Le coccinelle volano


2 commenti

Puoi farmi un favore? 

– Che stai facendo?

– Niente. Piove ancora e io non riesco a fare niente. Sono triste.

Anni fa, la pioggia mi piaceva. Forse mi piace ancora ed è con quella brasiliana che ho problemi di convivenza. Perché per me il Brasile rappresenta ed è rappresentato dal sole e, quando piove, peraltro per venti giorni di fila, tutto diventa grigio, opaco, spento. La pioggia brasiliana è contronatura. Non dovrebbe mai piovere in Brasile. 

– Non esci un po’ nemmeno nel pomeriggio? 

– Non lo so. Penso che…Aspe’, ho un’altra chiamata sotto.

Dopo due minuti.

– Oi, ma ci sei ancora? 

– Sì. Chi era?

– Devo andare a prepararmi. Esco! Era C. e mi ha chiesto se posso farle un favore.

– Che favore? 

– Ah, niente di che. Mi ha detto che a Casa Fiat oggi girano un servizio sulla realizzazione del presepe e, poiché io ho partecipato anche l’anno scorso, mi ha chiesto se posso andare a farmi intervistare.

– Che cosa?! E tu che le hai risposto? 

– Le ho risposto di sì, ovviamente. 

– Ma ha smesso di piovere?

– No.

– E tu non eri triste?

– Sì, ma che c’entra. C. è un’amica. Posso mai negarle il favore di farmi intervistare dalla televisione statale?

https://www.google.com.br/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://globoplay.globo.com/v/5473881/&ved=0ahUKEwiCt_mXpMbQAhVGx5AKHdAbDQUQFggaMAA&usg=AFQjCNFZECl61h2UTn4w_nvHht_2KdWIXw&sig2=PsS2Kuwd-aCZF7Y_9OYRaw

Annunci


9 commenti

La fede di Cristina 

– Ci credi che Nostro Signore Gesù ti guarirà con la forza del suo amore?

No, non ci credo. Ma non posso dirglielo così bruscamente. Dovrei spiegarle che essere atea per me non è una scelta, proprio come non era una scelta essere single fintanto che lo sono stata. Perché l’amore e la fede, secondo me, hanno tanto in comune e non puoi fingere di provarli. Mica ti metti con qualcuno e fai finta di starci bene solo perché non hai voglia di stare da solo? Ok, alcune persone lo fanno, allo stesso modo in cui molte persone che si professano credenti non lo sono affatto o, comunque, non per davvero. Molte lo sono per convenzione, perché è così, perché credere è molto più facile che non credere.

E allora chi ha creato l’universo? E che ne so? Ma la mancanza di risposte non mi vale come incentivo alla fede.

E allora a cosa ti aggrappi quando stai male? Alle ringhiere, ai braccioli del divano, alle parole dei medici e agli analgesici sperando che facciano effetto.

La religione non potrebbe mai essere per me un tappabuchi alle risposte che non mi so dare, né un pronto soccorso quando non c’è niente altro da fare. E mi piace pensare che chi crede, chi crede davvero, non lo fa per questi motivi, ma per un forte sentimento di fede che trascende l’umano interesse.

Cristina crede. L’ho capito subito e non solo perchè ogni volta che ci vediamo mi recita un passo della bibbia. 

È una delle prime persone che ho conosciuto qui in Brasile. Mi infilai nel suo negozio per caso, durante uno dei mie giri di ricognizione per Belo Horizonte, qualche settimana dopo essermi trasferita. Da allora, almeno una volta al mese, passo sempre a salutarla.

Cristina è un personaggione e quando ci abbracciamo mi immagino sempre di nuotare in un soffice mare di Nutella; Cristina è gentile e, da quando ha il mio numero di telefono, tutte le mattine mi manda un messaggio vocale di buongiorno; Cristina mi vuol bene e, anche se non me lo chiede mai, si preoccupa sempre di  come sto.

Ieri, dopo che l’avevo già salutata e mi accingevo ad andare via, mi ha detto- Aspetta. 

