Le coccinelle volano


8 commenti

Pipistrello

DSC_0864

Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.

Annunci


28 commenti

Il momento dell’impasse

Di ogni storia, c’è un momento in particolare che preferisco e a cui, col senno di poi, la mia memoria torna. Non coincide con l’inizio e neppure con la fine, ma è piantato in un punto qualunque, lì nel mezzo. È quel momento in cui l’entusiasmo impatta col timore, generando un’impasse tra la speranza e la disillusione, la certezza che tutto andrà bene e la paura che tutto sfumerà in un niente, senza che nessuna delle due sensazioni riesca a prendere il sopravvento. Quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma non al punto da scommetterci come all’inizio e, contemporaneamente, tutto sembra destinato a perdersi, ma senza la sentenza definitiva del finale.

Ieri. Sto rientrando a casa a piedi. Belo Horizonte impazzita di traffico e un tramonto rosa. L’occhio mi cade (in realtà, lo lancio) sullo schermo di una tv  accesa, appesa poco oltre la soglia di un bar. Una decina di uomini occupano i tavolini in ordine sparso. La fascetta in sovrimpressione mi informa che è il settimo minuto del secondo tempo. Il risultato è di uno a uno. Rallento. Penso di scegliere un tavolo, sedermi, ordinare una birra e spiegare, a chi fosse curioso, che sono napoletana e che questa partita è troppo importante. Sto per farlo davvero, ma ci ripenso. Mi mancano dieci minuti per arrivare a casa. Il Napoli dovrebbe segnare almeno tre goal senza prenderne altri. C’è ancora speranza, ma è altrettanto forte il disincanto. Non è ancora finita, ma è comunque appesa a un filo.

Rientro, accendo la tv, il Napoli perde tre a uno. 

Fine della speranza, fine del disincanto. 


2 commenti

Tirolese 

È difficile prevedere o intuire cosa c’è dall’altra parte. Per scoprirlo bisogna muoversi, scegliere, ma non è così semplice. 

Stare fermi è confortevole. Ti dà l’illusione che tutto possa restare uguale, anche se uguale significa male. 

La soluzione è una libertà che si snoda appesa al filo di una tirolese.

È sufficiente un passo.

Nemmeno. 

Basterebbe spingere un po’ più avanti un piede, con la punta saggiare l’aria, con la suola sperimentare il vuoto e, fingendo di volerlo calpestare, lasciarsi andare. Muoversi come saltare, scivolare.

E volare.

Persino i bambini lo sanno fare. 


13 commenti

Brasil vs Argentina 


Lunedì sera
– A proposito…Ma lo sai che giovedì sera giocano Brasile e Argentina al Mineirão?

– Ah sì?

– Sì sì. E dovrebbe esserci pure l’amico tuo.

– Dai! Higuain non è più amico mio.

– Ma no! Quell’altro!

– Jorginho?

– Ma nooo! Quello che sta in Cina.

– Ezechiele?? Oddio, viene pure Ezechiele??? Andiamo, ti prego, andiamo!!

– Se riesci a trovare i biglietti, perché no?

Martedì pomeriggio 

– Perché sorridi?

– Perché ieri sera Luca mi ha detto che giovedì, a Belo Horizonte, giocano Brasile e Argentina. E mi ha detto che se trovo i biglietti possiamo andarci.

– E li hai trovati?

– Non è solo il fatto di averli trovati a farmi sorridere. È che l’unica rivendita fisica di biglietti si trova quaggiù, nel tuo stesso palazzo.

– Maddai! Io neanche lo sapevo!

– Figurati io! Se mi fossi dovuta recare apposta a comprarli, forse avrei rinunciato,  ma così proprio non ho più scuse. È destino che ci vada.

Mercoledì sera

– Adesso però lascia stare. Smetti di piangere, asciugati gli occhi e pensa alle cose belle. Ok?

– Ok, doc. E domani, per non pensare, me ne vado persino a vedere Brasile-Argentina!

– Tu sei matta! Ma così si fa.

Stamattina 

– Che cos’è quest’aria triste. È Lavezzi, ma che grand giucator che è Lavezzi, nanananananana, vac’ pazzo, vac’ pazzo pe Lavezzi!

– Oddio, è stasera! Grazie per avermelo ricordato! Per fortuna che ho preso i biglietti. Per fortuna che esiste Lavezzi. 

