Le coccinelle volano


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.

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Elefante

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L’unico pregio, se proprio può dirsi tale, nel sentirsi come un elefante, risiede nella liberalità con cui si può scegliere se esibirsi o meno in qualche simpatico numero da circo.
Qualcuno che passa e si ferma a guardare purtroppo c’è sempre (gli elefanti hanno parecchie difficoltà a nascondersi) e, se l’elefante è in vena, è probabile che ci scappi un sorriso.
Ma quando l’elefante è stanco o non ha voglia o magari si aspetta che semplicemente lo si contempli per poi passare a rompere le scatole alle scimmie, mica lo si può prendere a calci per spronarlo? Un elefante non si smuove.

Bisognerebbe imparare ad accettarlo e, magari, tornarsene a casa a coccolare il cane.


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Io non ho una barca, disse l’albero

 

Lasciati per dopo quello che ormai non hai bisogno di aspettare e tutto quello che non sei riuscita ad aggiustare per colpa del dopo. Non c’è modo, no. Alla fine, ci aspettiamo sempre il peggio, alla fine, smettiamo sempre di prenderci cura di ciò che abbiamo tra le mani. 

Perciò.

Lasciati per dopo quello che ormai non hai più bisogno di lasciare, cambiando posto alle cose di sempre, la certa cosa certa a farsi, e dici che volevi solo riposarti da chi tu stessa scegliesti di essere. Senza volere. È sempre senza volere.

Queste parole, questa canzone, questo tramonto.

Rio.


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Vetro

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E’ per quelle cose che non saprà mai o per una soltanto che vorrebbe sapere, che a volte si chiude a riccio, spinosa e intrattabile quanto una scheggia di vetro non levigata da alcuna corrente.
E proprio oltre un vetro, per l’ultima volta si incanta ad inseguire i pensieri dell’uomo più vecchio che le siede accanto.

La croce ed il rosario appesi al collo sintetizzano il richiamo ad una fede assente, stretto sulla pelle come un nodo di cappio, che asfissia e lascia indolente la pretesa dell’anima di tornare pura e indenne nei confronti di quelle cose che feriscono solo perché “beati i miseri, ché di loro sarà il regno dei cieli”.
Ciononostante prova ad arrivare al cielo anche lei, con gli occhi che le si inerpicano lungo il tortuoso sentiero disegnato dalle gocce di pioggia, mentre compiono un inverso free climbing sul finestrino del treno.
Le residue luci della sera e i primi bagliori della notte, però, le respingono lo sguardo a livelli più terreni.
Capita che la suola consunta delle scarpe, abbracciata al linoleum come un’amante disfatta, le rimetta alla coscienza l’orrore dello smalto rosso spalmato in malo modo sulle unghie che non ha mai smesso di mangiare e che l’ombrello a quadretti faccia quadrato con la tempesta che presto le bagnerà i capelli.
L’accurata descrizione delle condizioni meteorologiche, del resto, condiziona l’andamento di una storia mediante le associazioni simpatetiche tra gli umori atmosferici e gli umori sentimentali.
Chiude l’agenda e smette di prendere appunti.
La promessa che la prossima storia cominci col sole non sarà più un inganno.


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Come girasoli

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C’era qualcosa nel loro essere estremamente simili, che li spingeva a cercare di essere diversi. Un’impossibilità di condivisione, comunicazione, derivante dal considerarsi specchio l’uno dell’altro e, per questo, capaci di rivelarsi le reciproche bellezze, ma soprattutto le imperfezioni, quando si sfioravano e le loro anime si fondevano in un unico fragile stelo. E allora si scansavano, si voltavano, da quella parte dove il sole li colpiva con raggi che avrebbero raggelato la loro unità in un’immagine nuova e inedita.

Indipendenti mai, ma non per questo schiavi, si rincorrevano girandosi in tondo.


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Partire è un po’ morire 

Avevo una cugina più grande. In realtà,  ne avevo più di una. In realtà, ne ho ancora parecchie di cugine più grandi di me e non capisco perché mi viene da usare l’imperfetto. Comunque sia, questa cugina più grande di me, che non vedo e non sento da anni (e magari proprio per questo il nostro rapporto mi sembra imperfetto), aveva un diario. In realtà, ne aveva tanti di diari e giuro che questo è l’ultimo in realtà perché se no, ad essere realista, il post non finisce più. 

Sul diario di questa mia cugina più grande c’era scritta una frase. La frase diceva “partire è un po’ morire”. 

Avevo una decina d’anni quando la lessi. 

– Che significa? 

– Che quando si parte si muore un po’. 

– Non capisco. 

