coincide con l’inizio e neppure con la fine, ma è piantato in un punto qualunque, lì nel mezzo. È quel momento in cui l’entusiasmo impatta col timore, generando un’impasse tra la speranza e la disillusione, la certezza che tutto andrà bene e la paura che tutto sfumerà in un niente, senza che nessuna delle due sensazioni riesca a prendere il sopravvento. Quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma non al punto da scommetterci come all’inizio e, contemporaneamente, tutto sembra destinato a perdersi, ma senza la sentenza definitiva del finale.

Ieri. Sto rientrando a casa a piedi. Belo Horizonte impazzita di traffico e un tramonto rosa. L’occhio mi cade (in realtà, lo lancio) sullo schermo di una tv  accesa, appesa poco oltre la soglia di un bar. Una decina di uomini occupano i tavolini in ordine sparso. La fascetta in sovrimpressione mi informa che è il settimo minuto del secondo tempo. Il risultato è di uno a uno. Rallento. Penso di scegliere un tavolo, sedermi, ordinare una birra e spiegare, a chi fosse curioso, che sono napoletana e che questa partita è troppo importante. Sto per farlo davvero, ma ci ripenso. Mi mancano dieci minuti per arrivare a casa. Il Napoli dovrebbe segnare almeno tre goal senza prenderne altri. C’è ancora speranza, ma è altrettanto forte il disincanto. Non è ancora finita, ma è comunque appesa a un filo.

Rientro, accendo la tv, il Napoli perde tre a uno. 

Fine della speranza, fine del disincanto. 

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Cieli terrestri 

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– Ecco, vedi?- esclama Mauro, puntando il dito al cielo.- Te lo avevo detto che i marziani sarebbero apparsi anche stasera.

Giovanna guarda la punta del dito, poi spinge gli occhi oltre, verso la direzione che Mauro le sta indicando. Il cielo è buio, spruzzato da poche stelle. Si percepisce appena un luccichio intermittente.

È un aereo. Lo stesso di tutte le sere, quello su cui, se potesse, si teletrasporterebbe al volo. Ma il teletrasporto non esiste e Giovanna resta confinata al suolo, lì dove si trova, con le mani aggrappate alla ringhiera e due certezze in disaccordo con le illusioni di Mauro.

E vorrebbe proprio dirglielo che è un gran cretino, che, a continuare a coltivare certe fantasie, un giorno, non riuscirà più a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, cosa è giusto e cosa non lo è. Ché un conto è la speranza, un altro è l’evidenza.

Ma non sa come fare.

Perché se gli dicesse che i marziani non perdono certo tempo a scorrazzare nei cieli terrestri, infrangerebbe i suoi sogni; ma, sa pure che, se non gli dicesse niente, quei sogni diventerebbero la sua rovina.

E allora cos’è più crudele? Assecondarlo, ridendo intimamente della sua ignoranza, o sbattergli in faccia la verità?

– Ehi! Riesci a vederli?-  le chiede nuovamente Mauro.

– No. Non vedo proprio niente.- Replica Giovanna, rifugiandosi nell’unica risposta che non le sembra crudele.


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La fede di Cristina 

– Ci credi che Nostro Signore Gesù ti guarirà con la forza del suo amore?

No, non ci credo. Ma non posso dirglielo così bruscamente. Dovrei spiegarle che essere atea per me non è una scelta, proprio come non era una scelta essere single fintanto che lo sono stata. Perché l’amore e la fede, secondo me, hanno tanto in comune e non puoi fingere di provarli. Mica ti metti con qualcuno e fai finta di starci bene solo perché non hai voglia di stare da solo? Ok, alcune persone lo fanno, allo stesso modo in cui molte persone che si professano credenti non lo sono affatto o, comunque, non per davvero. Molte lo sono per convenzione, perché è così, perché credere è molto più facile che non credere.

E allora chi ha creato l’universo? E che ne so? Ma la mancanza di risposte non mi vale come incentivo alla fede.

E allora a cosa ti aggrappi quando stai male? Alle ringhiere, ai braccioli del divano, alle parole dei medici e agli analgesici sperando che facciano effetto.

La religione non potrebbe mai essere per me un tappabuchi alle risposte che non mi so dare, né un pronto soccorso quando non c’è niente altro da fare. E mi piace pensare che chi crede, chi crede davvero, non lo fa per questi motivi, ma per un forte sentimento di fede che trascende l’umano interesse.

Cristina crede. L’ho capito subito e non solo perchè ogni volta che ci vediamo mi recita un passo della bibbia. 

È una delle prime persone che ho conosciuto qui in Brasile. Mi infilai nel suo negozio per caso, durante uno dei mie giri di ricognizione per Belo Horizonte, qualche settimana dopo essermi trasferita. Da allora, almeno una volta al mese, passo sempre a salutarla.

Cristina è un personaggione e quando ci abbracciamo mi immagino sempre di nuotare in un soffice mare di Nutella; Cristina è gentile e, da quando ha il mio numero di telefono, tutte le mattine mi manda un messaggio vocale di buongiorno; Cristina mi vuol bene e, anche se non me lo chiede mai, si preoccupa sempre di  come sto.