***

E così, tra qualche ora, per la prima volta nella mia vita, andrò allo stadio a vedere una partita “vera” (l’unica esperienza precedente risale al 1994, San Paolo di Napoli- non do Brasil- partita del cuore Nazionale Cantanti contro Campioni dello sport, quando avevo quattordici anni, ero innamorata di Luca Carboni e mi misi a piangere, quando dopo cinque minuti di gioco, alla sua trentacinquesima papera, lo sostituirono). Stasera, nella patria del calcio, il Brasile, assisterò al più classico degli scontri, Brasile vs Argentina. Sarebbe stato triste perdere questa occasione. La partita comincerà alle 21.45 ore locali. Non so se mi trasmetteranno in mondo visione. Ad ogni modo, se proprio volete vedermi, cercate una sbrindellata che si agita in curva. Non so nemmeno se Ezechiele, per gli amici Lavezzi, giocherà, ma spero tanto di vederlo. Alla fine, vado per vedere lui. E vabbè, sono sincera… Ci vado pure per insultare Higuain. 


7 commenti

Allenarmi tutti i giorni 

José ha sessantacinque anni. Me lo dice lui, perché, fosse stato per me, gliene avrei dati cinquanta portati male, cinquantacinque al massimo.

Mi capita spesso. 

– Quanti anni pensi che abbia? 

– Non credo che arrivi a sessanta.

– Ne ho settantadue.

Qui un sacco di persone mostrano una quindicina di anni in meno.

Ho conosciuto José al parchetto vicino casa. Da due settimane ho preso ad allenarmi tutti i giorni e, per quanto “allenarmi” e “tutti i giorni” siano espressioni avulse al mio frasario, tanto più se combinate insieme, ancora sto reggendo. 

Ero intenta a scalare un attrezzo quando José mi si è avvicinato. 

– Ti piacciono le prugne?

Io avevo le cuffie nelle orecchie e il sangue in testa, perciò ho capito una cosa tipo “ti piace fare a pugni?”

L’ho guardato con l’espressione del e mo’ che vuoi che ti dica, ho storto un po’ le labbra e ho mormorato un sì affannato, sperando che l’allenamento del giorno non includesse una sessione di pugilato con un perfetto estraneo.

José deve aver notato la mia perplessità ed ha ripetuto- Ti piacciono le prugne?

A quel punto mi sono illuminata. 

– Vedi, quella è una pianta di prugne. E questo un albero di manghi. Vieni, te li mostro. 

Sono scesa dell’attrezzo e con due passi mi sono ritrovata sono un albero gravido di frutti acerbi.

Abbiamo cominciato a chiacchierare di flora e fauna, delle differenze tra il Brasile e il continente europeo. 

All’inizio, sentito il mio accento, José ha pensato fossi argentina e pure questa è una cosa che mi capita spesso. Fortuna che qui non se lo caga nessuno, se no mi verrebbe il dubbio che sto cominciando a somigliare ad Higuain. 

Dopo un po’ che chiacchieriamo, José mi chiede – Fai meditazione? 

– No.- rispondo. 

– Strano. Parli come una che fa meditazione. 

A parte che stavo ancora mezza affannata dagli esercizi e ci sta che tra una frase e l’altra, alla ricerca della parola giusta, qualche ohmmm ohmmm mi sia partito. Però non medito. Cioè, ogni tanto medito qualche vendetta. Ma solo quello, nient’altro. 

– Allora adesso ti mostro qualche esercizio.- e dicendo questo, José mi invita a prendere una posizione da guerriero maori, con i piedi in linea con le spalle, le ginocchia rivolte verso l’esterno e le mani unite a cuore sull’ombelico.

– Adesso respira con la pancia. 

E io respiro. 

– No, non così.  Stai respirando con il diaframma. Respira con la pancia. 

Respiro un’altra volta. Un respiro che non è molto diverso dal precedente, ma pare sia quello giusto. 

– Brava, continua così. 

E io continuo. 

– Ti senti più rilassata? Più serena?

In realtà, mi sento tale e quale a prima e forse un po’ più scema a causa della posizione, ma non vorrei si offendesse, perciò muovo entusiasticamente la testa ad indicargli di sì. 

– Adesso che hai imparato, fai questo esercizio tutti i giorni, ché ti sentirai benissimo.