– Non c’è niente da capire. Partire è un po’ morire. 

– Io, però, quando parto per le vacanze non mi sento un poco morta, anzi, mi sento più viva.

– Credimi. Quando si parte, si muore sempre. 

Dall’alto della sua grandezza, mia cugina più grande sapeva essere molto perentoria e saggia, per cui smisi di contraddirla ed accettai per buona la sua sentenza. 

Non sono una viaggiatrice. Anche se da tempo ho superato l’associazione delle partenze alla morte, che da quella conversazione mi era derivata (con tutte le volte che sono partita, sarei un po’ morta da un pezzo).

Ho difficoltà a sentirmi a casa e in virtù di questo mi sento a casa ovunque. Ma non credo che la facilità con cui chiudo tutte le mie cose in due valigie e vado via, faccia di me una viaggiatrice. 

Eppure, questo tag di svirgola mi ha fatto realizzare che di viaggi ne ho fatti parecchi. Probabilmente, più numerosi e più lunghi, in termini di distanza, di quanto mi sarei mai aspettata e augurata per me.

Sì, perché questo è un tag, creato da Iris & Periplo Blog. Anche se non ho utilizzato la foto che c’era sopra, che potrete rintracciare cercando il tag #wanderlusttag.

Di seguito, le mie risposte alle 10 domande previste e no, non nominerò almeno 3 blog. Ma come al solito, chiunque voglia partecipare è libero di aderire. 

1. Per prima cosa: dove siete stati finora?

Sono stata in Italia, per circa trentaquattro anni, ma non per vacanza, cioè non sempre, bensì perché ci sono nata. Nel frattempo che stavo in Italia, sono stata spedita da mia madre per cinque giorni in Svizzera, poi per due anni di fila ho trascorso il ferragosto a Budapest, poi sono stata in Inghilterra per la nascita di mia nipote, poi sono venuta una settimana in Brasile, poi sono stata in Indonesia e negli Emirati Arabi, poi sono andata a congelarmi qualche giorno a Berlino e alla fine mi sono trasferita in Brasile. Dal Brasile, sono andata in Argentina e in Paraguay, sono tornata in Italia, sono riandata in Inghilterra e poi nuovamente in Brasile. 

2. Qual è la città o paese più bello dove siete stati?

Ho avuto la fortuna di visitare luoghi incantevoli, ma le cascate di Iguaçu sono una vera meraviglia. 

3. Siete stati più di una volta nello stesso posto o preferite visitare ogni volta un posto nuovo?

Mi piace scoprire posti nuovi, ma torno con piacere nei luoghi in cui mi sono sentita felice.

4. Consigliatemi il miglior locale (ovunque nel mondo) dove siete stati a mangiare.

Bacon Paradise, il paradiso del fat food di Belo Horizonte. Ma se siete vegani e non mangiate bacon, allora il mio consiglio è un posto qualunque nell’isola di Bali. Che tanto si mangia quasi sempre riso e niente. Buono, ma comunque riso e niente. 

5. Siete per le vacanza al mare, in montagna o per le città?

Sono per le vacanze. Mare, città, montagna, lago, deserto. Dovunque. 

6. Qual è il souvenir che non mancate mai di portare a casa?

Cerco sempre di riportarmi qualcosa da mangiare, a patto che non crei problemi in dogana. Insieme a magneti, penne, tazze e tantissima chincaglieria.

7. Nella vostra valigia cosa non manca mai?

Nella mia valigia non manca mai niente. Anzi, dovrei imparare a viaggiare più leggera. 

8. In quale luogo già visitato ritornereste volentieri?

Tornerei di nuovo a Budapest, al Sziget, se tornassi ad avere di nuovo venticinque anni.

9. Ed invece in quale posto già visitato non tornereste?

 In Svizzera, a Natale, ad Einsiedeln. Mai più. 

10. La meta del vostro prossimo viaggio?

Più che ad un prossimo viaggio, mi appresto ad un prossimo ritorno di tre settimane. In Italia.


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Tirolese 

È difficile prevedere o intuire cosa c’è dall’altra parte. Per scoprirlo bisogna muoversi, scegliere, ma non è così semplice. 

Stare fermi è confortevole. Ti dà l’illusione che tutto possa restare uguale, anche se uguale significa male. 

La soluzione è una libertà che si snoda appesa al filo di una tirolese.

È sufficiente un passo.

Nemmeno. 

Basterebbe spingere un po’ più avanti un piede, con la punta saggiare l’aria, con la suola sperimentare il vuoto e, fingendo di volerlo calpestare, lasciarsi andare. Muoversi come saltare, scivolare.

E volare.

Persino i bambini lo sanno fare.