Ed ha cominciato a rovistare nella sua borsa finché non ne ha tirato fuori una boccetta di olio giallo. Se l’è stretta tra i palmi, ha mormorato una preghiera e me l’ha porta.

– Ci credi che Nostro Signore Gesù ti guarirà con la forza del suo amore?

No, non ci credo. 

Ma credo nell’amore, nelle infinite possibilità di fare e ricevere del bene.

Per questo, stringendole le mani, le ho risposto – Sì.

Perché alla forza e all’attesa e alla speranza che leggo negli occhi di Cristina, nel mentre si offre di donarmi un po’ della sua fede, ci credo anch’io. 


2 commenti

Partire è un po’ morire 

Avevo una cugina più grande. In realtà,  ne avevo più di una. In realtà, ne ho ancora parecchie di cugine più grandi di me e non capisco perché mi viene da usare l’imperfetto. Comunque sia, questa cugina più grande di me, che non vedo e non sento da anni (e magari proprio per questo il nostro rapporto mi sembra imperfetto), aveva un diario. In realtà, ne aveva tanti di diari e giuro che questo è l’ultimo in realtà perché se no, ad essere realista, il post non finisce più. 

Sul diario di questa mia cugina più grande c’era scritta una frase. La frase diceva “partire è un po’ morire”. 

Avevo una decina d’anni quando la lessi. 

– Che significa? 

– Che quando si parte si muore un po’. 

– Non capisco. 

– Non c’è niente da capire. Partire è un po’ morire. 

– Io, però, quando parto per le vacanze non mi sento un poco morta, anzi, mi sento più viva.

– Credimi. Quando si parte, si muore sempre. 

Dall’alto della sua grandezza, mia cugina più grande sapeva essere molto perentoria e saggia, per cui smisi di contraddirla ed accettai per buona la sua sentenza. 

Non sono una viaggiatrice. Anche se da tempo ho superato l’associazione delle partenze alla morte, che da quella conversazione mi era derivata (con tutte le volte che sono partita, sarei un po’ morta da un pezzo).

Ho difficoltà a sentirmi a casa e in virtù di questo mi sento a casa ovunque. Ma non credo che la facilità con cui chiudo tutte le mie cose in due valigie e vado via, faccia di me una viaggiatrice. 

Eppure, questo tag di svirgola mi ha fatto realizzare che di viaggi ne ho fatti parecchi. Probabilmente, più numerosi e più lunghi, in termini di distanza, di quanto mi sarei mai aspettata e augurata per me.

Sì, perché questo è un tag, creato da Iris & Periplo Blog. Anche se non ho utilizzato la foto che c’era sopra, che potrete rintracciare cercando il tag #wanderlusttag.

Di seguito, le mie risposte alle 10 domande previste e no, non nominerò almeno 3 blog. Ma come al solito, chiunque voglia partecipare è libero di aderire. 

1. Per prima cosa: dove siete stati finora?

Sono stata in Italia, per circa trentaquattro anni, ma non per vacanza, cioè non sempre, bensì perché ci sono nata. Nel frattempo che stavo in Italia, sono stata spedita da mia madre per cinque giorni in Svizzera, poi per due anni di fila ho trascorso il ferragosto a Budapest, poi sono stata in Inghilterra per la nascita di mia nipote, poi sono venuta una settimana in Brasile, poi sono stata in Indonesia e negli Emirati Arabi, poi sono andata a congelarmi qualche giorno a Berlino e alla fine mi sono trasferita in Brasile. Dal Brasile, sono andata in Argentina e in Paraguay, sono tornata in Italia, sono riandata in Inghilterra e poi nuovamente in Brasile. 

2. Qual è la città o paese più bello dove siete stati?

Ho avuto la fortuna di visitare luoghi incantevoli, ma le cascate di Iguaçu sono una vera meraviglia. 

3. Siete stati più di una volta nello stesso posto o preferite visitare ogni volta un posto nuovo?

Mi piace scoprire posti nuovi, ma torno con piacere nei luoghi in cui mi sono sentita felice.