Ieri, dopo che l’avevo già salutata e mi accingevo ad andare via, mi ha detto- Aspetta. 

Ed ha cominciato a rovistare nella sua borsa finché non ne ha tirato fuori una boccetta di olio giallo. Se l’è stretta tra i palmi, ha mormorato una preghiera e me l’ha porta.

– Ci credi che Nostro Signore Gesù ti guarirà con la forza del suo amore?

No, non ci credo. 

Ma credo nell’amore, nelle infinite possibilità di fare e ricevere del bene.

Per questo, stringendole le mani, le ho risposto – Sì.

Perché alla forza e all’attesa e alla speranza che leggo negli occhi di Cristina, nel mentre si offre di donarmi un po’ della sua fede, ci credo anch’io. 


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Fabio 

Cerco un posto all’ombra per potermi riposare. Più che la fatica, mi affatica il caldo, questo sole che, a prestargli poca attenzione, mi ha già cotto le braccia. 

Trovo un muretto. Poco distante, un albero dai frutti che sembrano carrube, ma più piccole, più pesanti e più rumorose quando cadono a terra, ha una chioma sufficientemente grande per gettare un’ombra che mi dia un po’ di ristoro.

Mi siedo, stendo le gambe e mi guardo intorno senza però riuscire ad apprezzare granché dei dettagli della folla e dei colori che mi riempiono gli occhi. Anche i rumori, i suoni, i gorgoglii delle risate dei bambini,  le urla delle madri che rimbombano da un lato all’altro del parco, conservano una matrice confusa e indistinta. Non è solo stanchezza e non è solo la stanchezza di questo momento. Ormai mi capita sempre più spesso di prestare poca attenzione alle contingenze, per perdermi in un generico sentimento di percezioni che con i sensi ha poco in comune. Una distrazione non distratta che applico a giuste dosi quando ho bisogno di non sentirmi attratta da pensieri che, gira e rigira, fanno sempre lo stesso giro.

Con la coda dell’occhio, mentre punto lo sguardo a terra, come se con la forza del pensiero fossi in grado di ripulirmi le scarpe dalle macchie di erba e terra rossa, noto che si sta avvicinando un ragazzino. 

Fabio, che non si chiama così, ma che indossa una maglietta sul cui dorso, su sfondo giallo oro, a caratteri scuri, è scritto questo nome, mi fa un cenno spavaldo col mento. – Ciao.

– Ciao- gli rispondo, un po’ meno distratta.

Porta un pallone stretto sotto il braccio, ma sembra non avere alcuna voglia di giocare e si siede sul muretto che, perpendicolare a quello dove siedo io, forma un angolo non diverso dalle centinaia di altri angoli che dovunque, due muretti perpendicolari formano. Ma è uno spazio speciale o, sono io a volerlo tale, per una smania a riconoscere, in determinati momenti, anche nel più banale del luoghi, tracce di unicità e predestinazione. 

Rimaniamo così, a ignorarci e poi a fissarci e poi a ignorarci ancora.

Interrompo la monotonia, decidendo di fumare una sigaretta. Prendo il pacchetto. L’accendino è sempre il più difficile da rintracciare e resto con l’avambraccio infilato nella borsa, mentre la mano rimesta e fruga. Quando finalmente l’ho trovato e sto per appiccare la fiamma alla punta della sigaretta che, da un minuto, mi ciondola tra le labbra, scorgo lei.

Non avrà più di quattro anni, ma si muove a passo deciso, senza alcuna incertezza nell’andatura o nell’espressione. Raggiunge Fabio e gli si para di fronte.

– Mi posso sedere qui accanto a te?

Fabio fa un cenno d’assenso col mento, simile a quello con cui, pochi minuti prima, mi aveva salutata. Guarda dritto davanti a sé. La presenza della bambina non ha cambiato per nulla il suo atteggiamento. Sembra chiuso in un mondo da cui gli è difficile, per volontà o paura, venir fuori.

La bambina, però, attratta forse proprio dalla sua impassibilità, gli tiene gli occhi puntati addosso.

– Cosa fai nella vita?- gli chiede improvvisamente. – Lavori?

Fabio, senza mostrare particolare attenzione per quella domanda e continuando a guardare fisso davanti a sé, le risponde con estrema calma. – No, non lavoro.

Poi come se, dal nulla, gli fosse scattato qualcosa dentro, gli occhi accesi di vivo interesse, si gira a guardare la bambina.

– Non lavoro – le dice- Non vedi che sono un bambino anch’io? Ma appena sarò grande comincerò a lavorare. 

Lei lo ascolta, presa, mentre lui prosegue. 

– Voglio diventare ricco. Fare tanti soldi e avere una carta di credito. Voglio vestiti belli e una casa grande, molto grande. Magari con la piscina. Poi voglio una macchina, bella, e una moto e anche una bici. Forse comincerò anche a fumare, ma non ho ancora deciso. Ma, soprattutto, voglio andarmene lontano. Voglio viaggiare e visitare tutti i posti del mondo. E voglio essere felice.