Gli prometto di farlo e torniamo entrambi agli attrezzi.

Il parchetto è frequentato quasi esclusivamente da pensionati. È incredibile in quanti siano più in forma e molto più energici di me. Una signora in particolare, che ho scelto come modello e come competitor, ogni giorno puntualmente mi batte sulla resistenza.  Credo abbia un’ottantina d’anni, ma, considerato il modo in cui confondo sempre l’età, ne avrà sicuramente un centinaio. 

Rimetto le cuffie alle orecchie e riprendo ad allenarmi. 

Ormai faccio questo tutte le mattine, da due settimane. Anche se fa un caldo torrido. Anche se “Ma ci sono quaranta gradi! Così ti muori!” cui replicò ” Sì,  ma almeno mi muoio magra!”. Anche se non mi sto dimagrendo affatto, anzi sembra che i jeans mi stiano addirittura più stretti.

L’esercizio che mi ha insegnato José non l’ho più fatto. Ma, considerato che è da quella volta che non l’ho più visto, non credo che faccia così bene.


11 commenti

Quando finisce un amore

Napoli 30/12/2015
Quanto costano le magliette?
– Cinque la piccola e otto la grande.
– Una grande. È per me.
– Quale ti do?

Non esistono garanzie sulla durata o la fine di un amore, ma il fatto di sapere a priori che ogni storia, dalla più effimera alla più profonda, è potenzialmente destinata a finire, non evita di rimanerci male, quando effettivamente finisce.
Perché, quando si ama qualcuno, così come io ti ho amato, è difficile accettare qualunque tipo finale, tanto più se è un finale di merda.
E pensare che io nemmeno volevo amarti.
Dopo Ezechiele e la sua fuga con la francese, mi ero convinta che nessun altro mi avrebbe rubato il cuore. E, infatti, per quanto Edison si fosse impegnato, provando a conquistarmi, non c’era mai riuscito e, quando pure lui, alla fine, se n’era andato con la stessa francese, una semplice scrollata di spalle era stata più che sufficiente per dimenticarmene.
Tu arrivasti all’improvviso, come un colpo di fulmine a ciel sereno, durante il primo pomeriggio di una domenica di agosto. Di te sapevo soltanto che eri un coglione che si era sfracellato la faccia su uno scoglio di Capri. Ma mi bastò guardarti. E il rospo, vestito d’azzurro e di grinta, diventò il principe insieme al quale io, che mi ero sempre sentita una cenerentola, forse finalmente avrei avuto l’opportunità di diventare una regina.
Quante ne abbiamo passate insieme? Tante gioie e altrettanti dispiaceri. In alcuni casi, a ripensarci adesso, la colpa è stata tua, ma la mia idolatria era tale da negare ogni tuo difetto, ogni tua mancanza. Era tale da difenderti sempre contro tutto e tutti.
E adesso te ne vai, mi lasci e ti aspetti pure che ti auguri di essere felice.
Non posso. Non si può augurare la felicità a chi ci spezza il cuore.
La discriminante tra il “possiamo rimanere amici”, il “ti vorrò per sempre bene” e il “che ti puozz’ cecà!” è data dalla modalità con cui ci si lascia o si viene lasciati.
Se tu, per esempio, mi avessi lasciata civilmente, mi avessi spiegato le tue ragioni o mi avessi dato modo di intendere che con me non eri felice, avrei capito o magari no, ma comunque lo avrei accettato. Tu, invece, da grande scornacchiato quale sei, mi hai fatto credere fino alla fine che tutto quell’amore era ricambiato, che era solo invidia quella degli altri, che mai e poi mai tu avresti potuto tradirmi in un modo tanto becero e bieco.
Se fossi scappato pure tu con una francese o un’inglese o una tedesca o qualche amica della tua vecchia fiamma spagnola,  lo avrei superato. Tanto…chi ti vedeva più?
Invece, tu ti sei comportato come il peggiore degli uomini. Quello capace di tradire la sua donna con la sua migliore amica. Solo che tu hai fatto persino peggio, perché hai tradito la tua donna con la sua peggiore nemica. E questo è imperdonabile.
Perciò, vattene pure a Torino, Gonzalo. Vattene a Torino e vattene a fanculo!
A me passerà. Arriverà qualcun altro, più giovane, più bello e più forte di te. E non proverò nessun rimpianto, vedendoti indossare quel pigiama a righe.
Perché, alla fine, vuoi sapere la verità? Nonostante ti adorassi, non sei mai stato tu il mio preferito.