4. Consigliatemi il miglior locale (ovunque nel mondo) dove siete stati a mangiare.

Bacon Paradise, il paradiso del fat food di Belo Horizonte. Ma se siete vegani e non mangiate bacon, allora il mio consiglio è un posto qualunque nell’isola di Bali. Che tanto si mangia quasi sempre riso e niente. Buono, ma comunque riso e niente. 

5. Siete per le vacanza al mare, in montagna o per le città?

Sono per le vacanze. Mare, città, montagna, lago, deserto. Dovunque. 

6. Qual è il souvenir che non mancate mai di portare a casa?

Cerco sempre di riportarmi qualcosa da mangiare, a patto che non crei problemi in dogana. Insieme a magneti, penne, tazze e tantissima chincaglieria.

7. Nella vostra valigia cosa non manca mai?

Nella mia valigia non manca mai niente. Anzi, dovrei imparare a viaggiare più leggera. 

8. In quale luogo già visitato ritornereste volentieri?

Tornerei di nuovo a Budapest, al Sziget, se tornassi ad avere di nuovo venticinque anni.

9. Ed invece in quale posto già visitato non tornereste?

 In Svizzera, a Natale, ad Einsiedeln. Mai più. 

10. La meta del vostro prossimo viaggio?

Più che ad un prossimo viaggio, mi appresto ad un prossimo ritorno di tre settimane. In Italia.


2 commenti

Tirolese 

È difficile prevedere o intuire cosa c’è dall’altra parte. Per scoprirlo bisogna muoversi, scegliere, ma non è così semplice. 

Stare fermi è confortevole. Ti dà l’illusione che tutto possa restare uguale, anche se uguale significa male. 

La soluzione è una libertà che si snoda appesa al filo di una tirolese.

È sufficiente un passo.

Nemmeno. 

Basterebbe spingere un po’ più avanti un piede, con la punta saggiare l’aria, con la suola sperimentare il vuoto e, fingendo di volerlo calpestare, lasciarsi andare. Muoversi come saltare, scivolare.

E volare.

Persino i bambini lo sanno fare. 


19 commenti

Tu non hai fame? 

La brezza del mare di agosto mi stava bruciando la pelle e seccando la gola. E poi avevo fame. Tanta fame.

“Andiamo via?” gli chiesi e Michele non si lasciò pregare, sebbene intuissi che avrebbe avuto piacere a rimanere disteso al sole un altro po’.

Ci infilammo i vestiti sui costumi ancora umidi, raccogliemmo gli asciugamani e ci avviammo mano nella mano verso la strada, ciascuno trascinando a suo modo il passo, nella battaglia contro la sabbia bollente che si infilava nelle ciabatte.L’auto parcheggiata poco distante era un forno già a guardarsi.Ben più appetitose erano le immagini, seppur stilizzate, raffigurate sull’insegna della rosticceria di là della strada.

Avevo fame. Tanta fame.

Al punto che avevo l’impressione di vedere pizze, panini al prosciutto e leccornie ovunque.

Puntai gli occhi sulla porta della rosticceria. Un locale piuttosto scialbo, per nulla invitante, se non nell’insegna, e stranamente desolato.

In spiaggia si era in molti e la città era invasa dai turisti. Eppure nessuno faceva tappa in quel posto.

Michele mi tirò per il braccio. “Cos’hai?”

“Ho fame.” gli dissi. “Ho tanta fame”.

“Bene, perché ne ho anch’io”. E dal modo malizioso in cui mi sorrise ebbi l’impressione che non ci stessimo riferendo esattamente agli stessi appetiti.

“Ti va di entrare in quella rosticceria?”

“Quale?”

“Quella lì”. E con la mano gli indicai il locale sull’altro lato della strada.

“Bah… Non sembra un posto invitante. Su, monta in macchina e cerchiamoci un vero ristorante.”

“No dai! Ho fame davvero, al punto che se non mangio qualcosa svengo. E poi lì fanno i polli allo spiedo. Vedi l’insegna? E se non ricordo male anche tu ieri sera ne avresti mangiato volentieri uno.”

“Ok, ok… Non insistere, ti accontento. Tanto di sicuro non troveremo nulla di nostro gusto.”