La bambina continua ad ascoltarlo ammirata, ma Fabio, ormai, non ha più nulla da dire ed ha ripreso a guardare dritto davanti a sé.. 

Timidamente, ma con tutta la dolcezza di cui credo sia capace, lei lo guarda, seria, e gli chiede- E vuoi anche sposarmi quando sarai grande?

– Forse. – risponde Fabio.

Tacciono entrambi. Io spengo la mia sigaretta e faccio per allontanarmi. Li guardo un’ultima volta.

Senza alcuna insicurezza, stavolta insieme, spingono lo sguardo verso l’orizzonte. 


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I meccanismi della memoria 

Ci avevo sperato. Me ne resi conto quando le porte dell’ascensore si spalancarono ed io rimasi ferma, immobile, persa. C’era qualcosa, in quel movimento automatico, di battenti in acciaio che si dischiudevano per rivelare uno spazio claustrofobico di grigi accesi e specchi di metallo, che improvvisamente mi ricordava qualcos’altro. Mi ricordava una speranza vecchia, diversa, anzi, la fine di una speranza. Non la mia, perché già allora pensavo di non poterne più provare.

Era ottobre, come adesso, una mattina di sole. Avevo una borsa e uno zaino, ma nulla di pesante. Il treno era quasi vuoto, un sacco di spazio libero da occupare. Ero ripartita tante volte da quella stazione di quella città non mia. Eppure sentivo, sapevo, che quella sarebbe stata l’ultima volta.

Scelsi quattro sedili in fila per due a caso, buttandoci altrettanto a caso la borsa, lo zaino e il mio sedere. Mi ero ripromessa di non voltarmi indietro e non lo feci. Poi, nel breve tempo che impiegai a rilassarmi per mettere ordine tra i ricordi di quelle ultime ventiquattro ore, mi sentii toccare una spalla.

Il treno tardava a ripartire, forse in attesa di una coincidenza. 

Era lui. Era rimasto lì, malgrado gli avessi chiesto il contrario. E adesso, con un ardire, che mai gli avevo visto e stentavo a riconoscegli, era salito sul treno, quasi in partenza, per darmi un ultimo bacio. 

Ricambiai, ma senza troppa convinzione. Un bacio freddo, distante, come se lui non fosse già più una persona vera, viva, calda, ma solo l’immagine che ne avrei conservato. 

Probabilmente ci abbracciammo (ma non posso giurarci), finché il fischio del controllore ci annunciò che era ora di andare. Ognuno per la sua strada, ognuno per la sua vita.

Lo guardai scendere dal treno e pararsi di fronte alle porte ancora aperte, come se, fino alla fine, volesse coltivarsi la possibilità di salire e venire via con me. Poi le porte si chiusero.

Durò giusto un attimo, un battito di palpebre, un lieve spasmo agli angoli della bocca, la mano destra rapidamente stretta a pugno e poi distesa. 

È così che si spegne una speranza, pensai guardandolo. 

Dopo di allora, non ci incontrammo più. Uno strano meccanismo della memoria, per lungo tempo, mi aveva messa al riparo dal ricordo di quegli ultimi momenti insieme. Il pensiero di lui riguardava sempre gli inizi, le parti salienti e centrali della nostra storia, ma mai il finale. I meccanismi della memoria sono, però, imperfetti come tutti gli altri meccanismi di chiusura che pensiamo perfetti e capita che, all’improvviso, qualcosa si inceppi, una vite salti, e tutto quello che c’era dentro esce fuori.

Il meccanismo che regolava il funzionamento dell’ascensore di fronte al quale quel ricordo mi aveva sorpresa, invece, continuava a funzionare correttamente, infatti le porte stavano per rinchiudersi. Dovetti spingermi molto forte per riuscire a smuovermi di pochi passi e salirci. 

Avvertivo un dolore intenso all’addome, una stretta, un crampo, una morsa che contemporaneamente mi stringeva e stritolava stomaco, milza e cuore. Non che i polmoni se la passassero meglio. Ogni respiro era una fatica, uno sforzo dovuto al fatto che, ad ogni sussulto buttavo fuori, sì,  aria, ma pure lacrime e singhiozzi. Un pianto silenzioso, sprigionato non semplicemente dagli occhi, ma che arrivava direttamente da dentro, da una parte più profonda e nascosta, forse la stessa in cui, senza successo, avevo nascosto la mia capacità di sperare.

È questo che si prova quando si esaurisce una speranza, pensai. 

Una decina di piani, le porte di acciaio di nuovo spalancate. 

Se non mi muovo, se non esco da questo ascensore, se non torno a casa, se mi dimentico del mondo, se nessuno più esistesse e mi venisse a cercare, se tutto questo non stesse capitando a me (perché?), se bastassero il coraggio e la forza o, meglio, l’ignoranza, se niente avesse senso e,  nonostante tutto, riuscissi a trovare un’utilità per questa insensatezza…

Ne venni fuori. Le porte si richiusero alle mie spalle. Con pochi passi mi ritrovai in strada. 

Era aprile, non come adesso, una mattina di piombo.