Quale maglietta vuoi? Quella di Higuain?
– No. Credimi, a Higuain voglio un bene dell’anima. Ma Higuain è un centravanti. Oggi ti ama, domani ti schifa. Dammi quella di Hamsik. Il capitano è sempre il capitano.

image


5 commenti

Sampietrini

image

Il clangore metallico del palo colpito dal sampietrino interrompe i miei pensieri distratti, riportandomi alla realtà del posto in cui vivo. E non mi riferisco specificamente al Brasile, in merito al quale i luoghi comuni si sprecano, nel bene e nel male.

Samba, tanga, cocco, Copacabana, lambada, churrasco, saudade, pobreza, favelas, meninos de rua.
Un omicidio ogni sei minuti.
Uno stupro ogni 11 minuti.

All’inizio facevo più attenzione. Del resto, durante una delle mie prime uscite in solitaria nel centro di Belo Horizonte, mi ero trovata nel bel mezzo di una protesta ed ero morta di paura. Lanci di bottiglie, sassi, polizia a cavallo, pistole e colpi sparati e tirati alla cieca. Me la cavai rifugiandomi in un negozio, prima che venissero tirate giù le serrande. Una mezz’ora trascorsa in ostaggio dei balordi che, da fuori, battevano sul metallo e provavano ad entrare. Poi tutto era finito, passato, come nulla fosse mai successo.
– Tutto questo è normale? – avevo chiesto impaurita.
– Sì, – mi aveva risposto una delle commesse- da queste parti è assolutamente normale.

Ma fortunatamente non era poi così normale, perché, dopo quell’episodio, non mi era più capitato nulla di così spaventoso o pericoloso. La pericolosità, in fondo, è una caratteristica universale. Non riguarda solo le metropoli, tantomeno solo quelle brasiliane. Di balordi se ne incontrano in ogni dove. Persino nei più piccoli e tranquilli villaggi di campagna (che personalmente temo più delle grandi città, per un retaggio da fanatica dei film horror, che, fateci caso, sono quasi sempre ambientati nei boschetti o in mezzo al nulla).
Insomma, non mi sono mai lasciata condizionare dalle statistiche, né dai luoghi comuni relativi alla violenza delle città brasiliane. Il peggio può capitare in ogni momento e in ogni dove.
È per questo che, ieri, come tutti gli altri giorni, camminavo tranquilla e distratta.
È luglio ed è inverno, ma sembra primavera. Il caldo tiepido del sole, sparato forte addosso, disegna il contorno di questa città il cui orizzonte è bello già nel nome. La fioritura degli ypes solletica l’aria di colore. I marciapiedi sono pieni di petali rosa. È uno spettacolo meraviglioso.
La salita di rua Aleixo è così impervia da lasciarmi senza respiro e quando raggiungo la cima, all’altezza del semaforo per attraversare rua da Bahia, mi ci vogliono sempre un paio di minuti per riprendermi dalla sopraggiunta insufficienza polmonare.
Ed è stato proprio in quel punto che l’ho visto. La scarsa ossigenazione mentale, inizialmente, ha fatto sì che scambiassi i suoi lanci per un nuovo tipo di sport metropolitano, qualcosa come “tiro al cartello”, “pallina avvelenata”, “palla a vuoto”. Ma non erano palline.
E, quando ho sentito la botta sul palo centrato in pieno ed ho poi constatato che, poco distante dai miei piedi, giaceva un sampietrino enorme, ho percepito la reale portata della follia che mi stava capitando. E che le urla, quelle che credevo fossero un normale sottofondo al traffico, erano l’appello di una donna, nascosta dietro un’auto, che disperatamente mi gridava: “Moça, saia daí!” (Ragazza, allontanati da lì).
Solo in quel momento, quando ho cominciato ad avere una paura fottuta che, al prossimo lancio,  quel pazzo, piantato al centro delle strisce pedonali, mi sfracassasse il cranio con un pezzo di marciapiedi volante, sono tornata nella realtà del posto in cui vivo. E non faccio riferimento al Brasile. Bensì ad un mondo, completamente e inguaribilmente, folle.

image