“Pessimista!”

“No no, mia cara. Solo realista. E tu sei troppo buongustaia per accontentarti del primo pollo che ti capita a tiro.”

“Ne sei davvero convinto?” replicai, strizzandogli l’occhio ed entrambi ridemmo del nostro umorismo.
Sotto il sole a picco attraversammo la strada in un momento in cui non transitava, né si vedeva in lontananza alcuna automobile.

Sentivo che più mi avvicinavo e più ero attratta da quella rosticceria, proprio come una calamita che non possa fare a meno di accostarsi al metallo.

Quando fui abbastanza vicina, vidi che la porta a vetri dava su un ampio locale illuminato a giorno. Non c’erano ombre, solo luce, eppure nessun bagliore trapelava all’esterno.

E i prodotti esposti  non lasciavano dubbi. Lì dentro c’erano i migliori cibi che avessi mai visto.

Guardai Michele con fare impaziente, invitandolo ad aprire la porta. Non capivo perché non fosse entusiasta quanto me di tutto quel bendidio verso cui ci stavamo fiondando, ma prima che potessi dirgli qualcosa, la porta si aprì come cedendo ad un’invisibile spinta.

“Oh! Mi ha fatto prendere un  colpo!” esclamai rivolgendomi all’uomo che, dal nulla, improvvisamente ci si era parato di fronte.
Ad una prima occhiata, lo si sarebbe scambiato per un signore di circa sessant’anni. Ma solo ad una prima occhiata, perché a guardarlo meglio, ci si sarebbe resi conto che, sotto la sottile ragnatela di rughe che incorniciava i suoi lineamenti, se ne nascondevano altri, ben più giovani. Quasi infantili.

Sarà un effetto imputabile ad un gioco di luci e ombre, pensai, sebbene non molto convinta.

“Prego signorina, entri pure.” Si fece di lato e con un ampio movimento del braccio mi fece mostra del suo negozio, come un sovrano che si vanti del proprio regno.

Avanzai senza alcuna indecisione. Michele, al mio fianco, non appariva altrettanto sicuro.

Si chinò a sussurrarmi nell’orecchio. “Tesoro, per favore, andiamo via”.

“Ma scherzi? Hai visto quelle lasagne? E la porchetta? Oddio! Rimarrei qui dentro in eterno!”

Intanto l’uomo era andato a posizionarsi dietro il banco e ci guardava con uno sguardo ambiguo. L’impressione era che ci stesse valutando… non saprei ben dire. Del resto, in quel momento non avrei certo potuto pensare che di lì a breve avrei guardato le persone al suo stesso modo e con il suo stesso scopo.
La consapevolezza giunse improvvisa. Inizialmente provai terrore, orrore, disgusto puro. Ma fu solo un momento, perché a poco a poco tutto mi fu piacevolmente chiaro. Guardai l’uomo. Gli sorrisi e mi fece un cenno d’assenso.

Avevamo siglato il nostro patto.

Un profumo di spezie mi pizzicò il naso, facendomi starnutire. Allungai la mia mano verso quella di Michele, ma trovai il suo braccio e mi accorsi che aveva la pelle d’oca.

“Tutto bene?” gli chiesi.

Ad essere sincera gli feci quella domanda per pura retorica.  Mi interessava ben poco di come stesse. Provavo un implicito piacere a constatare il suo malessere. Tanto meglio.

Gli strinsi il polso.

“Andiamocene, per favore”. Sudava. Grosse gocce cominciavano ad imperlargli il viso. Forse stava addirittura piangendo. E’ possibile che cominciasse a presagire il suo imminente destino, ma non ne ho certezza.

Lo invitai a stare zitto.

“Non abbiamo ancora preso nulla, tesoruccio. E tu lo sai che ho fame. Non vorrai mica che resti a stomaco vuoto?” Un rumoroso brontolio della pancia convalidò la mia affermazione.

Mossi due passi avvicinandomi al banco, dalla parte in cui erano esposti i contorni. Michele rimase lì dove lo avevo lasciato, immobile sotto il lampadario più luminoso. Il suo sguardo mi seguiva con rassegnazione e tristezza.

