Le coccinelle volano


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Das Geschenk

A volte non capisco. Non capisco il bene e, a maggior ragione, non capisco il male.

Ma se c’è una cosa che ho capito è che non sempre è necessario capire. 

Come le canzoni degli Sportfreunde Stiller. Me ne sto qui ad ascoltarle e ci pure provo a tradurre i testi con Google e, magari, riesco persino ad apprezzare il lirismo ermetico degli infiniti italiani abbinati ai soggetti in tedesco. Ma non le capisco. 

Questo però non le rende meno belle, o meno brutte, a seconda dei punti di vista. 

L’utilità del capire, probabilmente, ha il suo limite nelle sensazioni immediate di piacere e dispiacere.

Mi piace ma non so perché. Mi dispiace ma non so che fare. Quand’è così, a cosa serve capire?

Ricordo che una volta un’amica di mia madre, durante un discorso molto serio, tirò fuori una perla che costrinse me e mio fratello a nasconderci sotto il tavolo, per evitarle l’indelicatezza di riderle spudoratamente in faccia. 

“Credetemi, io sono una persona molto capiente!”

E, chissà forse lo sono anch’io, ma non nel senso che erroneamente intendeva lei, ossia capiente perché capisco. L’ho già detto che non capisco quasi mai niente. Io sono capiente nel senso che so contenere, serbare, metabolizzare e archiviare un sacco di cose. E quando non ci riesco, metto su gli Sportfreunde Stiller. 

Questa si intitola “il dono” e, pure se non ho capito molto altro, penso sia una delle canzoni più belle ascoltate di recente. 

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L’aria di fuori

L’aria di fuori si attacca al vetro come un fantasma di nebbia che vorrebbe insidiare il mio respiro.
Ho abbassato di poco il finestrino per scuotere la cicca prima che la cenere mi cadesse addosso ed il pezzo obliterato dallo sportello, adesso che l’ho tirato su, è una coscienza pulita e lucida rispetto alla restante parte, appannata dal fiato e dai pensieri.
Il momento è topico e tipico di quelle fasi in cui se mi chiedessero come ti senti, risponderei come un disco degli Sportfreunde Stiller. Cioè incomprensibile. Cioè introvabile. E quest’ultimo aspetto, per quanto riguarda la produzione musicale del mio gruppo tedesco preferito, è tristemente vero, considerato che nemmeno a Berlino gli scaffali dei negozi specializzati espongono i loro dischi.
Uno sguardo poco allenato all’analisi del dettaglio psicologico, si arrenderebbe all’evidenza della mia presenza, troppo plausibile perché la si possa negare. Ma la vista non è altro che un senso e in quanto tale non ha colpa se funziona in un unico senso.
Io però non faccio mai troppo affidamento ai cinque sensi, abituata come sono a soccombere alla tirannia di quelli che nel conto vengono dopo.
Senso di colpa.
Senso del dovere.
I chilometri che aggiungo tra me e il resto non marcano la stessa distanza che vorrei raggiungere da me stessa.


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Lavaggio del cervello

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Fingi di non avere la lavatrice. Non importa se davvero non ce l’hai. Affinché il trucco funzioni, devi comportarti come se volessi, ma non avessi alternative. Dopodiché, pesca dal cesto i capi più difficili. Per cominciare, te la caverai bene con quella maglietta bianca, quella con le maniche e il colletto blu scuro, quella che stinge e ti lascia l’acqua color puffo o “forzanapoli”.
Nel frattempo che recuperi il lettore mp3, pensa a tutti i motivi per cui ti sei svegliata storta, a quelli concreti, a quelli stupidi, a quelli profondi e pure a quelli che non hai.
Poi apri l’acqua, prendi il sapone, accendi la musica e comincia a centrifugare a tempo di punk tedesco. E se non temi l’opinione dei vicini, accompagnati pure col canto, perché anche se non conosci le parole, le canzoni in tedesco sono una perfetta valvola di sfogo.
E vedrai che, alla fine, ti sentirai meglio. Sicuramente infradiciata, senza dubbio un po’ stupida, ma inevitabilmente meglio… Anche se la maglietta è definitivamente color puffo.
http://youtu.be/iZC6em7bV30