Se avessi letto nei suoi occhi un accenno d’accusa probabilmente sarebbe andata in modo diverso. L’incantesimo si sarebbe spezzato o… chissà…

In un certo senso posso dire che se l’è cercata. O, almeno, che non ha fatto nulla per evitare quello che stava per capitargli.
“Posso ordinare?” chiesi all’uomo.

“Se sa già quello che vuole ed è pronta a farlo, certo.” E dicendolo, mi sorrise.

“Sono pronta.”

“Bene. Allora faccia pure.”

“Dunque, voglio un contorno di melanzane alla griglia e patate fritte e… UN POLLO. Il primo pollo che mi capita a tiro.”
Le parole uscirono dalle mie labbra come una nenia. Il sortilegio funzionò e dal pavimento, nel punto in cui era fermo Michele, emerse un enorme spiedo che gli attraversò le viscere, impalandolo e uccidendolo sul colpo. Lo spiedo prese a ruotare in verticale e contemporaneamente la luce ed il calore emessi dal lampadario sospeso su quella che fino a pochi istanti prima era stata la sua testa, si potenziarono cuocendolo in breve tempo al punto giusto.

Mi avventai sulla sua persona, divorandone le carni che a grossi pezzi strappavo via dalle ossa.

Cominciai dagli arti e nelle cosce scoprii il suo sapore migliore. Poi passai all’addome, provando particolare gusto a masticargli il cuore.

Era delizioso, non comparabile ad alcuna pietanza gustata in precedenza. Più mangiavo, più ne volevo. Più mangiavo, più mi sentivo forte, diversa, invincibile.

A malincuore, ingoiai  l’ultimo boccone. Ero sazia, ma non potei fare a meno di pensare che avrei fatto meglio a scegliermi un pollo più grasso.

Mi stavo leccando le dita quando lo scenario improvvisamente mutò.

Non ero più nella rosticceria. Nessuna luce, nessun profumo, nessuna vetrina. Solo squallore e buio.

Mi rivolsi al bambino che finalmente riuscivo a vedere nelle sue reali fattezze. Un bambino con l’espressione tremendamente crudele.
“E’ questo ciò che ha visto Michele ed è così che ti ha visto, vero?”

Assentì con il capo.

“Ed è questo anche quello che ha visto tua sorella quando l’hai trascinata qui, perché credevi che questa fosse una pasticceria e tu avevi voglia di una fetta di torta alle fragole.”

“Esatto” mi rispose. “Ed è anche quello che ha visto la moglie dell’uomo che gestiva il “negozio” prima di me. Lui però aveva voglia di una fiorentina e, guarda caso, lei era nata a Firenze.” Mi fece l’occhiolino e scoppiò a ridere.

Risi insieme a lui.

“Cosa farai adesso?” gli chiesi.

“Non so. Dalla mia ho la vita eterna e la possibilità di fare ed essere tutto ciò che voglio. Non credo che mi annoierò.”

“Ne sono convinta. E… grazie per avermene fatto dono.”

“Prego. L’ho fatto per te, ma l’ho fatto anche per me. La nostra condizione beata ha un prezzo, come tutte le cose. Trova un’altra anima. Un’anima che, come le nostre, non si faccia scrupoli a nutrirsi dei propri vizi per soddisfare la propria felicità. Trovala e potrai lasciare questo posto e goderti l’eternità come vuoi. Sembra facile, ma, credimi, noi cattivi siamo una razza in estinzione. E l’esercito dei demoni rischia di indebolirsi per mancanza di adepti.”

“Quindi adesso sono un demone?”

“Un demone, un demonio, un’entità oscura… in verità non esiste una definizione esatta.”

“Ho una curiosità. Ma le anime di quelli che mangiamo che fine fanno?”

“Non lo so e non me lo sono nemmeno mai chiesto. Forse vanno in paradiso come martiri sacrificati sull’altare della nostra giusta causa. Comunque sia, ti consiglio di non pensarci e di goderti l’immortalità.”

“Puoi scommetterci!” gli dissi.

Lo abbracciai forte e, pian piano, il suo corpo perse consistenza, dileguandosi come un fantasma nel buio.

 

Tutto questo è successo circa un mese fa, anche se, nella mia nuova condizione, mi è difficile dare una giusta dimensione al tempo.

I giorni trascorrono veloci e greggi di anime passano davanti al “negozio”. Un paio di volte mi è sembrato che qualcuna avesse le caratteristiche giuste ad essere “arruolata”, ma prima di scegliere a caso, voglio essere davvero sicura.

A proposito, tu non hai fame?


6 commenti

La cerimonia di sepoltura delle cose inutili 

“Seguimi” mi dice mia madre e i suoi passi si muovono lungo un rettilineo, tracciato dai margini di palazzi che, contrariamente a quanto mi sarei aspettata, sono rimasti gli stessi di vent’anni fa, quando con le compagne di scuola si veniva a fare le capriole sugli archetti posti al margine dei marciapiedi. 

La desolazione, nel mentre mi chiedo dove stiamo andando, cede il posto alla curiosità dovuta ad un improvviso brusio di voci. Allora alzo gli occhi che tenevo bassi. Attraverso la linea sottile concessa allo sguardo dalle palpebre troppo strette per la luce, attraverso una calca di persone comparse dal nulla, vedo te.

Tu mi sorridi, alzi una mano, saluti. Ed è facile leggerti addosso l’emozione che sempre provavi, quella che non ho mai compreso, ma che mai mi hai negato, della gioia che sembrava coglierti, improvvisa, quando m’incontravi.

Io ti ignoro, faccio una smorfia, ti escludo.

Ed è di nuovo facile leggerti addosso l’emozione che sempre provavi, quella che non ho mai compreso, ma che mai mi hai negato, della tristezza che sembrava coglierti, improvvisa, quando mi allontanavo.

Qualcuno mi spintona, la gente si accalca e dove c’erano i palazzi compare un baratro profondo.

“Che succede, mamma?”

“È la cerimonia di sepoltura delle cose inutili” 

E ad uno ad uno gli estranei che mi circondano si avvicinano al bordo e lanciano oggetti nel vuoto.

Allora mi guardo intorno e ti cerco. Un sorriso, penso. Avrei almeno potuto sorriderti. Ma quando finalmente, con lo sguardo, ti trovo, sei tu che stavolta mi ignori, fai una smorfia, mi escludi.

Il terreno cede e, prima che possa rendermene conto, inutile, sto svanendo anch’io.


4 commenti

Per caso

Si incontreranno per caso, così come per caso si sono incontrati la prima volta, quella sera che l’aria aveva un respiro pesante e lasciava addosso aliti di gas di scarico e buio appena nato.

Lui, un Javier Bardem dall’espressione mite, seppur stanca; lei, semplicemente stanca. 

Per ragioni diverse, mossi gli sguardi, si erano quindi intercettati.

Un sorriso, hai da accendere, io no ma chiedi a lui, non importa. 

Con estrema naturalezza, si erano scivolati l’uno accanto all’altra e, quando si erano stretti la mano, quel piacere dichiarato per circostanza, per una volta, era sembrato sincero. 

A lui era parso speciale trovare quella donna con cui parlare; a lei era parso speciale semplicemente trovare qualcuno che le volesse parlare. 

Si portavano addosso entrambi sacchi di solitudine riempiti per abitudine e poco coraggio a scrollarsi di dosso le abitudini. 

Forse per questo avevano provato l’immediata sensazione di piacersi. Persone giuste al momento giusto, che se fosse stato errato le avrebbe rese altrettanto errate. 

Lui le lasciò il suo numero, lei gli disse mi farò sentire. 

Il giorno dopo gli inviò un messaggio. Lui le rispose.

Ci rivediamo domani? Perché no? Ma non specificarono né l’ora, né il luogo. 

Lui non si fece sentire, lei non lo cercò. Come se niente fosse mai successo, come se nient’altro potesse ancora succedere. 

Almeno finché, di nuovo, non si incontreranno per caso.